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Giovanni Albano: l'ex dirigente Fiat che ha lasciato tutto a 45 anni per fare il pastore in Sardegna

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Aveva tutto: carriera, stipendio, sicurezza. A 45 anni ha lasciato tutto per un gregge in Sardegna. Ecco come è andata.

C'è un momento preciso in cui ha capito che doveva smettere. Non è stato durante una riunione, non è stato leggendo un bilancio, non è stato guardando un grafico di produzione. È stato una mattina di novembre, in autostrada, tra Torino e Mirafiori, con il traffico fermo e la radio accesa su una notizia che non ricorda più. Ha guardato le mani sul volante, ha guardato gli altri automobilisti intorno a lui — tutti con la stessa espressione, tutti diretti da qualche parte che non avevano scelto davvero — e ha pensato: non voglio fare questo per altri vent'anni.

Aveva 45 anni, uno stipendio che molti si sognano, un ufficio al quinto piano con vista sul cortile dello stabilimento, due macchine, un mutuo quasi estinto e una carriera che dall'esterno sembrava esattamente quello che dovrebbe sembrare una carriera di successo. Dall'interno, era diventata una prigione silenziosa costruita mattone dopo mattone nel corso di diciotto anni.

Diciotto anni dentro la macchina

Era entrato in Fiat a 27 anni, fresco di laurea in ingegneria gestionale, con la certezza che quella fosse la strada giusta. E per un lungo tratto lo era stata davvero. Le promozioni erano arrivate con regolarità, le responsabilità erano cresciute, il nome sul biglietto da visita aveva cambiato titolo tre volte. Aveva gestito team, coordinato fornitori, partecipato a progetti di ristrutturazione che avevano coinvolto centinaia di persone. Era bravo nel suo lavoro. Questo non lo ha mai messo in discussione.

Il problema non era la competenza. Era che un giorno, senza che se ne accorgesse esattamente, il lavoro aveva smesso di essere qualcosa che faceva e era diventato qualcosa che era. Non aveva più un'identità separata dall'azienda. Le vacanze le misurava in email non lette. I weekend erano mezze giornate rubate a conference call che non potevano aspettare il lunedì. La famiglia era diventata qualcosa che vedeva di sera, quando era già troppo stanco per essere davvero presente.

La mattina di novembre in autostrada non è stata una rivelazione improvvisa. È stata la superficie di qualcosa che covava da anni.

La Sardegna, un posto visto per caso

La prima volta che aveva visto quella zona della Sardegna era stato durante una vacanza estiva, qualche anno prima. Non il mare, non le spiagge che tutti cercano. L'interno. Le colline, i pascoli, il silenzio di certi pomeriggi in cui l'unico rumore era il vento e il campanaccio di qualche animale lontano. Aveva sentito qualcosa che non sapeva nominare. Ci aveva pensato ancora durante l'inverno, poi aveva lasciato perdere. Ci aveva ripensato l'estate dopo, e quella ancora dopo. Finché quella mattina in autostrada il pensiero era tornato con una chiarezza nuova.

Nei mesi successivi aveva cominciato a informarsi. Non in modo sistematico, all'inizio: qualche ricerca online, qualche contatto con agenzie immobiliari locali, qualche lettura sulla pastorizia. Poi sempre più concretamente. Aveva visitato tre aziende agricole in provincia di Nuoro. Aveva parlato con un pastore anziano che gli aveva dedicato un pomeriggio intero, raccontandogli il lavoro senza romanticizzarlo, con la franchezza di chi sa che certe illusioni è meglio spezzarle subito.

Non se n'era andato deluso. Se n'era andato più convinto di prima.

La decisione e le reazioni

Quando lo ha detto a sua moglie, lei ha pianto. Non di tristezza, ha spiegato dopo: di sollievo. Lo vedeva consumarsi da anni e non sapeva come dirgli che si vedeva. I figli, entrambi ormai maggiorenni, hanno reagito con quella miscela di incredulità e ammirazione che i ragazzi riservano ai genitori quando fanno qualcosa di inaspettato. I colleghi, quasi all'unanimità, lo hanno preso per matto. Qualcuno glielo ha detto esplicitamente, con quella franchezza un po' crudele che si riserva alle persone di cui non si capisce la scelta. Qualcun altro lo ha guardato con un'invidia appena velata che non riusciva a nascondere del tutto.

Le pratiche burocratiche hanno richiesto quasi un anno. L'acquisto di un podere di quindici ettari sulle colline dell'Ogliastra, la costruzione di una stalla, le autorizzazioni, l'iscrizione ai corsi di formazione per la gestione del gregge. Ha imparato cose che non sapeva di dover imparare: come si assiste un parto difficile, come si riconosce una malattia nel bestiame, come funziona il sistema delle quote latte, come si gestisce la produzione di formaggio secondo le normative sanitarie vigenti.

Il primo anno: la realtà senza filtri

Il primo anno è stato il più duro. Non per nostalgia del vecchio lavoro — quella non è mai arrivata, o almeno non nel modo in cui se l'aspettava. Ma per la fatica fisica, quella vera, quella che lascia il segno nelle ossa e non passa con una notte di sonno. Per i svegli alle quattro del mattino in qualsiasi stagione. Per le perdite, inevitabili, che quando arrivano fanno male anche se sai che fanno parte del lavoro. Per i momenti in cui il conto in banca scendeva e il gregge non dava ancora quello che avrebbe dovuto dare, e la tentazione di chiedersi se stesse sbagliando tutto era concreta e presente.

Non ha mai ceduto a quella tentazione. O meglio: ci ha ceduto qualche sera, poi si è alzato la mattina dopo e ha ripreso a lavorare.

Al secondo anno le cose hanno cominciato a funzionare. Il gregge aveva raggiunto la dimensione giusta. La produzione di pecorino aveva trovato i primi acquirenti stabili, alcuni ristoranti della zona, poi un piccolo mercato regionale, poi un accordo con un distributore che lavora con botteghe di qualità nel nord Italia. Il nome dell'azienda aveva cominciato a circolare, piano piano, tra chi cerca prodotti con una storia dietro.

Cosa è rimasto e cosa è cambiato

Di quella vita precedente ha tenuto più di quanto pensasse. La capacità di organizzare, di pianificare, di leggere i numeri: tutte competenze che in un'azienda agricola servono quanto in un ufficio, forse di più, perché i margini sono più stretti e gli errori si pagano in modo più diretto. Ha portato nella pastorizia un metodo che i pastori di vecchia generazione non sempre hanno, e dai pastori di vecchia generazione ha imparato una conoscenza del territorio e degli animali che nessun corso universitario potrebbe insegnare.

Oggi si alza alle quattro, accudisce il gregge, porta le pecore al pascolo, lavora il latte, gestisce i conti, risponde alle email dei clienti. La sera cena presto e va a dormire. Non ha più la macchina di rappresentanza. Non ha più le riunioni del martedì mattina. Non ha più la sensazione di essere in un posto che non aveva scelto.

Ha scelto questo. E questa, dice, è la differenza che conta.




Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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