Il salvadanaio degli italiani rivela sorprese: non sempre chi ha redditi più alti riesce a mettere da parte di più. Differenze generazionali, abitudini, patrimonio, investimenti e geografie.
La realtà del risparmio nazionale offre una fotografia che mescola tradizione, sicurezza e trasformazione. I cittadini sono noti per una forte propensione a mettere da parte una quota delle proprie entrate, eppure questo consueto accumulo si accompagna a una gestione poco efficiente delle risorse. La rilevanza della ricchezza familiare rilevata negli ultimi anni coesiste con un'importante dicotomia: da un lato, una parte consistente dei patrimoni rimane ferma in liquidità; dall'altro, la concentrazione patrimoniale premia le fasce d'età più avanzate, lasciando i giovani più vulnerabili e meno pronti a investire su orizzonti di medio e lungo termine.
I dati aggiornati confermano che la ricchezza privata in Italia cresce, ma il suo accumulo non è equamente distribuito tra le generazioni. Nel 2025 la ricchezza netta media per famiglia ha toccato i 453mila euro, ma la mediana scende a 178mila euro, a testimonianza di una forte concentrazione patrimoniale. Il 10% più benestante delle famiglie detiene oltre il 60% della ricchezza netta complessiva, una quota che aumenta progressivamente, mentre la metà meno abbiente possiede solo il 7,2%. Dal 2010 a oggi, se la ricchezza media è cresciuta, quella mediana è diminuita, accentuando il divario.
L'andamento demografico gioca un ruolo determinante nella distribuzione dei risparmi. I dati dell'Osservatorio Assogestioni-Censis mostrano che l'età media di chi investe in fondi comuni in Italia ha raggiunto i 61 anni, con oltre il 64% dei sottoscrittori oltre i 55 anni e il 40% sopra i 65 nel 2025. I giovani sotto i 35 anni, invece, rappresentano appena il 10% del totale. Nel ventennio passato, questo sbilanciamento si è accentuato: nel 2005 l'età media dei sottoscrittori era 54 anni, con una presenza molto maggiore di under 45 rispetto agli anni.
Il comportamento finanziario degli italiani muta profondamente nel corso della vita, determinato sia dalle opportunità offerte dal mercato sia da scelte personali e culturali. Le giovani generazioni, tra i 18 e i 35 anni, mostrano un tasso di accantonamento superiore all'89%, ma spesso per obiettivi di breve periodo (come piccoli acquisti o viaggi) e per formarsi un cuscinetto di sicurezza contro imprevisti. Il risparmio per la pensione resta una priorità solo per meno di un quarto dei giovani, complice anche la percezione di un futuro previdenziale sempre più incerto:
Molti vivono ancora con i genitori, studiano o ricevono aiuti. Non pagare un affitto, le utenze e una spesa alimentare completa permette di conservare parte di un'entrata modesta. Il rapporto definisce non intenzionale il risparmio che nasce come differenza non programmata tra entrate e uscite: tra i 18-24enni questa condizione riguarda il 50% del gruppo, contro appena l'8,8% di risparmiatori intenzionali.
Il loro salvadanaio è fragile perché può dipendere dalla casa familiare più che dal reddito personale. L'uscita dal nucleo, un trasferimento per lavoro o l'acquisto di un'auto possono assorbirlo rapidamente. Per questa fascia il valore vero non è la somma già accumulata, ma la costruzione di un'abitudine: separare una quota appena arriva il reddito, evitare debiti costosi e creare un primo fondo per imprevisti.
I 25-34enni accantonano l'11,4% del reddito, secondo risultato dopo gli over 65. Risparmia il 58,1%, mentre il reddito netto medio dichiarato è di 26.321 euro. È una fascia con una buona capacità di trattenere risorse, nonostante il percorso verso l'autonomia sia diventato più lungo e costoso.
Affitto, deposito cauzionale, trasloco, automobile, formazione, matrimonio e primo figlio tendono a concentrarsi nello stesso decennio. Chi compra casa deve formare l'anticipo e affrontare le spese accessorie; chi resta in affitto subisce canoni molto alti nei mercati urbani. La precarietà lavorativa rende poi più difficile programmare versamenti costanti.
La percentuale del 58,1% non deve nascondere chi resta fuori. Quattro persone su dieci non hanno generato risparmio nell'anno osservato. Il divario interno è ampio tra chi vive ancora in una casa di famiglia, chi riceve aiuti e chi paga da solo ogni costo.
Per un giovane adulto il salvadanaio dovrebbe servire prima alla stabilità, poi all'investimento di lungo periodo. Denaro destinato a una caparra nei prossimi due anni non ha la stessa funzione di quello messo da parte per la pensione tra trent'anni. Mescolare i due obiettivi spinge a investire con troppo rischio una somma che potrebbe servire presto.
La fascia 35-44 anni conta il 60,5% di risparmiatori, quasi quanto gli over 65. È anche quella con la più alta presenza di risparmio intenzionale: il 26,3% pianifica l'accantonamento. La quota complessiva trattenuta sul reddito, però, scende al 10,6%.
Sono anni nei quali la pianificazione finanziaria si scontra con il massimo carico familiare. Il mutuo, i costi per i figli, i servizi educativi e le spese di mobilità lasciano poco spazio. Una famiglia con due redditi può avere entrate elevate, ma sostiene anche consumi incomprimibili molto superiori a quelli di un pensionato solo con casa di proprietà.
Il risparmio di questa età non si vede tutto sul conto. La quota capitale della rata del mutuo riduce il debito e accresce il patrimonio netto, pur non essendo percepita come denaro messo nel salvadanaio. Lo stesso vale per la previdenza complementare trattenuta dallo stipendio o per il trattamento di fine rapporto. Guardare soltanto alla liquidità può quindi sottostimare l'accumulo reale.
Il rischio maggiore è affrontare ogni obiettivo con lo stesso contenitore. Fondo per emergenze, spese dei figli, manutenzione della casa e pensione dovrebbero essere separati almeno mentalmente, meglio ancora in strumenti distinti per durata e grado di rischio.
I 45-54enni dichiarano un reddito medio di 23.383 euro, risparmiano l'11% delle entrate e il 59,5% riesce ad accantonare qualcosa. Il reddito rilevato è inferiore a quello delle fasce adiacenti, un risultato influenzato dalla composizione del campione, dalle diverse condizioni professionali e dall'unità familiare intervistata.
In questa fase convivono situazioni lontanissime. Ci sono lavoratori all'apice della progressione professionale, autonomi con entrate variabili, persone espulse precocemente dal mercato, nuclei con figli ancora dipendenti e famiglie che iniziano ad assistere genitori anziani. La media appiattisce differenze molto grandi.
Il salvadanaio può crescere quando il mutuo si riduce e la carriera migliora, ma può essere eroso da spese universitarie, aiuti ai figli, separazioni o cure familiari. È anche l'età nella quale recuperare anni senza risparmio previdenziale diventa più oneroso: per ottenere lo stesso capitale finale occorrono versamenti più alti rispetto a chi ha iniziato prima.
Qui si trova il paradosso del titolo. Con 34.960 euro netti annui, i 55-64enni hanno il reddito più alto. Eppure la loro quota di risparmiatori è del 52,9%, la più bassa, mentre il tasso di accantonamento è del 10,4%, penultimo valore dopo quello dei giovanissimi.
Il dato non dice che questa fascia metta via meno euro di tutte le altre. Applicare una percentuale leggermente più bassa a un reddito molto superiore può generare un flusso monetario più grande. Dice però che il reddito alto non basta a produrre una forte propensione al risparmio e che quasi la metà non ha accantonato.
Le ragioni possono essere diverse: figli economicamente dipendenti più a lungo, rate ancora aperte, aiuti ai genitori anziani, spese sanitarie, discontinuità lavorative prima della pensione e tentativo di conservare un tenore di vita costruito negli anni. Nel campione possono rientrare anche persone con un patrimonio già adeguato che non sentono l'urgenza di aumentarlo.
È l'ultima finestra nella quale il reddito da lavoro può essere sfruttato per rafforzare la pensione. Prima di aumentare gli investimenti conviene controllare debiti, coperture assicurative, posizione previdenziale e costi futuri dell'abitazione. Una brusca riduzione dell'entrata al pensionamento può rendere insostenibile una spesa costruita sullo stipendio migliore della carriera.
Gli over 65 risparmiano più di ogni altra fascia in proporzione alle entrate: 11,7%. Il 60,7% dichiara un avanzo e il 38,6% appartiene ai risparmiatori non intenzionali. Il reddito medio, 26.317 euro, è quasi 8.650 euro più basso di quello dei 55-64enni.
La pensione tende a essere inferiore all'ultimo stipendio, ma offre regolarità. Molti anziani possiedono l'abitazione, hanno estinto il mutuo e vivono in nuclei piccoli. Si riducono le spese legate al lavoro, agli spostamenti quotidiani e ai figli conviventi. Questi fattori possono liberare una quota di reddito.
C'è poi il risparmio precauzionale. Il timore di spese sanitarie, assistenza domiciliare e perdita di autonomia induce a trattenere liquidità anche quando il patrimonio sarebbe sufficiente. L'indagine 2025 rileva un forte orientamento verso figli e nipoti: il 70% dei silver ritiene che si debba lasciare almeno la casa ai discendenti e circa la metà considera l'eredità un dovere morale.
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...