Il caso Glovo riporta al centro il tema dei diritti dei rider: dal controllo giudiziario alle accuse di caporalato, tra algoritmi e testimonianze, analisi di numeri, salari, risvolti legali e modifiche delle condizioni lavorative.
Negli ultimi anni il mondo del food delivery è stato al centro dell’attenzione pubblica e disciplinare, in particolare in relazione alle condizioni lavorative dei rider. L’indagine su Glovo da parte della Procura di Milano delle scorse settimane ha messo in luce le difficoltà affrontate quotidianamente da migliaia di ciclofattorini. E oggi, è arrivata la conferma da parte della magistratura dell’obbligo di regolarizzare migliaia di lavoratori, evidenziando il contrasto tra l’innovazione tecnologica del settore e le tutele sociali previste dall’ordinamento.
La Procura di Milano ha recentemente portato all’attenzione nazionale una situazione di estrema criticità riguardo il rapporto tra i rider e la società di delivery Glovo, in Italia rappresentata da Foodinho Srl. L’ipotesi di reato associata è quella di caporalato, disciplinata dall’articolo 603-bis del Codice Penale, situazione che si sarebbe protratta per anni ai danni di circa 40mila lavoratori su tutto il territorio nazionale. Le indagini hanno rilevato che la società e il suo amministratore risultano indagati per gravi condotte di sfruttamento lavorativo, in particolare a causa di retribuzioni valutate spesso ben al di sotto della soglia di povertà, con mancate tutele e pratiche di gestione che tradirebbero le reali norme di settore.
La risposta immediata della magistratura è stata l’adozione del controllo giudiziario, uno strumento che consente di affiancare gli attuali organi societari con un amministratore giudiziario terzo, con il compito di supervisionare e porre rimedio alle criticità rilevate. L’intento principale è prevenire il reiterarsi di situazioni di sfruttamento, garantendo la prosecuzione dell’attività produttiva ma in conformità con il quadro normativo e con l’obiettivo di tutelare realmente i rider coinvolti.
L’indagine ha portato alla luce un quadro drammatico: circa 40mila rider attivi in Italia, di cui almeno 2mila nell’area milanese, sarebbero stati soggetti a condizioni lavorative profondamente inique. I dati raccolti dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro indicano che oltre l’87% dei ciclofattorini riceve paghe addirittura inferiori ai minimi previsti dai contratti collettivi nazionali per il settore logistica. In molti casi, la differenza rispetto al dovuto raggiunge fino a 12.000 euro annui.
Il sistema di pagamento si basa su una retribuzione a consegna, che varia tipicamente tra i 2,50 e i 3,70 euro. Secondo quanto emerge dalle testimonianze, per raggiungere entrate mensili tra gli 800 e i 900 euro, i lavoratori sono costretti a turni anche di 12 ore giornaliere, spesso sette giorni su sette. In media, sono necessari circa 5.000 euro lordi annui aggiuntivi per permettere ai rider di superare la soglia considerata sufficiente per una vita dignitosa secondo gli standard dell’articolo 36 della Costituzione.
| Parametro | Valore rilevato |
| Numero rider in Italia | 40.000 |
| Numero rider a Milano | 2.000 |
| Percentuale sotto il minimo sindacale | 87,5% |
| Retribuzioni sotto soglia di povertà | fino al 76,95% |
| Differenza rispetto ai minimi Ccnl | fino a 81,62% |
Un aspetto trascurato è la condizione dei mezzi impiegati: la manutenzione delle biciclette, le spese e i rischi legati agli spostamenti gravano interamente sui lavoratori. La maggioranza dei rider coinvolti sono giovani migranti, spesso senza alcuna garanzia di sicurezza, ferie o tutela contro gli infortuni. Alcuni lavoratori, inoltre, hanno dichiarato di lavorare in condizioni di bisogno, inviando parte delle modeste retribuzioni alle famiglie d’origine e subendo la pressione costante di dover accettare ogni condizione pur di avere un reddito.
Anche l’analisi delle modalità di lavoro ha evidenziato il ricorso sistematico a piattaforme digitali e algoritmi per il controllo e l’organizzazione delle attività dei ciclofattorini. Tramite il tracciamento via Gps, la piattaforma è in grado di monitorare costantemente la posizione e i tempi di consegna degli addetti, esercitando anche pressioni sugli stessi nei casi di ritardo o mancata puntualità.
“Sono sempre geolocalizzato tramite l’app e, se sono in ritardo con una consegna, Glovo mi chiama per sapere cosa succede”, ha testimoniato uno dei rider ascoltati dagli inquirenti. Questo tipo di organizzazione, definita dagli investigatori “etero-organizzazione digitale”, porta a una dinamica in cui il lavoratore perde ogni autonomia effettiva, sottoponendosi a un regime di penalizzazioni e controlli costanti. La cronaca riporta numerosi casi di penalità o sospensioni imposte in modo unilaterale tramite la piattaforma.
Diversi rider hanno riferito di essere stati penalizzati o disconnessi come misura punitiva per ritardi o per aver rifiutato alcune consegne. In aggiunta, la cancellazione di dati relativi ai turni, eseguita su indicazione del responsabile privacy, ha reso difficile ricostruire l’effettivo carico di lavoro e le differenze retributive maturate negli anni precedenti.
Il racconto degli operatori descrive turni estenuanti, spese impreviste per la manutenzione personale del mezzo o per casi di furto, e una pressione costante generata da sistemi premianti o punitivi gestiti interamente da algoritmi. Non si tratta dunque solo di autonomia illusoria, ma di una vera e propria modalità di controllo digitale del lavoro.
Alla luce delle violazioni riscontrate, la Procura di Milano ha incaricato un amministratore giudiziario – figura professionale indipendente, iscritta nell’albo dei professionisti giudiziari – di predisporre le misure necessarie per la regolarizzazione degli oltre 40mila lavoratori della piattaforma. La funzione dell’amministratore è doppia: da un lato, verificare il rispetto della normativa in materia di rapporti di lavoro, dall’altro, ridefinire gli assetti organizzativi aziendali per eliminare le prassi di sfruttamento.
Tra le priorità individuate rientra la stabilizzazione dei rapporti di lavoro per chi risultava attivo presso la società all’avvio dell’indagine, attraverso la trasformazione in rapporti di lavoro subordinato o con le stesse tutele garantite dai contratti collettivi nazionali. L’amministratore gode di autonomi poteri decisionali e può adottare, laddove necessario, misure diverse da quelle suggerite dall’impresa per garantire un reale cambiamento.
In base al Contratto Collettivo Nazionale Rider le retribuzioni e le condizioni lavorative dovranno essere le seguenti
Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...