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Italia ultima in Ue per spesa in istruzione sul Pil ma destina soldi più di tutti alla scuola superiore

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di Marianna Quatraro pubblicato il
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L'Italia continua a spendere poco per l'istruzione se si guarda al rapporto con il Pil, ma nasconde un primato singolare: è il Paese europeo che destina la quota più alta di risorse alla scuola superiore: il doppio dato apparentemente contraddittorio

L'Italia continua a spendere poco per l'istruzione se si guarda al rapporto con il Pil, ma nasconde un primato singolare: è il Paese europeo che destina la quota più alta di risorse alla scuola superiore. Un doppio dato, apparentemente contraddittorio, che secondo gli ultimi numeri Eurostat racconta molto bene le priorità (e le anomalie) del sistema educativo italiano rispetto al resto d'Europa.

Quanto spendono i Paesi Ue per l'istruzione

Nel 2023, ultimo anno per cui sono disponibili dati aggiornati, i Paesi dell'Unione europea hanno speso complessivamente 806 miliardi di euro per l'istruzione, una cifra pari al 4,7% del Pil comunitario. Si tratta di un valore che a prima vista appare consistente, ma che se osservato in una prospettiva più ampia mostra un andamento in controtendenza.

Secondo Eurostat, infatti, la spesa pubblica per l'istruzione in percentuale del Pil è diminuita nell'ultimo decennio, passando dal 4,96% del 2014 al 4,65% del 2023. Un calo che riguarda la media europea nel suo complesso e che si inserisce in un quadro più ampio di contenimento della spesa pubblica in molti Stati membri, spesso a favore di altre voci di bilancio come la sanità o il welfare pensionistico.

La classifica dei Paesi che investono di più

A guidare la classifica dei Paesi più virtuosi per investimenti in istruzione, in rapporto al Pil, troviamo un gruppo di Stati del Nord Europa, storicamente attenti alla spesa sociale e educativa. Ecco i Paesi che destinano la quota più alta:

  • Svezia, con il 6,8% del Pil;
  • Finlandia, con il 6,29% del Pil;
  • Islanda, con il 6,27% del Pil;
  • Belgio, con il 6,21% del Pil;
  • Danimarca, con il 6,11% del Pil;
  • Norvegia, con il 5,74% del Pil;
  • Francia, con il 5,26% del Pil;
  • Olanda, con il 5,17% del Pil;
  • Austria, con il 5,16% del Pil.
Subito sotto, più vicini alla media Ue del 4,7%, troviamo un secondo gruppo di Paesi, tra cui figura anche l'Italia:
  • Slovacchia, con il 4,92% del Pil;
  • Svizzera, con il 4,83% del Pil;
  • Slovenia, con il 4,82% del Pil;
  • Cipro, con il 4,80% del Pil;
  • Germania, con il 4,77% del Pil;
  • Polonia, con il 4,54% del Pil;
  • Portogallo, con il 4,48% del Pil;
  • Bulgaria, con il 4,44% del Pil;
  • Lettonia, con il 4,34% del Pil;
  • Lituania, con il 4,34% del Pil;
  • Spagna, con il 4,34% del Pil;
  • Italia, con il 4,06% del Pil.
L'Italia si colloca dunque tra gli ultimi posti della graduatoria europea, un dato che conferma una tendenza ormai consolidata negli anni: il nostro Paese investe in istruzione una quota di ricchezza nazionale inferiore rispetto alla gran parte dei partner comunitari, nonostante in valore assoluto la spesa pubblica italiana per la scuola sia tra le più alte dell'Unione, terza solo a Germania e Francia grazie alle dimensioni dell'economia nazionale.

Il paradosso italiano: perché tanti soldi vanno alla scuola superiore

Il dato più interessante, però, riguarda come l'Italia distribuisce le risorse tra i diversi livelli di istruzione. Qui emerge un'anomalia che ci distingue nettamente dal resto d'Europa.

Nella maggior parte dei Paesi Ue la spesa per studente cresce progressivamente salendo nei livelli di istruzione, raggiungendo il valore più alto nell'università. In Italia, invece, questo non accade. Insieme a Grecia, Cipro, Lituania e Portogallo, il nostro Paese è tra i pochissimi in cui l'istruzione terziaria non è il livello con la spesa media per studente più elevata.

A pesare di più nel bilancio educativo italiano è infatti la scuola secondaria superiore. Considerando i Paesi per cui Eurostat dispone di dati comparabili, in media nell'Unione europea il 40,5% della spesa complessiva per l'istruzione va alla primaria e alla secondaria inferiore, il 26,3% all'istruzione terziaria, il 21,2% alla secondaria superiore e alla formazione post secondaria non universitaria, e il 12% alla scuola dell'infanzia.

L'Italia si allontana nettamente da questa media: il 26,9% di tutta la spesa educativa nazionale è concentrato nella scuola superiore, per i diversi indirizzi, e nella formazione post secondaria non terziaria. È la quota più alta registrata in tutta l'Unione europea, seguita a distanza dal Belgio con il 25,4%, mentre nella maggior parte degli altri Paesi questa voce pesa tra il 16,4% e il 23,6% del totale.

Diversi fattori concorrono a spiegare perché in Italia la scuola superiore assorba così tante risorse rispetto agli altri livelli formativi.

Il primo riguarda la struttura del sistema scolastico italiano, che prevede un ciclo di istruzione secondaria superiore lungo cinque anni, tra i più estesi in Europa, con una rete capillare di istituti tecnici, professionali e licei distribuiti su tutto il territorio nazionale, anche nelle aree a bassa densità demografica. Mantenere attiva questa rete di scuole, con i relativi costi di personale docente, edifici e organizzazione didattica, comporta una spesa strutturale molto elevata.

Il secondo fattore è legato al peso degli stipendi degli insegnanti sul totale della spesa educativa. Nella maggior parte dei Paesi europei per cui Eurostat fornisce il dettaglio, la voce principale della spesa delle istituzioni scolastiche è rappresentata proprio dalle retribuzioni del personale docente. In un sistema come quello italiano, con un numero elevato di insegnanti di ruolo nella scuola superiore e una impostazione ancora molto centrata sull'insegnamento in presenza e sulla figura del docente di classe, questa componente pesa in modo particolarmente significativo.

C'è poi un elemento demografico da tenere in considerazione. Il calo delle nascite sta già riducendo le coorti in età scolare in diversi Paesi europei, Italia compresa, e questa tendenza è destinata a proseguire nei prossimi anni. Se il numero di studenti iscritti diminuisce mentre le risorse complessive restano sostanzialmente stabili, la spesa media per studente tende inevitabilmente a salire, anche in assenza di un vero incremento del bilancio destinato alla scuola.

Infine, va considerato il minore investimento relativo sull'università italiana rispetto ad altri Paesi Ue. Se in nazioni come la Danimarca l'istruzione terziaria arriva ad assorbire fino al 38,1% della spesa educativa complessiva, in Italia il peso dell'università resta più contenuto, contribuendo così, per differenza, a far apparire ancora più marcata la quota destinata alla scuola superiore.

Il ruolo degli aiuti a studenti e famiglie

Un altro elemento che differenzia l'Italia dal resto d'Europa riguarda gli aiuti economici diretti a studenti e famiglie, come borse di studio e prestiti pubblici legati alla condizione di studente. Nel 2023, nell'istruzione terziaria, questi sostegni valevano in media 1.801 euro per studente a livello Ue, con differenze enormi tra Paesi: dalla Danimarca, che superava gli 8.200 euro, fino alla Lettonia, ferma a pochi euro.

Per l'Italia il dato più rilevante riguarda il peso di questi aiuti sulla spesa pubblica universitaria complessiva: il 31,7% delle risorse destinate all'istruzione terziaria va infatti a studenti e famiglie sotto forma di borse e altri sostegni, quasi un terzo del totale. Una quota superiore a quella di Paesi Bassi, Danimarca e Svezia, anche se ancora lontana da quella dell'Irlanda, che secondo i dati 2022 arriva quasi al 48%.

Cosa dicono questi numeri sul sistema scolastico italiano

Nel complesso, il quadro che emerge dai dati Eurostat racconta un'Italia che spende in valore assoluto cifre importanti per l'istruzione, terza in Europa dopo Germania e Francia, ma che in rapporto alla dimensione della propria economia investe meno della maggior parte dei partner comunitari. Allo stesso tempo, il sistema italiano si distingue per un modello di distribuzione delle risorse molto sbilanciato verso la scuola superiore, a scapito soprattutto dell'università, un'anomalia che pochi altri Paesi europei condividono.

Un modello che riflette scelte storiche, strutturali e demografiche del sistema scolastico nazionale, ma che apre anche interrogativi sulla capacità dell'Italia di sostenere adeguatamente il segmento della formazione terziaria, cruciale per la competitività del Paese e per l'occupazione giovanile qualificata, in un contesto in cui la quota di laureati resta comunque tra le più basse d'Europa.




Marianna Quatraro

Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...