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Giordano, senzatetto a Bergamo trova lavoro e sogna una casa, poi la burocrazia lo blocca: il motivo è assurdo

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il
Giordano senza tetto riesce trovare lavoro tornare strada

Giordano Regazzetti, saldatore specializzato di Bergamo, può firmare un contratto domani. Ma senza residenza non ha la carta d’identità, e dal dormitorio non può ottenerla. La storia e il nodo giuridico della residenza fittizia.

C’è un lavoro che aspetta Giordano Regazzetti. C’è un’azienda dell’hinterland bergamasco pronta a farlo entrare in organico. Manca solo una firma, e per firmare serve un documento d’identità valido. È qui che la storia di un uomo che chiede soltanto di rimettersi in piedi si trasforma in un paradosso amministrativo che racconta molto di come funzionano, e a volte non funzionano, i meccanismi della residenza in Italia.

Chi è Giordano Regazzetti, il saldatore che le aziende si contendono

Giordano Regazzetti è nato a San Giovanni Bianco nel 1969. Di mestiere fa il saldatore specializzato, una di quelle figure artigiane che le imprese metalmeccaniche della Bergamasca cercano con sempre maggiore difficoltà. In un territorio che vive di manifattura, di carpenteria, di impianti e di meccanica di precisione, chi sa saldare davvero bene è una risorsa rara. Le aziende lo sanno, e lo dimostra il fatto che per Giordano un’opportunità concreta sia arrivata nonostante la sua condizione.

Oggi Giordano non ha una casa. Vive in dormitorio, uno di quei posti letto di emergenza che la rete dell’accoglienza cittadina offre a chi ha perso tutto o quasi. Eppure, nonostante le difficoltà, le sue competenze sono rimaste intatte. È questo l’aspetto che rende la vicenda ancora più amara: non manca il lavoro, non manca la capacità, non manca la volontà. Manca un pezzo di carta.

Potrebbe firmare domani per un’azienda dell’hinterland cittadino. Sarebbe l’inizio di una nuova vita: uno stipendio regolare, la possibilità di mettere da parte qualcosa, magari di affittare una stanza e uscire definitivamente dal circuito dell’emergenza abitativa. Per lui il lavoro non è solo un reddito, è il primo gradino per ricominciare a vivere.

Ma c’è un dettaglio, e come spesso accade è proprio nel dettaglio che si nasconde l’ostacolo. Per formalizzare l’assunzione servono i documenti in regola. Per ottenere la carta d’identità serve la residenza. E per ottenere la residenza, stando alla posizione del Comune di Bergamo, Giordano dovrebbe fare una cosa che suona come una beffa: lasciare il dormitorio e dormire per strada.

Il paradosso: per avere un tetto devi stare senza tetto

Il ragionamento dell’amministrazione comunale è questo. Finché Giordano resta ospite del dormitorio, non può iscriversi all’anagrafe. Se invece scegliesse di vivere in strada, la polizia locale potrebbe accertare la sua effettiva mancanza di dimora e, di conseguenza, si aprirebbe la strada alla residenza fittizia, detta anche residenza virtuale.

Si tratta di uno strumento previsto dalla normativa vigente: un indirizzo convenzionale attribuito a chi una casa non ce l’ha, che permette a una persona senza fissa dimora di essere comunque iscritta all’anagrafe del Comune. Un indirizzo che non corrisponde a una abitazione reale, ma che consente di esercitare diritti fondamentali: ottenere i documenti, accedere al servizio sanitario, firmare un contratto di lavoro, aprire un conto corrente.

La residenza fittizia è un istituto poco conosciuto e spesso applicato in modo disomogeneo da Comune a Comune, con l'obiettivo è semplice: garantire che nessuno resti privo di identità giuridica solo perché non ha un tetto.

I principi di fondo sono due:

  • il diritto alla residenza è collegato al centro degli interessi della persona, non al possesso di un immobile;
  • le persone senza fissa dimora hanno diritto a essere iscritte all’anagrafe, perché solo così possono esercitare diritti civili e sociali.
Se questi principi valgono per chi dorme su una panchina, a maggior ragione, sostiene la difesa di Giordano, devono valere per chi dorme in un dormitorio comunale e dimostra ogni giorno di voler uscire dalla marginalità.

In pratica, secondo questa lettura, l’uomo dovrebbe rinunciare a un letto caldo per dimostrare di non averne uno. Un cortocircuito che sfiora l’assurdo e che rischia di vanificare, in un solo colpo, mesi di fatica e la prima vera occasione di riscatto.

La carta d’identità che non arriva: perché è così importante

Nell’Italia della burocrazia, la carta d’identità è molto più di un documento. È la chiave che apre quasi tutte le porte. Senza di essa:

  • non si può firmare un contratto di lavoro in modo regolare;
  • diventa difficile aprire un conto corrente su cui ricevere lo stipendio;
  • si complicano l’accesso a molte prestazioni e la stipula di qualunque contratto, a partire da un eventuale affitto.
Per chi vive ai margini, il documento di identità è spesso il confine tra restare dentro o fuori dalla società. Ed è proprio per questo che il caso di Giordano Regazzetti va oltre la sua vicenda personale: è la fotografia di un sistema in cui la mancanza di residenza genera esclusione, e l’esclusione rende ancora più difficile ottenere la residenza.

Entra in scena l’avvocato: “Il dormitorio non è un ostacolo”

A questo punto interviene il legale di Giordano, che si rivolge al Comune sostenendo una tesi diversa e, sul piano giuridico, molto solida. La legge, ricorda l’avvocato, stabilisce che chi non ha dimora si considera residente nel luogo in cui ha il centro dei propri interessi. Non è richiesto, quindi, che la persona dorma all’aperto per vedersi riconosciuto questo diritto.

Il punto cruciale è l’interpretazione. Per il legale, il dormitorio non è un ostacolo, anzi: è l’identikit perfetto della precarietà che la norma intende tutelare. Chi è ospitato in una struttura di accoglienza è, per definizione, una persona priva di un’abitazione stabile. È esattamente la condizione che il legislatore ha avuto in mente quando ha previsto la residenza per i senza fissa dimora.

Sostenere il contrario significherebbe punire chi si affida ai servizi sociali e premiare, paradossalmente, chi sceglie la strada. Una lettura che contrasta con lo spirito stesso della norma, pensata per includere e non per escludere.

Una vicenda che interroga tutta la città

Il caso di Giordano Regazzetti non riguarda soltanto lui. Pone una domanda a chi amministra: come si può chiedere a una persona di rimettersi in gioco e, nello stesso tempo, ostacolarla con regole che la riportano indietro? Il sistema dell’accoglienza esiste per accompagnare le persone fuori dalla precarietà, non per intrappolarle in un limbo burocratico.

C’è poi un tema di buonsenso, prima ancora che di diritto. Da una parte c’è un’azienda che ha bisogno di un saldatore specializzato e che è disposta ad assumerlo subito. Dall’altra c’è un lavoratore qualificato pronto a firmare. In mezzo c’è una procedura che rischia di far saltare tutto. In un periodo in cui le imprese lamentano la difficoltà di trovare manodopera qualificata, perdere un artigiano di valore per un cavillo sarebbe un danno per tutti: per Giordano, per l’azienda, per la comunità.

La conseguenza più grave è quella che Giordano teme di più. Se la strada indicata dal Comune fosse l’unica percorribile, l’uomo si troverebbe davanti a una scelta impossibile: lasciare il dormitorio per ottenere un diritto, rischiando di perdere ogni protezione proprio nel momento in cui ha davanti la possibilità di rimettersi in piedi.

Vivere in strada non significa soltanto freddo e insicurezza. Significa anche difficoltà a mantenersi in ordine, a riposare, a presentarsi puntuale al lavoro. Un saldatore ha bisogno di lucidità, di forza, di salute. Costringerlo a dormire all’aperto per qualche settimana, in attesa degli accertamenti, vorrebbe dire compromettere la stessa possibilità di tenere il posto che sta per ottenere.

Cosa può succedere adesso

La partita è aperta. Il legale di Giordano ha messo nero su bianco la propria posizione, richiamando il principio secondo cui la residenza si individua nel luogo del centro degli interessi. Spetterà ora al Comune valutare se confermare la linea iniziale o rivederla alla luce di un’interpretazione che, per molti osservatori, risulta più coerente con il senso della norma.

Nel frattempo il tempo stringe. Un’offerta di lavoro non aspetta all’infinito, e ogni giorno di ritardo aumenta il rischio che l’azienda scelga un’altra strada. Per questo la vicenda ha assunto anche un valore simbolico: dimostrare che la burocrazia può essere uno strumento di inclusione, e non una barriera che separa chi ce la può fare da chi resta indietro.

Quella di Giordano Regazzetti è la storia di un uomo che ha un mestiere, una proposta concreta e la voglia di ricominciare. È anche la storia di un’incongruenza che andrebbe risolta con buon senso e rapidità: non si può chiedere a nessuno di scegliere la strada per poter avere una casa.




Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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