Dal 2006 il tuo sito imparziale su Lavoro, Fisco, Investimenti, Pensioni, Aziende ed Auto

Investire in armi per l'Italia è sbagliato: 1000 euro spesi in armi rendono 741, in sanità 1562 e scuola 1254 secondo nuovo studio

WhatsApp X Telegram
di Dott. Luca Rossoni pubblicato il

Un nuovo studio internazionale mette a confronto il ritorno economico della spesa militare con quello della spesa in sanità, istruzione e protezione ambientale. Il risultato è netto: in Italia investire in armi conviene meno che investire nel welfare.

Ogni euro speso dallo Stato italiano non produce lo stesso effetto sull'economia. A seconda del settore in cui viene indirizzato, genera un diverso moltiplicatore economico, cioè un diverso impatto in termini di produzione, reddito e occupazione attivati a catena nel sistema produttivo nazionale. È proprio su questo indicatore che si concentra il rapporto Arming Europe, uno studio internazionale commissionato dagli uffici nazionali di Greenpeace in Italia, Germania e Spagna, e curato da un team di economisti di diverse università, tra cui la Scuola Normale Superiore e l'Università di Milano Bicocca.

Il dato che sta facendo discutere è semplice da leggere ma pesante nelle sue implicazioni: 1.000 euro spesi in armamenti generano un ritorno economico di circa 741 euro, contro i 1.562 euro attivati da un pari investimento in sanità e i 1.254 euro generati dalla spesa in istruzione. In altre parole, dal punto di vista strettamente macroeconomico e occupazionale, la spesa militare rende meno di quasi ogni altro settore civile analizzato.

Cosa misura davvero lo studio Arming Europe

È importante chiarire subito un punto, per evitare fraintendimenti: i numeri diffusi da Arming Europe non sono un giudizio etico o politico sulla spesa militare, ma il risultato di un'analisi economica basata sul cosiddetto effetto moltiplicatore della spesa pubblica. Si tratta di un indicatore standard usato in economia per calcolare quanta produzione aggiuntiva, reddito e occupazione vengono generati nel sistema economico nazionale per ogni euro di spesa pubblica investito in un determinato settore.

Il metodo utilizzato dai ricercatori si basa su tavole input output, cioè modelli statistici che ricostruiscono le interconnessioni tra i diversi settori produttivi di un Paese, elaborati a partire dai dati OCSE relativi a Germania, Italia e Spagna. Attraverso questo strumento, gli economisti hanno simulato cosa accadrebbe alla produzione interna, al reddito delle famiglie e ai livelli di occupazione se una stessa somma di denaro pubblico venisse spostata dagli armamenti verso sanità, istruzione o protezione ambientale.

Il risultato conferma quello che gli economisti chiamano un principio piuttosto consolidato: i settori a maggiore intensità di servizi e lavoro, come la sanità e la scuola, tendono a generare un moltiplicatore più alto rispetto ai settori a maggiore intensità di importazioni e capitale, come l'industria della difesa.

Perché la spesa in armi rende meno

Uno dei motivi principali individuati dallo studio riguarda la dipendenza dall'estero del comparto della difesa italiano. Una parte consistente delle risorse destinate all'acquisto di nuovi sistemi d'arma non resta infatti nel circuito economico nazionale, ma viene spesa per importare tecnologie e componenti da altri Paesi, in particolare dagli Stati Uniti. Questo significa che, quando lo Stato spende un euro in armamenti, una quota di quell'euro esce dai confini nazionali e non genera ulteriore attività economica in Italia.

Al contrario, la spesa in sanità, istruzione e protezione ambientale si concentra prevalentemente su servizi erogati internamente, come personale sanitario, insegnanti, infrastrutture pubbliche e manutenzione del territorio. Si tratta di settori che richiedono meno importazioni, meno beni intermedi acquistati all'estero e più lavoro qualificato locale, con la conseguenza di attivare un circolo virtuoso più ampio all'interno dell'economia nazionale.

Secondo quanto riportato dal rapporto, la differenza si osserva in modo ancora più netto se si guarda alla protezione dell'ambiente, il settore che secondo lo studio genera il moltiplicatore più alto in assoluto tra quelli analizzati, seguito da sanità e istruzione.

L'impatto sull'occupazione

Il rapporto Arming Europe non si ferma al solo effetto sulla produzione, ma analizza anche l'impatto occupazionale della spesa pubblica nei diversi settori. Anche in questo caso il confronto penalizza la spesa militare: a parità di risorse investite, gli armamenti risultano il comparto che crea meno posti di lavoro rispetto ad ambiente, sanità e istruzione.

Questo accade perché la produzione di sistemi d'arma è un settore ad alta intensità di capitale, cioè richiede grandi investimenti in tecnologia e macchinari, ma relativamente poco lavoro umano diretto rispetto al valore prodotto. I settori dei servizi pubblici, al contrario, sono per loro natura ad alta intensità di lavoro: assumere personale sanitario, docenti o tecnici ambientali significa creare occupazione in modo molto più diretto rispetto all'acquisto di un caccia o di un sistema missilistico.

Il contesto: una crescita della spesa militare senza precedenti

Il tema del moltiplicatore economico non nasce per caso, ma si inserisce in un quadro di crescita rapida della spesa militare sia a livello europeo che italiano. Secondo i dati raccolti nel rapporto, nel decennio preso in esame la spesa militare complessiva dei Paesi NATO dell'Unione europea è aumentata in modo significativo, trainata soprattutto dall'acquisto di nuovi sistemi d'arma, che negli stessi anni è cresciuto a ritmi molto più sostenuti rispetto al resto della spesa militare.

Anche in Italia il fenomeno è evidente: nello stesso periodo la spesa per i nuovi sistemi d'arma è più che raddoppiata, passando da circa 2,5 miliardi di euro a 5,9 miliardi di euro. Un incremento che, secondo lo studio, si è accompagnato a una crescita molto più contenuta della spesa pubblica destinata a sanità, istruzione e protezione ambientale, settori che nello stesso arco temporale hanno visto aumenti percentuali decisamente più bassi.

Questo squilibrio, secondo gli autori del rapporto, rischia non solo di sottrarre risorse al welfare, ma anche di rallentare, dal punto di vista puramente economico, la crescita del Paese, proprio perché la spesa militare produce un ritorno inferiore rispetto alle alternative civili disponibili.

Un'analisi economica, non una posizione ideologica

Va sottolineato con chiarezza che lo studio Arming Europe non intende esprimere un giudizio politico sulla necessità o meno di investire nella difesa nazionale, un tema che rimane oggetto di legittimo dibattito pubblico e che coinvolge considerazioni di sicurezza, geopolitica e alleanze internazionali che esulano dall'analisi economica. Il rapporto si concentra esclusivamente su un aspetto specifico e misurabile: l'efficienza macroeconomica e occupazionale della spesa pubblica, calcolata attraverso strumenti statistici riconosciuti dalla comunità scientifica.

In questo senso, i dati diffusi vanno letti come un contributo tecnico al dibattito sulle priorità di allocazione delle risorse pubbliche, più che come un'indicazione sulla opportunità strategica degli investimenti in difesa. Resta comunque un elemento di riflessione rilevante per chi si occupa di politiche economiche e di bilancio dello Stato, soprattutto in una fase storica in cui la spesa militare italiana ed europea è in forte espansione.

Le reazioni al rapporto

Il rapporto ha avuto un'ampia eco nel dibattito pubblico italiano, alimentando il confronto tra chi sostiene la necessità di rafforzare le capacità di difesa nazionale, anche alla luce del contesto geopolitico internazionale, e chi invece chiede di ridurre la spesa militare a favore di settori considerati prioritari per il benessere collettivo, come sanità, scuola e transizione ecologica.

Da Greenpeace, promotrice dello studio insieme alle sedi tedesca e spagnola dell'organizzazione, arriva un invito a rivedere le priorità di bilancio, sottolineando come, a parità di risorse impiegate, i settori civili analizzati nel rapporto restituiscano un beneficio economico e occupazionale superiore rispetto agli armamenti.

Cosa dice davvero il moltiplicatore economico

In sintesi, lo studio Arming Europe non afferma che la spesa militare sia inutile in senso assoluto, ma dimostra, sulla base di un modello econometrico rigoroso, che dal punto di vista del ritorno economico e occupazionale essa genera un impatto minore rispetto a sanità, istruzione e protezione ambientale.

Il dato di 741 euro di ritorno per ogni 1.000 euro investiti in armi, contro i 1.562 della sanità e i 1.254 della scuola, rappresenta quindi un indicatore tecnico utile per orientare il dibattito pubblico su come allocare le risorse dello Stato, in un momento storico in cui la spesa per la difesa continua a crescere a ritmi sostenuti sia in Italia che nel resto d'Europa.






Leggi anche

Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...