Nel 1974 una Ferrari Dino 246 GTS scomparve a Los Angeles: anni dopo alcuni bambini la trovarono sepolta in giardino. Tra furto simulato, asta e restauro, oggi l’auto vale una fortuna.
Due bambini riportarono alla luce nel 1978 una Ferrari Dino 246 GTS verde del 1974, sepolta sotto il giardino di una casa di West 119th Street, a Los Angeles. Avevano cominciato a scavare per gioco. Poi comparve una superficie metallica e i due chiamarono gli agenti della stazione dello sceriffo di Lennox. Bastarono pochi centimetri di terreno per far emergere il tettuccio di una vettura rubata quattro anni prima. Il proprietario aveva già ricevuto dall’assicurazione l’intero risarcimento: 22.500 dollari del 1974.
La scena aveva qualcosa di cinematografico, ma il ritrovamento non bastò a dimostrare una frode. Le indagini non chiarirono chi avesse portato la Ferrari sottoterra né per quale ragione fosse stata nascosta. Rimase in piedi l’ipotesi di un furto simulato dal proprietario per incassare l’indennizzo, senza che emergessero prove concrete sufficienti a sostenerla. La storia della Dino, invece, acquistò peso con il passare del tempo, anche per la sua provenienza fuori dal comune.
Rosendo Cruz, residente ad Alhambra, comprò la Ferrari nell’ottobre del 1974 per regalarla alla moglie. Spese 22.500 dollari nel 1974, una somma alta per l’epoca, coerente con il prestigio e la rarità di una sportiva di quel tipo. L’auto aveva carrozzeria verde, cerchi Campagnolo e interni Daytona. Sono dettagli che ancora oggi vengono esaminati quando si valuta una vettura storica.
Il 7 dicembre 1974 Cruz denunciò il furto. Aveva parcheggiato la Dino durante una serata fuori e, al ritorno, non la trovò più. Da quel momento la vettura sparì dalla circolazione. Il fascicolo rimase senza una soluzione e la compagnia assicurativa liquidò il danno per l’intero importo dichiarato, chiudendo di fatto la prima parte della vicenda.
La Ferrari, però, non era stata demolita, esportata o lasciata in un deposito. Qualcuno l’aveva portata in una zona residenziale e aveva provveduto a nasconderla nel sottosuolo.
Per interrare un’automobile delle dimensioni della Dino servivano uno scavo adeguato, attrezzature e tempo. Bisognava poi ricoprire il terreno senza lasciare segni evidenti. In un quartiere abitato, il rischio di essere notati dai vicini, dai passanti o dagli stessi residenti della casa era tutt’altro che marginale.
Proprio questo rese complicata la ricostruzione dei fatti. Né gli inquilini né i proprietari dell’immobile riuscirono a spiegare come la Ferrari fosse finita lì. L’auto era stata avvolta in teli di plastica, una protezione che con ogni probabilità ridusse il contatto diretto con terra e acqua. Non poteva però arrestare del tutto gli effetti dell’ambiente.
Quando venne recuperata, la carrozzeria apparve in condizioni relativamente sorprendenti, anche se presentava un danno nella parte posteriore. L’aspetto esterno non cancellava i problemi provocati da anni trascorsi sotto il terreno: umidità, pressione e possibile corrosione delle componenti non isolate in modo sufficiente avevano comunque lasciato il loro segno.
Un agente commentò che non si trattava di piantare cavoli. La battuta restituiva bene l’assurdità della situazione. Quella Ferrari non era stata semplicemente parcheggiata in un luogo appartato: era stata sottratta alla vista per anni, sotto un giardino dove nessuno pensava di poter trovare una sportiva italiana già di valore.
Nel 1978 due bambini stavano scavando nel terreno. A un certo punto le loro mani incontrarono una superficie liscia e dura. Non sembrava una pietra, né un oggetto comune. Continuarono a togliere la terra e capirono che ciò che affiorava poteva essere il tetto di un’automobile.
La segnalazione fece arrivare sul posto due agenti della stazione dello sceriffo di Lennox. Gli agenti tornarono con attrezzature e mezzi per ampliare lo scavo. Sotto il giardino comparve una Dino 246 GTS verde del 1974, identificabile attraverso le caratteristiche del modello e i dati collegati alla denuncia di furto.
Il modo in cui era stata trovata rese l’episodio simile a una caccia al tesoro. Dietro la sorpresa, però, restava una vicenda con possibili implicazioni penali e assicurative. Il recupero non permise di stabilire chi avesse organizzato l’occultamento. Gli investigatori avevano una certezza, l’auto rubata si trovava nella proprietà, ma non le risposte alle domande principali: chi aveva scavato, quando la Ferrari era stata trasportata e come fosse stato possibile compiere il lavoro senza attirare l’attenzione.
La ricostruzione più sospettosa coinvolgeva lo stesso proprietario. Secondo questa ipotesi, Cruz avrebbe denunciato il furto per ottenere il pagamento dell’assicurazione, mentre la Dino sarebbe stata nascosta con l’idea di tenerla fuori dalla circolazione e recuperarla in un secondo momento. Se dimostrata, una condotta del genere avrebbe potuto configurare una frode assicurativa.
Non emersero però elementi conclusivi in quella direzione. La cronaca del caso non riportò prove capaci di attribuire l’occultamento al proprietario.
Restava quindi anche una spiegazione diversa: la Ferrari poteva essere stata rubata da terzi e nascosta in attesa di un trasferimento o di una vendita. I ladri, per ragioni rimaste ignote, avrebbero poi abbandonato il piano senza recuperarla. Nemmeno questa teoria trovò una conferma definitiva.
Il fatto che l’assicurazione avesse pagato il risarcimento e che la vettura fosse stata trovata nella proprietà di estranei non dimostra, da solo, chi avesse preparato l’operazione. La prudenza è necessaria anche quando si ricostruisce la provenienza di un’auto storica: una storia insolita può attirare attenzione, ma non sostituisce i documenti relativi a proprietà, telaio, motore e interventi eseguiti.
Nel caso della Dino, il mistero aumentò l’interesse del pubblico senza trasformare le ipotesi in verità giudiziarie.
Dopo il recupero, la Ferrari passò alla compagnia assicurativa che aveva liquidato il sinistro. È il percorso coerente per un bene ritrovato dopo il pagamento dell’indennizzo: la vettura non tornò semplicemente al proprietario, priva di ulteriori verifiche, ma entrò in una nuova fase della propria storia commerciale.
La Dino venne poi venduta all’asta e passò nelle mani di nuovi proprietari. Il veicolo aveva bisogno di un intervento lungo e complesso, indispensabile per recuperare la funzionalità meccanica, la struttura e le finiture. Il restauro non eliminò il periodo trascorso sotto terra. Al contrario, quell’esperienza rimase parte della provenienza dell’auto, che da vettura danneggiata dall’occultamento tornò a essere utilizzabile come automobile storica.
Sulla vettura comparve una targa con la scritta “DUG UP”, cioè dissotterrata. È il riferimento più immediato alla vicenda. In due parole riassume la sparizione del 1974, gli anni nella terra, il ritrovamento casuale e il ritorno della Ferrari sulle strade della California.
La 246 GTS appartiene alla famiglia Dino, prodotta tra il 1969 e il 1974. Utilizza un motore V6 aspirato montato in posizione centrale e una carrozzeria disegnata da Pininfarina. La sigla GTS indica la versione spider con tetto rigido amovibile; la 246 GT, invece, è la berlinetta.
All’inizio il nome Dino non coincideva con quello delle Ferrari a dodici cilindri. La denominazione ricordava Alfredo Ferrari, figlio di Enzo Ferrari, conosciuto come Dino. Il suo progetto V6 ebbe un ruolo importante nello sviluppo tecnico della Casa. La stessa famiglia di motori venne utilizzata anche sulle Fiat Dino, nate dall’accordo industriale tra Fiat e Ferrari. L’intesa serviva a produrre rapidamente il numero di unità necessario per l’omologazione della Ferrari Dino 166 F2.
Quando si valuta una singola vettura, però, il modello generale non basta. Contano la corrispondenza tra telaio, motore e cambio, la correttezza dei colori, l’originalità dei componenti e la continuità della documentazione. Un esemplare con numeri coerenti e parti conformi agli archivi può avere una valutazione molto diversa da un’auto simile ricostruita con componenti non pertinenti.
Nella Ferrari sepolta, i cerchi Campagnolo e gli interni Daytona aiutano a definire configurazione e desiderabilità. Non sono però sufficienti, da soli, per stabilire una quotazione. Per arrivare a una valutazione attendibile serve un controllo completo dell’esemplare.
Le fonti disponibili mostrano che alcune Dino raggiungono cifre molto alte, ma non esiste un prezzo unico applicabile a ogni 246 GTS. Un risultato d’asta relativo a una Dino 246 GT del 1972, rimasta inutilizzata per quattro anni e dotata di telaio, motore, cambio e carrozzeria conformi agli archivi Ferrari, ha raggiunto nel 2026 274.560 sterline comprese le commissioni. La conversione riportata per quella vendita equivaleva a quasi 320.000 euro. La stima iniziale era compresa tra 140.000 e 180.000 sterline.
Il dato non può essere trasferito automaticamente alla GTS ritrovata in California. Si trattava infatti di una GT, non di una GTS, e il risultato dipese dalla provenienza, dai lavori già svolti, dalla conformità dei componenti e dalla competizione tra gli offerenti.
Un’altra Ferrari Dino 246 GT del 1972, conservata come progetto di restauro con componenti originali, era stata stimata tra 100.000 e 150.000 sterline. Per quella vettura il potenziale dopo il restauro era indicato fino a 400.000 sterline. Anche questo importo descrive una situazione precisa e non può essere considerato una tariffa generale di mercato.
Per una 246 GTS, dunque, il valore può collocarsi nel mercato internazionale delle auto da collezione, ma la cifra dipende dal singolo esemplare. La storia “DUG UP” rende la vettura riconoscibile e può aumentare l’attenzione degli acquirenti. Umidità, corrosione, riparazioni prive di documentazione o sostituzioni non corrette possono invece ridurre l’interesse e il prezzo.
Un restauro completo migliora la fruibilità dell’auto, a condizione che sia tracciabile. Fatture, fotografie, numeri di serie e certificazioni hanno un peso vicino a quello dell’aspetto esterno. Una carrozzeria impeccabile non basta se non è possibile ricostruire con chiarezza ciò che è stato fatto.
La fama del ritrovamento costituisce soltanto una parte del valore. Nel caso di una Dino 246 GTS, la valutazione tiene conto soprattutto di:
Un dossier incompleto può alimentare dubbi sull’autenticità dell’auto e sui lavori eseguiti. Una documentazione ordinata, al contrario, consente a periti, case d’asta e compagnie assicurative di ricostruire il percorso della vettura con maggiore precisione.
Il valore della Dino non dipende quindi soltanto dal fatto che due bambini abbiano trovato una Ferrari sotto terra. Nasce dalla combinazione tra la rarità della 246 GTS, la configurazione dell’esemplare, la qualità del recupero e la continuità della provenienza. La targa “DUG UP” identifica l’episodio più noto; a stabilire quanto quella storia possa valere sono soprattutto telaio, condizioni e documenti.
Alberto Pelletti è un esperto del settore motori con oltre 18 anni di esperienza nel campo dell’analisi automotive. Opera a Torino come consulente per aziende e privati, collaborando con realtà attive nel settore automobilistico. Le sue competenze spaziano dalla valutazione delle flotte aziendali all’ottimizzazione dei costi di gestione dei veicoli. Grazie alla sua lunga esperienza, ha sviluppa...