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Ho provato a prendere un taxi a guida autonoma: perché hanno successo ovunque, tranne in Italia e Europa

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di Alberto Pelletti pubblicato il

In un viaggio tra esperienze personali, casi globali e ostacoli normativi, come i taxi a guida autonoma siano già una realtà in Cina e USA, mentre Europa e Italia ne affrontano limiti e sfide.

Quando sono salito per la prima volta a bordo di un veicolo autonomo, la percezione della mobilità urbana ha subito una trasformazione radicale. Silenziosa, efficiente, sorprendentemente rilassante: l'auto seguiva fedelmente le strade, rispettava i limiti di velocità, fermandosi davanti a ostacoli in modo impeccabile. Un monitor segnalava ogni manovra, e la sensazione era di essere accompagnato da un'intelligenza vigile, più che da un autista in carne e ossa.

Ogni curva e ogni frenata era anticipata, mentre il veicolo gestiva informazioni su traffico, pedoni e semafori senza indecisioni. Nessun imprevisto, se non il prevedibile stupore degli altri utenti della strada nel vedere una vettura muoversi senza conducente. Uscendo da questa breve tratta, ho provato meraviglia per la sofisticazione tecnologica e al tempo stesso una domanda: per quale motivo in molti paesi questa è già una realtà diffusa, mentre in Italia e nel resto del continente europeo si discute ancora di test e progetti pilota?

Robotaxi nel mondo: panoramica, casi d'uso e aziende

L'evoluzione dei servizi di trasporto autonomo è un tema chiave nella rivoluzione della mobilità urbana e interurbana degli ultimi anni. Negli Stati Uniti e in Cina si contano migliaia di taxi senza conducente in servizio regolare, attivi soprattutto nelle grandi metropoli e utilizzati per trasporti quotidiani di cittadini, consegna di merci e supporto a fasce di popolazione che hanno bisogno di una maggiore accessibilità. Tra le aziende leader si distinguono:

  • Waymo (gruppo Alphabet, già Google): con una presenza consolidata in città come Phoenix e San Francisco, e ora pronta al debutto in Europa.
  • Apollo Go (Baidu): oltre un migliaio di taxi autonomi già operativi in Cina, con espansione verso la Germania e il Regno Unito.
  • Uber: protagonista dell'integrazione dei robotaxi in Europa con partner internazionali (Pony.ai, Momenta, Wayve).
  • Verne: startup croata che ha lanciato il primo servizio commerciale europeo di robotaxi on demand a Zagabria.
  • Moia (Volkswagen) e Mercedes-Benz: impegnate su progetti pilota avanzati in Germania.
Le modalità d'uso si estendono dal semplice trasferimento passeggeri alle navette urbane, alla logistica, fino alla mobilità accessibile per persone non autosufficienti. Le flotte stanno crescendo rapidamente: solo in Cina si contano oltre 3.000 unità operative, mentre negli USA si aggirano sulle 800, secondo stime dell'Agenzia Internazionale dell'Energia e della Boston Consulting Group.

Queste sperimentazioni puntano a dimostrare l'efficacia del modello a chiamata tramite app, integrarli nei sistemi di mobilità condivisa e ridurre il traffico privato urbano. L'obiettivo finale è abbattere i costi, aumentare la sicurezza ed estendere l'accessibilità, prefigurando uno scenario in cui il concetto di guida privata perde centralità in favore della mobilità come servizio.

Perché in Cina e Stati Uniti hanno già successo?

La rapida diffusione dei robotaxi in questi due colossi economici risiede in una combinazione virtuosa di fattori tecnologici, normativi e culturali. Negli Stati Uniti, l'ampia disponibilità di capitali e la tendenza a sperimentare hanno favorito startup e colossi digitali nel lanciare servizi su scala commerciale già dagli inizi del decennio, con investimenti di miliardi di dollari, un quadro normativo permissivo (si veda la legislazione della California e dell'Arizona) e una cultura della mobilità privata più disponibile all'adozione di soluzioni innovative.

In Cina, è lo Stato stesso a sostenere la transizione verso la mobilità autonoma. Politiche pubbliche, sovvenzioni e attenzione alla digitalizzazione hanno accelerato la messa su strada di flotte intere, come dimostrato dai circa 500 robotaxi di Baidu a Wuhan. Anche la domanda dei consumatori, abituati a piattaforme digitali e app per il trasporto, ha giocato un ruolo cruciale nell'accelerare la fiducia nella tecnologia.

L'efficienza degli algoritmi di intelligenza artificiale, la raccolta su larga scala di dati e la possibilità di aggiornare continuamente i sistemi sulla base delle condizioni reali di traffico permettono a queste flotte di operare in modo sicuro e adattivo. Mentre negli USA si osserva una pressione anche da parte dei genitori e delle giovani generazioni, sempre meno propense alla guida personale, la Cina punta su costi bassissimi (anche solo 2 euro a corsa) e accessibilità, grazie anche allo sviluppo congiunto tra colossi tech e costruttori auto. Nonostante le paure, la macchina vede tutto e si ferma davanti a qualunque ostacolo, come raccontano chi ha provato i servizi cinesi.

L'arrivo dei robotaxi in Europa: test, sperimentazioni e servizi

Negli ultimi dodici mesi, l'Europa ha intrapreso un percorso di accelerazione verso l'introduzione dei servizi autonomi. L'accordo tra 18 Paesi, fra cui Italia, Francia, Germania e altri, rappresenta un passo significativo verso la coordinazione dei test transfrontalieri. L'obiettivo è armonizzare regolamenti, procedure di omologazione e autorizzazione, superando il tradizionale mosaico di norme nazionali che ha sempre frenato la diffusione dei robotaxi.

Alcune startup e grandi gruppi europei, come Moia (Volkswagen) e Mercedes-Benz, sono in prima linea nella sperimentazione di servizi pilota ad Amburgo e Berlino; Londra si prepara ad accogliere tre operatori principali (Waymo, Wayve e Apollo Go), mentre Madrid, Monaco di Baviera e Zagabria sono sede di test commerciali con partner globali. Di tutte, la capitale croata è la prima a offrire un servizio commerciale reale, con dieci veicoli gestiti da Verne e software Pony.ai, per ora accompagnati da un supervisore umano a bordo. La tabella seguente illustra la distribuzione attuale e prevista delle flotte di robotaxi in Europa:

Città/Paese

Anno Avvio Test/Servizio

Azienda

Zagabria (Croazia)

2026

Verne + Pony.ai

Monaco (Germania)

2026

Uber + Momenta

Londra (UK)

2026

Waymo, Wayve, Apollo Go

Amburgo, Berlino (Germania)

2026-2027

Moia (VW), Mercedes-Benz

L'approccio europeo punta sull'integrazione con la mobilità esistente (autobus, tram, taxi tradizionali, car sharing) e su una gradualità che accompagni cittadini e operatori verso la piena fiducia. In parallelo, si moltiplicano le partnership tra aziende automobilistiche e tecnologie trasversali (come Baidu-Lyft), mentre il coinvolgimento di grandi piattaforme di ride-hailing consente di abbattere la soglia d'accesso per l'utente.

Secondo le stime BCG, entro il 2030 potrebbero circolare oltre 120.000 robotaxi in Europa, scenario che resta tuttavia legato al successo delle sperimentazioni e alla risoluzione delle criticità normative e assicurative.

Italia: tra sperimentazione, limiti normativi e progetti pilota

Nel contesto italiano, la tematica dei robotaxi segue un percorso più prudente. Attualmente il quadro normativo consente solo test controllati, a bassa velocità, e sempre con un supervisore umano a bordo come previsto dal Decreto Smart Road / DM 70/2018. Le iniziative di maggiore rilievo sono legate a:

  • Il progetto Sharing for Caring del Politecnico di Milano a Darfo Boario Terme: navette elettriche (Fiat 500e) per utenti fragili verso destinazioni strategiche come farmacie, studi medici, uffici comunali.
  • Il Living Lab ToMove a Torino: sperimentazione di navette autonome per il trasporto all'interno del campus universitario.
  • Test drive Tesla su strade pubbliche a Roma, con prenotazione dalle concessionarie per provare la tecnologia senza conducente in condizioni di traffico reale.
  • Rete di 60 sindaci italiani che hanno firmato un appello per l'ampliamento dei test su strada, Milano, Torino, Genova sono tra le città più coinvolte.
  • Il progetto Niulinx, spin off del Politecnico, per il lancio di una flotta italiana per il robosharing, che punta a veicoli L4 per lo sharing urbano e suburbano.
Nonostante la presenza di eccellenze nel settore automotive, nella ricerca e nel digitale, resta lo scoglio di un codice della strada che prevede, all'art. 46, soltanto veicoli guidati dall'uomo. La situazione dovrebbe evolvere con le nuove regole UE sull'assistenza avanzata (ADAS), ma il passaggio alla piena autonomia resta ancora distante. Secondo la comunità scientifica e industriale, serve un deciso cambio di passo da parte di istituzioni e politica, accompagnato dal rafforzamento di partnership tra università, startup e player internazionali.


Alberto Pelletti

Alberto Pelletti è un esperto del settore motori con oltre 18 anni di esperienza nel campo dell’analisi automotive. Opera a Torino come consulente per aziende e privati, collaborando con realtà attive nel settore automobilistico. Le sue competenze spaziano dalla valutazione delle flotte aziendali all’ottimizzazione dei costi di gestione dei veicoli. Grazie alla sua lunga esperienza, ha sviluppa...