Da borgo silenzioso a modello d’impresa: l’intuizione di Daniele Kihlgren ha dato nuova vita alle case in pietra di Santo Stefano, intrecciando ospitalità e saperi locali. Un successo esteso da Matera al Rwanda, la cui eredità resta da misurare.
Alla fine degli anni Novanta Daniele Kihlgren cominciò ad acquistare case abbandonate a Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo, per ricavarne camere distribuite nel borgo. Morì a Roma il 7 ottobre 2026, a 60 anni. Il paese che aveva incontrato era segnato dallo spopolamento e dal silenzio; la sua idea fu di affidare all’architettura, agli arredi e ai saperi locali il ruolo centrale in un’attività ricettiva, invece di aggiungere attrazioni a un luogo isolato.
Santo Stefano di Sessanio è un centro medievale in pietra, arroccato a oltre 1.250 metri nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Alla fine del Novecento molte abitazioni erano vuote o in rovina. Nel 2001 circa il 75% del patrimonio residenziale risultava inutilizzato. In un paese segnato da questa condizione, Kihlgren scelse di recuperare gli edifici esistenti e di restituire loro una funzione economica, anziché costruire un nuovo complesso turistico.
Il suo arrivo viene collocato alla fine degli anni Novanta. Viaggiava in moto attraverso l’Abruzzo quando si imbatté nel borgo; poi iniziò a contattare i proprietari, spesso lontani, per acquistare case e locali abbandonati. Il lavoro proseguì per tappe. Le ricostruzioni del progetto indicano oltre 5.500 metri quadrati di immobili acquisiti e restaurati; una valutazione dell’attività ricettiva registrava 28 camere nel 2019. Gli interventi successivi hanno ricucito una parte del paese, edificio dopo edificio.
Per l’impresa, la scelta ha significato investire capitale e lavoro nella manutenzione del costruito. Sono tornate in uso abitazioni, stalle e stanze domestiche, mentre si è ampliata l’offerta di ospitalità del territorio. Una ricerca pubblicata nel 2023 riporta che i visitatori passarono da circa 285 nel 2001 a circa 7.300 nel 2008. La stessa analisi riferisce che nel 2009 l’occupazione nel comune era quasi trenta volte quella del 2001.
In un albergo tradizionale camere, reception e servizi si trovano di norma nello stesso edificio. L’albergo diffuso distribuisce invece le sistemazioni in più case del centro abitato, mantenendo un’organizzazione comune per l’accoglienza e la gestione. A Santo Stefano di Sessanio l’ospite alloggia nel tessuto del borgo: percorre le vie e raggiunge la camera passando per piazzette e vicoli.
È il paese stesso a entrare nell’esperienza del soggiorno. La gestione richiede però un’organizzazione articolata: gli edifici sono sparsi, gli spostamenti tra camere e spazi comuni vanno coordinati e i restauri devono accordare le necessità contemporanee con la tutela di murature e ambienti storici. La capacità ricettiva si crea riutilizzando immobili esistenti e l’attività turistica resta nel centro storico. A Sextantio il recupero ha interessato una quota rilevante del patrimonio edilizio e ha incoraggiato l’apertura di altre strutture nel paese.
Il carattere delle camere nasce dagli elementi delle case, non da una scenografia aggiunta. Gli interventi hanno lasciato visibili superfici irregolari, intonaci segnati dal tempo e pavimenti in pietra, inserendo gli impianti necessari alla vita contemporanea. Mobili di arte povera, letti e tessuti legati alla tradizione locale mantengono il rapporto con gli ambienti domestici originari. Le case sono state rese utilizzabili conservando le tracce della loro storia.
Nel progetto hanno trovato spazio anche lavorazioni artigianali: coperte tessute a mano, materassi di lana, oggetti in ferro battuto e tessili realizzati con tecniche tradizionali. La collaborazione con il Museo delle Genti d’Abruzzo ha accompagnato una ricerca sulle consuetudini domestiche, sui materiali e sulla cultura quotidiana del territorio. Il patrimonio comprende così anche gesti, tecniche e oggetti, che attraverso l’ospitalità possono diventare occasioni di lavoro.
Per chi soggiorna, il comfort contemporaneo convive con ambienti che conservano una fisionomia propria. Le camere possono avere camini, travi e arredi antichi; ai servizi moderni si affianca una proposta gastronomica legata alla cucina abruzzese. Le tariffe cambiano in base al periodo e alla tipologia di camera. Nel 2026 alcune offerte per due persone si collocano intorno ai 400 euro a notte, con variazioni legate alla stanza e alle date. Il prezzo remunera il recupero e il servizio, oltre alla disponibilità del letto.
Il progetto ha avuto ricadute oltre i confini della singola impresa. La crescita dei visitatori, dai circa 285 del 2001 ai circa 7.300 del 2008, si è accompagnata all’aumento dell’occupazione locale: nel 2009 il dato comunale risultava quasi trenta volte superiore a quello del 2001, secondo le stime riportate nell’analisi. Il turismo ha sostenuto anche servizi, ristorazione e attività legate ai prodotti e alle competenze del luogo.
Il borgo ha acquisito un’identità riconoscibile come destinazione, costruita sulle sue architetture e sulla sua storia rurale. Nel tempo sono cresciute le strutture ricettive, comprese iniziative indipendenti da Sextantio. Una ricognizione aziendale riferiva più di 20 strutture ricettive alberghiere, rispetto alle tre iniziali, e attribuiva all’albergo diffuso circa il 30% delle camere. Il modello si è quindi esteso oltre l’impresa originaria.
La crescita turistica ha dato valore economico a edifici prima trascurati e ha creato lavoro. Ha anche aumentato la pressione sugli immobili e orientato parte dell’uso del centro alle esigenze dei visitatori. Un’analisi storica dei valori immobiliari a Santo Stefano di Sessanio segnala un aumento tra il 2006 e il 2008. La vita del borgo comprende così attività rivolte agli ospiti e funzioni legate alla comunità residente.
Kihlgren portò l’idea del recupero anche in altri luoghi, adattandola alle caratteristiche di ciascuno. A Matera il progetto Sextantio Le Grotte della Civita ha trasformato ambienti rupestri dei Sassi in spazi ricettivi, mantenendo il legame con la pietra e con la storia degli insediamenti. A Santo Stefano il lavoro era partito dalle case in pietra del borgo; a Matera ha preso forma nelle grotte scavate nella roccia.
Nel 2022 il progetto si è esteso all’isola di Nkombo, nel lago Kivu, in Rwanda, con un’iniziativa di ospitalità in capanne. Il principio era usare l’attività turistica per valorizzare il patrimonio locale, adattandolo a un ambiente e a una comunità diversi. Il percorso africano comprendeva anche un progetto sanitario rivolto a persone congolesi in difficoltà economica, collegando la ricettività a un’idea più ampia di ricaduta sociale.
La storia di Sextantio mostra come la conservazione possa sostenere un’attività economica quando il soggiorno resta legato al luogo che lo rende possibile. Le case recuperate diventano camere, le tecniche artigianali entrano nei servizi e il borgo costituisce l’infrastruttura dell’esperienza. Il progetto ha ridotto il ricorso a nuove costruzioni e ha trasformato risorse culturali già presenti in lavoro e attrattività.
A Santo Stefano di Sessanio il recupero ha preso forma attraverso le caratteristiche architettoniche e sociali del paese. I benefici economici possono coinvolgere la struttura ricettiva, le imprese, i lavoratori e i residenti. Per il borgo e per le altre comunità interessate a questo esempio, la sfida è tenere insieme reddito e identità, facendo del patrimonio una risorsa economica e mantenendo il centro come spazio vissuto.
Il Dott. Marco Castagna è un esperto consulente senior nel settore delle imprese con oltre 15 anni di esperienza. Laureato in Economia Aziendale, la sua competenza si estende alla consulenza strategica, gestione delle risorse e ottimizzazione dei processi aziendali, rendendolo una figura di riferimento per molte aziende in crescita. Residente a Venezia, Marco ha collaborato con diverse start-up...