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Intervista a Irene, quando gli atteggiamenti e le osservazioni sul lavoro diventano lentamente un mobbing insopportabile

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Attraverso la testimonianza di Irene, il fenomeno del mobbing sul lavoro viene analizzato nelle sue fasi: dai primi segnali ai suoi impatti psicologici, passando per isolamento e dubbi.

In molti ambienti di lavoro, la presenza di tensioni può apparire un elemento quasi fisiologico, destinato a scomparire con la fine di un progetto o con il passare del tempo. Tuttavia, per alcune persone come Irene, 35 anni, professionista in una multinazionale di servizi a Milano, il clima si trasforma lentamente in un sottile veleno quotidiano che supera il semplice stress. In questa intervista, il racconto di Irene aiuta a riconoscere le dinamiche e le conseguenze che distinguono la pressione lavorativa dal vero e proprio mobbing: un insieme di comportamenti che si insinuano nella routine e compromettono profondamente la dignità e la serenità della persona.

La storia di Irene evidenzia come osservazioni ripetute, toni svalutanti e atteggiamenti che inizialmente possono sembrare banali, si trasformino in una sequenza sistematica di attacchi alla persona. Non è facile distinguere il punto in cui il disagio diventa sintomo di una situazione patologica; spesso ci si ritrova in un labirinto fatto di dubbi, autocritica e senso di isolamento. Far luce su questo percorso, attraverso la voce di chi lo vive, permette di riconoscere il confine tra la normale fatica lavorativa e il deterioramento delle condizioni psicologiche legato a dinamiche oppressive e disfunzionali.

Riconoscere il confine tra stress lavorativo e mobbing

Irene, quando hai iniziato a percepire che certi atteggiamenti sul lavoro non erano semplici tensioni quotidiane, ma qualcosa di più profondo e sistematico?

“All'inizio pensavo si trattasse di normali pressioni, come può capitare quando ci sono nuove responsabilità o si lavora sotto scadenza. Poi però sono cominciate critiche ricorrenti su dettagli minimi, commenti sarcastici e discussioni su argomenti che non riguardavano il mio rendimento, ma il mio modo di pormi o di collaborare. Mi sentivo spesso sotto osservazione e qualsiasi gesto diventava uno spunto per mettere in discussione il mio valore. Gradualmente ho avvertito che la pressione non riguardava più il lavoro, ma la mia persona. Era una sensazione sottile, ma persistente, che mi ha portata a farmi molte domande su cosa stesse succedendo davvero. La differenza fondamentale tra stress lavorativo e mobbing sta nell'intenzionalità e nella sistematicità dei comportamenti: mentre il primo può derivare da un'organizzazione o da obiettivi elevati, il secondo si accompagna a azioni reiterate volte a sminuire, isolar e logorare l'individuo, superando il limite della fisiologica pressione aziendale”.

Cme si manifesta il mobbing sul luogo di lavoro

C'è stato un episodio preciso che ti ha fatto capire che le osservazioni, i toni o i comportamenti nei tuoi confronti stavano diventando insopportabili? In che modo questo clima si manifestava ogni giorno?

“Non ricordo un momento esatto, piuttosto un accumulo. Un giorno, una collega mi ha riferito di aver sentito un gruppo di colleghi parlare di me in modo sprezzante, criticando anche la mia vita privata. Venivano fatte battute ambigue durante le riunioni, mi trovavo esclusa da certi incontri o aggiornamenti importanti. Ogni errore, anche minimo, veniva sottolineato pubblicamente, mentre i miei successi venivano ignorati. Mi sono resa conto che osservazioni sul lavoro si alternavano a frasi sottilmente svalutanti pronunciate davanti agli altri, lasciando intendere che non ero all'altezza. In altri casi, sono stata lasciata fuori dalle pause, o nessuno si sedeva vicino a me durante il pranzo. Il clima era sempre più ostile, anche se non urlato: era un continuo gocciolio di esclusioni, critiche e atteggiamenti di chiusura. Questi episodi riflettono i classici segnali di un ambiente lavorativo disfunzionale, non limitati a un singolo episodio, ma caratterizzati da uno schema di comportamenti tesi a logorare la persona oggetto di attenzione negativa. Secondo studi psicologici e sentenze della Corte di Cassazione, simili dinamiche possono rapidamente sconfinare nel danno alla dignità personale, facendo entrare la questione nel campo della tutela legale”.

L'isolamento e la difficoltà di essere creduti

Chi ti stava intorno, colleghi o responsabili, si rendeva conto di quello che stava accadendo oppure tutto avveniva in modo più sottile e difficile da dimostrare?

“In molti hanno visto qualcosa, ma nessuno ha mai preso posizione apertamente. Le dinamiche di esclusione venivano percepite, ma spesso coperte dal silenzio e dalla paura di esporsi. Qualcuno ogni tanto mi chiedeva se andasse tutto bene, ma capivo che avevano timore di parlare troppo. Anche i superiori, pur intuendo che qualcosa non funzionava nel team, si limitavano a generiche raccomandazioni sulla collaborazione senza mai affrontare la questione di fondo. L'assenza di riscontro o solidarietà esplicita era una delle parti più dolorose. Si vive una sorta di doppio isolamento: quello reale, nella vita lavorativa quotidiana, e quello emotivo, quando realizzi che le tue sensazioni vengono minimizzate o ignorate. Questa fotografia mostra come il mobbing sia spesso un fenomeno sommerso, per sua natura difficile da documentare e da denunciare. La presenza di silenzi collettivi, dovuti a timore di rappresaglie o meccanismi di autoprotezione, rafforza il senso di solitudine e vulnerabilità della vittima”.

Impatti sulla salute psicologica, personale e professionale

Qual è stato l'effetto più pesante sulla tua vita personale e professionale di questa pressione costante?

“La cosa più devastante è stata la perdita di fiducia in me stessa. Ho iniziato a mettere in dubbio ogni mia competenza, temevo di essere effettivamente inadeguata solo perché venivo trattata così. Mi sentivo stanca, irritabile, e portavo il malessere anche fuori dall'ufficio: ho smesso di vedere le persone e mi chiudevo sempre di più. Dal punto di vista professionale, la motivazione era ai minimi termini, avevo paura di sbagliare e facevo di tutto per passare inosservata. Ho cominciato anche a somatizzare: insonnia, mal di stomaco e ansia erano diventati costanti. Ho dovuto rivolgermi a uno specialista dopo che queste condizioni sono peggiorate. L'esperienza di Irene rispecchia quanto evidenziato dalla letteratura scientifica e dalle norme di tutela psicosociale: l'esposizione prolungata a comportamenti ostili può determinare disturbi dell'umore, ansia, depressione, problemi fisici e perdita della capacità lavorativa. Secondo le direttive in tema di salute e sicurezza sul lavoro, anche lo stress lavoro-correlato e la tutela della dignità personale devono essere parte integrante della prevenzione dei rischi aziendali”.

Parlare o restare in silenzio? Il ruolo delle risorse umane

Hai mai provato a parlarne in azienda, con le risorse umane o con un superiore? E che tipo di risposta hai ricevuto?

“Sì, ho chiesto un incontro con le risorse umane dopo settimane di forte disagio. Ho spiegato quello che succedeva, ma la reazione è stata molto fredda. Mi è stato chiesto di spiegare meglio e alla fine la questione è stata ricondotta a semplici fraintendimenti legati allo stress di periodo. Anche il mio responsabile diretto non è mai intervenuto. Non è seguito nessun vero ascolto attivo, nessuna indagine sui comportamenti segnalati. Questo tipo di risposta allarga ancora di più il divario tra la vittima e l'azienda, perché ti senti non soltanto senza alleati, ma anche indirettamente colpevolizzata di causare problemi. Ho compreso che manca spesso la volontà concreta di affrontare i temi di disagio organizzativo. Le modifiche normative, come evidenziato dal DL Sicurezza sul lavoro, ribadiscono che la tutela della dignità e sicurezza psicologica rientra tra gli obblighi di prevenzione aziendale. L'implementazione di policy trasparenti, canali di ascolto riservati e la formazione mirata sono essenziali per evitare che la segnalazione venga banalizzata o archiviata come problema personale”.

La sottile linea tra ambiente difficile e abuso sistematico

Quanto è difficile, per chi vive una situazione simile, distinguere tra un ambiente di lavoro semplicemente duro e una vera forma di mobbing? Ti sei mai sentita portata a dubitare di te stessa, delle tue capacità o perfino della legittimità del tuo disagio?

“La difficoltà maggiore è riconoscere che ciò che si subisce non è normale pressione, ma un abuso sistematico. La linea è sottilissima: spesso chi è vittima si sente fragile, esagera o si convince che forse sono io il problema. Ho iniziato a chiedermi se non fossi troppo sensibile, se non dovessi solo farmi scivolare addosso qualche battuta. Ma le osservazioni sul lavoro non riguardavano più solo la mia performance, erano pensate per farmi sentire inadeguata come persona. Questa è la vera differenza tra ambiente competitivo e situazione patologica. Il fenomeno dell'autocolpevolizzazione è comune e spesso rappresenta uno degli ostacoli principali nell'attivazione di percorsi di tutela. La cultura aziendale e la mancanza di consapevolezza rispetto alla gravità e agli effetti del mobbing possono contribuire ad alimentare ulteriormente la confusione della vittima, ritardando o impedendo un'adeguata reazione”.

Cche cosa aiuta chi è vittima di mobbing a non sentirsi sola

Cosa ti ha aiutata, oppure cosa avresti voluto trovare, per non sentirti sola dentro questa esperienza?

“Mi hanno aiutata poche persone che sono riuscite ad ascoltarmi senza giudicare, offrendomi uno spazio di parola sicuro e senza consigli sbrigativi. Aver avuto il coraggio di rivolgermi a uno psicologo è stato determinante per riconoscere il valore delle mie emozioni e le responsabilità reali della situazione. Avrei desiderato trovare policy aziendali più chiare, strumenti di tutela effettivi e un ambiente in cui anche i colleghi si sentissero legittimati a offrire il proprio punto di vista. Nel contesto attuale, molte aziende stanno introducendo codici di comportamento, canali anonimi di segnalazione e momenti di formazione per rafforzare senso di appartenenza e cultura del rispetto, elementi chiave per prevenire e contrastare fenomeni lesivi della dignità personale”.

Consigli e parole di sostegno

Se oggi potessi parlare a una persona che sta vivendo gli stessi segnali, lenti ma continui, che messaggio le daresti?

“Direi che non bisogna mai sentirsi in colpa per il proprio disagio. Le emozioni sono sempre valide, anche quando ci fanno sentire inadeguati o fragili. Non sottovalutare mai il potere di un ascolto vero, cerca confronto anche fuori dall'azienda e, se senti che non vieni ascoltata, rivolgiti a professionisti preparati o a servizi di tutela specifici. L'isolamento e il silenzio sono alleati dell'abuso, non accettarli come destino. Ricordati che meriti rispetto, e che riconoscere la situazione è il primo passo per trovare una soluzione. L'esperienza di Irene sottolinea l'importanza di una cultura del sostegno e della responsabilità condivisa, a beneficio non solo delle singole persone ma dell'intera organizzazione, chiamata a riconoscere e tutelare pienamente la dignità di ciascun membro”.




Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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