Secondo una ricerca Shakers su oltre 1.000 professionisti, l'IA fa crescere tariffe e clienti dei freelance del 25%, mentre per i dipendenti si traduce solo in più carichi di lavoro quotidiani.
Fino a tre anni fa l'intelligenza artificiale era materiale per tecnici, esperti di settore o al massimo protagonista di romanzi di fantascienza. Nel giro di pochissimo tempo, invece, è entrata nella quotidianità di milioni di persone in tutto il mondo, con modelli di linguaggio sofisticati consultabili in pochi secondi direttamente dallo smartphone. Una nuova ricerca condotta da Shakers, piattaforma spagnola che collega aziende e liberi professionisti in diversi Paesi europei, mette ora nero su bianco un effetto che in molti sospettavano ma che raramente era stato misurato con questa precisione: l'IA sta producendo conseguenze economiche opposte a seconda che a utilizzarla sia un lavoratore autonomo o un dipendente.
Il dato più significativo della ricerca riguarda la capacità dei liberi professionisti di monetizzare direttamente i guadagni di produttività ottenuti grazie all'intelligenza artificiale. Ben il 68% dei freelance intervistati dichiara che l'utilizzo di strumenti di automazione si è tradotto concretamente in più tempo a disposizione, che è stato poi reinvestito in due direzioni principali: l'acquisizione di nuovi clienti oppure, semplicemente, in maggiore tempo libero a parità di fatturato complessivo.
Il meccanismo descritto dalla ricerca è tanto semplice quanto efficace dal punto di vista economico. Chi lavora come libero professionista ha la possibilità di scegliere autonomamente come utilizzare le ore risparmiate grazie all'IA: può decidere di aumentare il numero di progetti seguiti in parallelo, oppure può scegliere una strada altrettanto redditizia, cioè alzare il prezzo delle proprie prestazioni e ridurre contestualmente l'orario di lavoro, mantenendo però lo stesso fatturato complessivo. Non stupisce quindi che, guardando a chi ha registrato un aumento dei propri compensi nell'ultimo anno, le tariffe medie dei freelance siano cresciute del 25%. Un altro elemento distintivo riguarda l'autonomia nella scelta degli strumenti: il 61% dei liberi professionisti seleziona in totale libertà quali soluzioni di IA utilizzare nel proprio lavoro quotidiano, una percentuale che racconta anche una maggiore capacità di adattare la tecnologia alle proprie specifiche esigenze professionali.
Il quadro cambia radicalmente quando si osserva la situazione dei lavoratori dipendenti. Per la maggior parte di loro, il tempo effettivamente risparmiato grazie all'utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale non si traduce in un guadagno economico personale, ma finisce per essere riassorbito dall'organizzazione aziendale sotto forma di carichi di lavoro aggiuntivi, oppure disperso in nuove riunioni e ulteriori pratiche burocratiche. Il dato più eloquente in questo senso è che il 65% dei lavoratori subordinati intervistati dichiara di non percepire alcun compenso o bonus aggiuntivo a fronte dei risparmi di tempo ottenuti grazie all'IA.
Anche il confronto sulle tariffe conferma questa asimmetria. Se le tariffe dei freelance sono salite in media del 25%, gli stipendi dei dipendenti che hanno registrato un aumento nell'ultimo anno sono cresciuti soltanto del 9%, un divario di quasi tre volte tra le due categorie di lavoratori. Colpisce anche il dato sulla libertà di scelta degli strumenti: mentre il 61% dei freelance decide autonomamente quali strumenti di IA utilizzare, tra i dipendenti questa quota scende al 46%, con un ulteriore 24% che dichiara di essere semplicemente soggetto a imposizioni aziendali sull'uso di determinate piattaforme, senza margine di scelta personale.
Al di là della differenza tra guadagni immediati e carichi di lavoro, la ricerca Shakers si inserisce in un dibattito più ampio, alimentato anche da altri studi istituzionali pubblicati nelle ultime settimane. A inizio settembre, ad esempio, lo U.S. Bureau of Labor Statistics ha individuato dieci categorie professionali destinate a vivere un aumento della competizione legato proprio alla diffusione dell'intelligenza artificiale. Nell'elenco compaiono figure come i marketing manager, gli analisti, i commercialisti, i data scientist e i programmatori, professioni in cui il confine tra attività automatizzabili e attività a valore aggiunto umano si sta facendo sempre più sottile. In generale, è soprattutto il mondo della consulenza a dover fare i conti più da vicino con le nuove tecnologie, trattandosi di un ambito storicamente ad alta presenza di lavoro autonomo, oggi tra i più esposti al rischio di automazione e sostituzione.
Uno studio pubblicato di recente dalla Federal Reserve aggiunge un ulteriore livello di dettaglio a questo scenario, spiegando che l'effetto più evidente dell'IA in questi settori riguarda, più che i licenziamenti diretti, le nuove assunzioni. Secondo la Fed, l'intelligenza artificiale ha fatto aumentare la disoccupazione in queste categorie non tanto perché abbia spinto le aziende a licenziare in modo massiccio i propri collaboratori, quanto perché ha ridotto sensibilmente la probabilità di trovare nuove collaborazioni e nuove offerte di lavoro per chi opera in questi ambiti professionali. Un meccanismo più silenzioso e meno visibile rispetto ai licenziamenti, ma che nel tempo può avere un impatto altrettanto significativo sulla tenuta occupazionale di intere categorie professionali.
Il campione della ricerca Shakers, composto da oltre 1.000 esperti tech provenienti da 20 Paesi diversi, tra cui l'Italia, permette di osservare un fenomeno che va ben oltre le singole esperienze individuali. La metà dei professionisti coinvolti attribuisce all'intelligenza artificiale un incremento della propria produttività superiore al 25%, un dato di per sé notevole. Ma è proprio il modo in cui questo guadagno di produttività viene distribuito a fare la differenza tra le due categorie di lavoratori: da un lato i freelance, che riescono a trasformarlo direttamente in maggiori entrate economiche o in più tempo libero; dall'altro i dipendenti, per i quali lo stesso risparmio di tempo si traduce quasi sempre in un aumento silenzioso del carico di lavoro complessivo, senza un corrispettivo economico visibile in busta paga.
Questo scenario apre interrogativi destinati a restare centrali nel dibattito sul futuro del lavoro nei prossimi anni. Se da un lato l'intelligenza artificiale sta effettivamente ampliando le opportunità economiche per chi ha la flessibilità organizzativa tipica del lavoro autonomo, dall'altro rischia di ampliare ulteriormente il divario con chi, pur beneficiando degli stessi strumenti tecnologici, non ha la possibilità di negoziare direttamente il valore del tempo risparmiato. Un tema che, alla luce dei dati emersi dalla ricerca Shakers e degli studi di Fed e Bureau of Labor Statistics, difficilmente potrà restare ai margini del dibattito pubblico su lavoro, produttività e intelligenza artificiale nei mesi a venire.
Il Dott. Ugo Terenzi è un esperto consulente senior con oltre 15 anni di esperienza nel campo della gestione delle Partite IVA. Attualmente opera a Roma, dove supporta professionisti e imprenditori nell’organizzazione delle loro attività fiscali e nella pianificazione finanziaria. Nel corso della sua carriera ha affiancato numerosi clienti, offrendo indicazioni pratiche per affrontare le normat...