Dietro le promesse del codice etico delle Olimpiadi Milano-Cortina, emergono turni massacranti, sicurezza insufficiente, paghe basse, diritti negati e condizioni abitative precarie: la vera realtà dei lavoratori che pochi conoscono.
Dietro l'organizzazione dei Giochi Invernali Milano-Cortina si cela un panorama molto più complesso di quello restituito dai documenti ufficiali. Mentre la Fondazione Milano Cortina 2026 e il Comitato Olimpico Internazionale espongono valori, principi etici e standard di condotta, la vita quotidiana di chi lavora per l’evento è segnata da difficoltà e sacrifici. La portata dell’organizzazione coinvolge decine di migliaia di lavoratori, con impatti profondi sulle loro condizioni di impiego, molto distanti dalle promesse di sostenibilità e rispetto dei diritti contenuti nei codici etici. Le segnalazioni raccolte da sindacati e operatori confermano ampiamente questa distanza tra principi enunciati e prassi reale.
I lavoratori impiegati nelle località delle Olimpiadi invernali tra Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige, sopportano turni che spesso raggiungono e superano le 12 ore consecutive, con temperature che nei mesi invernali scendono sotto i -10 gradi, toccando punte di -15. Senza indumenti adeguati, molti sono costretti a operare in condizioni fisiche assai difficili, come testimoniano i casi finiti recentemente alle cronache: diversi addetti alla vigilanza sono dovuti ricorrere al pronto soccorso per sintomi da ipotermia, fra cui nausea, tremori e una marcata astenia.
L’organizzazione degli spostamenti si aggiunge al carico orario: raggiungere i siti di lavoro può richiedere fino a due ore di trasferimento – non retribuite – facendo salire a 16 le ore complessive impegnate quotidianamente. A questa situazione si sommano riposi saltati e assenza di giorni di malattia retribuiti, in palese contrasto con quanto previsto da molte normative nazionali e accordi di settore.
La sicurezza fisica rappresenta una delle criticità più discusse: tende temporanee con pavimenti gelati e sistemi di riscaldamento spesso non funzionanti hanno caratterizzato numerose postazioni lavorative, specialmente nei servizi di controllo accessi e sorveglianza. I dispositivi di protezione individuale (DPI), come giacche termiche e scarpe adatte, sono stati forniti in ritardo solo dopo ripetute diffide sindacali e segnalazioni agli organi competenti.
Esperienze dirette di lavoratori e testimonianze raccolte dalla Filcams CGIL di Sondrio e Milano denunciano anche la mancanza di acqua potabile durante i turni, la totale assenza di formazione preventiva e le informazioni insufficienti per chi viene chiamato a svolgere compiti delicati come il controllo della sicurezza delle venues, con il rischio di operare senza la debita preparazione.
Il funzionamento dei grandi eventi, come è avvenuto anche per Milano-Cortina, si fonda su un sistema di appalti e subappalti che frammenta le responsabilità e lascia ampio spazio alla precarietà. La Fondazione Milano Cortina, pur essendo l’ente principale, affida molte attività a società terze vincitrici di bandi, come la One Group Italy, che poi redistribuiscono incarichi anche tramite subappalti.
I lavoratori coinvolti si trovano così intrappolati in un mosaico contrattuale complesso: c’è chi firma contratti a tempo determinato, chi lavora part-time e chi lavora con una partita IVA, spesso con condizioni di lavoro simili ma con tutele differenti, spesso inferiori. Questa frammentazione impedisce controlli efficaci e trasparenti, riducendo la possibilità di far rispettare contratti collettivi e minimi garantiti.
A seguito del cosiddetto decreto “Salva Olimpiadi”, la Fondazione ha acquisito la natura di ente privato, fatto che ha diminuito – rispetto agli enti pubblici – obblighi di trasparenza e controlli, rendendo meno agevole il controllo istituzionale sul rispetto dei diritti. Il rischio ricade sugli ultimi della catena: la perdita di potere contrattuale spinge molti a dover accettare la logica del “o così o niente”.
Tra i maggiori nodi emersi c’è quello delle retribuzioni considerate insufficienti: i lavoratori impegnati nelle mansioni essenziali per il funzionamento dei Giochi riferiscono di ricevere una paga oraria di circa 10 euro, cui si aggiungono 20 euro di diaria per giornate da 12 o più ore, con pagamenti che nella maggior parte dei casi sono previsti solo dopo la chiusura dell’evento, talvolta anche mesi dopo.
Settimane da oltre 80 ore lavorative sono la norma, con la conseguente esclusione di riposi regolari. Ad aggravare il quadro, la mancata retribuzione di giorni di malattia e riposi, ribadita nelle comunicazioni contrattuali. In alcuni casi emerge anche l’assenza di qualsiasi tutela infortunistica in circostanze di disagio fisico evidente legato alle condizioni climatiche estreme e ai ritmi di lavoro. Denunce in tal senso sono state inoltrate all’attenzione degli organi istituzionali e della procura: si cita il caso di lavoratori che, dopo il pronto soccorso per ipotermia, non hanno visto riconosciuti i relativi indennizzi da infortunio.
I sindacati confederali Filcams CGIL hanno inviato diverse diffide formali alle aziende in appalto, segnalando non solo l’inadeguatezza delle paghe e dei trattamenti, ma anche l’assenza di reali tavoli di confronto e di strumenti permanenti di monitoraggio previsti dagli accordi siglati con la Fondazione.
A peggiorare la quotidianità di chi opera dietro le quinte dell’evento, intervengono le condizioni abitative offerte nelle zone olimpiche. Gli alloggi risultano spesso inadeguati e talvolta sovraffollati: diversi operatori riferiscono di essere stati costretti a condividere letti da una piazza e mezza con sconosciuti appena arrivati, o di aver dormito in stanze poco riscaldate, talvolta in strutture di fortuna come ex conventi, pensioni o locali adattati in fretta.
Il supporto psicologico e il benessere emotivo dei lavoratori risultano inoltre largamente trascurati, nonostante la pressione di responsabilità e il carico di ore prolungate in condizioni di isolamento. Questo fattore, che incide pesantemente sull’equilibrio personale e la capacità di affrontare il lavoro nel lungo periodo, è stato spesso sottovalutato dagli enti organizzatori e dalle società coinvolte nei subappalti.
La reazione delle istituzioni e delle società organizzatrici si è manifestata attraverso l’implementazione di alcune contromisure, soprattutto a seguito delle pressioni mediatiche e sindacali. Nel recente passato, la consegna di giacche termiche, DPI e alcune migliorie nelle condizioni alloggiative sono state introdotte solo dopo diffide formali e segnalazioni agli enti ispettivi.
Altri strumenti, come l’apertura di tavoli di confronto previsti dagli accordi con i sindacati, sono stati attivati in modo parziale e momentaneo, spesso senza garantire trasparenza e continuità nell’accesso ai documenti e ai luoghi di lavoro. Significativo, da questo punto di vista, è il solo accesso limitato di una settimana ai portali di monitoraggio dei processi da parte delle strutture sindacali, come riportato dai referenti CGIL.
Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...