Nel bosco di Bressanone, il Forestis propone diciotto posti intorno al fuoco, cellulari vietati, cucina di Roland Lamprecht e bevande insolite: un’esperienza da 650 euro tra immersione e dubbio.
YERA, il ristorante del Forestis sopra Bressanone, nel 2026 chiede 650 euro a persona per una serata con cibo e bevande inclusi, ma pretende che telefoni e fotocamere vengano lasciati negli armadietti all’ingresso. Si paga una cifra da alta ristorazione e, nello stesso momento, si rinuncia alla possibilità di dimostrare l’esperienza con una fotografia. È questo l'interessante paradosso su cui si regge la mia serata.
La cena comincia proprio da qui. In una società in cui quasi ogni piatto viene fotografato, condiviso e usato come prova pubblica del proprio stile di vita, YERA impone una pausa digitale. Restano il bosco, il fuoco, la cucina a vista e ciò che ciascun ospite riuscirà a portare con sé nella memoria. Raccontarla con precisione, dopo, non è semplice. Ricordarla, forse, sì.
Il Forestis è un hotel cinque stelle lusso sulla Plose, sopra Bressanone, a circa 1.800 metri di altitudine nel 2026. YERA non occupa la sala principale dell’albergo. Si trova in una struttura sotterranea inserita nel bosco, concepita per ricordare una grotta. Per raggiungerla bisogna uscire dalla zona dell’hotel e affrontare una breve camminata.
Il tragitto è accompagnato da una figura avvolta in un mantello di ispirazione celtica, con una fiaccola in mano. Non è un semplice trasferimento. L’arrivo viene trattato come l’inizio di una piccola rappresentazione, con un cambio di ritmo già prima dell’ingresso. Alle spalle rimane l’architettura del resort; davanti ci sono un sentiero più buio, il silenzio e l’aria della montagna.
La sensazione è quella di passare una soglia. Il telefono è ancora in tasca, ma comincia a sembrare fuori posto. La luce della fiaccola, il terreno sotto i piedi e la temperatura rendono lo schermo meno interessante, quasi estraneo. Prima di sedersi, si capisce già che la cena non è stata pensata per essere fotografata.
All’ingresso di YERA, nel 2026, telefoni cellulari e fotocamere vengono depositati negli armadietti della reception. La regola è chiara e non riguarda soltanto il momento dello scatto: il ristorante vuole evitare che la serata venga spezzata da notifiche, video e contenuti da pubblicare.
All’inizio la rinuncia si sente. La mia mano cerca il dispositivo quasi senza pensarci, come se mancasse un punto di riferimento. Poi l’attenzione cambia direzione. Si osservano le persone raccolte intorno al fuoco, i movimenti della brigata, le preparazioni che prendono forma davanti agli ospiti. Arrivano gli odori della cucina e, senza telefono, non c’è modo di interromperli per controllare uno schermo.
Non è una disconnessione scelta spontaneamente. È una condizione imposta. Proprio per questo, dopo i primi minuti, funziona con una certa efficacia.
YERA accoglie ospiti dai 14 anni in su, non ammette animali domestici e apre dal martedì al sabato, dalle 18 alle 23, secondo le condizioni pubblicate per il 2026. La formula è fissa. Non si sceglie liberamente tra piatti diversi, perché il menu segue una sequenza prestabilita e legata alla stagione. Diete vegetariane, vegane e intolleranze possono essere prese in considerazione, purché vengano comunicate in anticipo.
Nel 2026 la sala può ospitare fino a 18 persone, tutte disposte intorno a un focolare centrale. È un numero contenuto, sufficiente a mantenere un’atmosfera raccolta e a evitare l’impressione di una sala affollata. Il servizio assume così una forma quasi teatrale, ma senza separare davvero chi cucina da chi mangia.
La brigata resta sempre visibile. Le preparazioni vengono completate davanti ai commensali, con poca distanza tra il fuoco, la cucina e i tavoli. La sala non ha bisogno di molti elementi per definire il proprio carattere: terra rossa, legno, pietra e fiamme fanno quasi tutto il lavoro. La terra richiama la montagna e la struttura sotterranea; il legno porta dentro il bosco; la pietra restituisce la sensazione della grotta.
Al centro c’è il fuoco. Serve per cuocere e riscaldare, certo, ma soprattutto organizza lo sguardo. Gli ospiti finiscono per seguirne la luce, i gesti di chi lavora accanto alle fiamme e il succedersi delle portate.
Anche la tavola si allontana dalle convenzioni del ristorante gastronomico classico. Alcune preparazioni si mangiano con le mani, altre con piccoli strumenti di legno. Il gesto è meno formale e più fisico. Il prezzo resta quello di un’esperienza di lusso, ma l’ambiente non cerca distanza o rigidità: chiede una partecipazione diretta al pasto.
Una parte dell’esclusività nasce anche da ciò che manca online. YERA non mostra ogni angolo della sala, non pubblica un catalogo completo delle portate e non mette a disposizione una documentazione visiva capace di anticipare l’intera serata. Chi prenota arriva quindi con alcune informazioni, ma non con un’immagine completa di ciò che troverà.
La proposta gastronomica è guidata da Roland Lamprecht, chef altoatesino e responsabile della cucina del Forestis. La sua idea di cucina della foresta non si limita a inserire qualche erba selvatica in ricette tradizionali. Il bosco diventa una fonte di ingredienti, profumi, tecniche e metodi di conservazione.
Nel percorso possono comparire acqua di betulla, germogli di abete rosso, bacche, ortiche, funghi, liquirizia selvatica, pino, larice e altre materie prime legate all’ambiente alpino. Una parte importante del lavoro passa da essiccazioni, fermentazioni, infusioni e cotture sul fuoco. La stagione, in questo caso, non è un richiamo decorativo: stabilisce che cosa può essere raccolto, trasformato e servito.
Tra gli assaggi che descrivono meglio il progetto ci sono il brodo di bosco con lepre, funghi e bacche, la tarteletta integrale con capriolo e caviale e il cervo lavorato in più passaggi. I piatti cercano un gusto riconoscibile, selvatico, senza coprire l’origine degli ingredienti con una presentazione troppo ornamentale.
Il brodo restituisce una sensazione umida e terrosa. La tarteletta mette invece in rapporto la selvaggina con il caviale e, quindi, con una componente marina. Il cervo richiede più attenzione: la carne viene trattata in modi differenti per ottenere consistenze e intensità diverse. Il percorso non si limita così a mettere in fila ingredienti costosi.
La cucina rimane leggibile anche quando la tecnica si fa più articolata. Gli elementi del paesaggio alpino non sono soltanto citati nei nomi o usati come decorazione; entrano nella struttura dei piatti e nel modo in cui vengono costruiti i sapori.
Il pairing è affidato a Hannes Unterberger, che lavora su fermentati, infusi e succhi pensati in rapporto con le portate. Nel 2026 le bevande servite a YERA non superano il 5% di contenuto alcolico. Sono previste anche alternative completamente analcoliche.
Il criterio dell’abbinamento cambia. Non si tratta di accompagnare la cena con bottiglie dal grande valore economico, ma di costruire bevande a partire da elementi che appartengono alla stessa cucina: erbe, frutti, aghi, fiori, cortecce e altre materie prime del territorio. Succhi fermentati, kombucha, infusi e preparazioni a bassa gradazione prendono il posto del percorso enologico più abituale.
Il bicchiere, in questo modo, non introduce un prodotto estraneo alla cena. Prosegue gli aromi già presenti nei piatti. In un momento aggiunge acidità e freschezza; in un altro porta note dolci, amare o balsamiche. Il limite alcolico non appare quindi come una semplice restrizione. Fa parte del modo in cui il menu è stato concepito.
Nel 2026, 650 euro a persona collocano YERA nella fascia più alta della ristorazione esperienziale. La cifra comprende cibo e bevande, ma il conto non copre soltanto una sequenza di piatti. Dentro ci sono una struttura con disponibilità limitata, il percorso nel bosco, il servizio intorno al fuoco, la brigata sempre in vista e un abbinamento realizzato internamente.
Il prezzo, però, non può essere considerato giustificato in modo automatico per chiunque. Il valore di una cena non dipende soltanto dalla quantità degli ingredienti o dal numero delle portate. Conta anche la disponibilità a pagare per un ambiente irripetibile e per una regia complessiva, costruita dall’arrivo all’uscita.
Chi cerca porzioni abbondanti, una carta dei vini tradizionale o la libertà di scegliere ogni piatto potrebbe trovare il costo sproporzionato. La formula lascia poco spazio alle modifiche: l’ordine del percorso è previsto, le fotografie sono escluse, gli animali domestici non entrano e l’esperienza non viene separata dal gruppo.
YERA vende una visione precisa. Non offre un servizio gastronomico personalizzabile in ogni dettaglio.
La domanda pratica diventa allora quanto si è disposti a pagare per una serata che non può essere mostrata. Se il criterio è la documentazione, il ristorante offre poco. Se invece si valuta la memoria sensoriale, il risultato può superare ciò che una fotografia riesce a contenere.
Secondo me YERA ha senso soprattutto per chi cerca una cena immersiva e accetta condizioni precise: 650 euro a persona, menu fisso, bevande incluse, dispositivi lasciati all’ingresso e nessuna possibilità di scegliere liberamente le portate.
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...