Scontri a Milano, i video continuano a girare sui social: chi li pubblica, perché i giovanissimi filmano tutto e cosa succede dopo, tra trofei, richiami e nomi sulle pagine che cercano i responsabili.
Gli scontri di piazza Duomo sono finiti, ma la rivolta di Milano continua sugli schermi dei telefoni. Dopo il corteo contro il caro vita di sabato 17 ottobre e la nuova ondata di domenica, nelle chat e sui social circolano ancora i video girati dai ragazzi: vetrine sfondate, negozi saccheggiati, corse tra le vie del centro, cappucci e passamontagna. Ci sono poi i contenuti arrivati dopo, quelli della “controffensiva” online. Per capire cosa c’è dietro, la domanda non è soltanto cosa è successo in piazza, ma perché una generazione così giovane sente il bisogno di filmare tutto e di mostrarlo subito.
Il punto di partenza è la manifestazione “Italia in piazza” contro il caro vita, a cui hanno partecipato migliaia di persone. Intorno al corteo, e nelle ore successive, si sono staccati gruppi di giovanissimi che hanno colpito negozi e supermercati tra piazza Duomo, via Torino, Cordusio e Cairoli. Secondo i bilanci diffusi finora, i fermati sono oltre 200 e circa l’80% è minorenne, con la presenza di ragazzi anche di 12 anni. Altri conteggi parlano di 72 giovani portati in Questura nella prima serata, di 17 arresti e di 22 denunciati. I numeri non coincidono, probabilmente perché sono stati aggiornati più volte nelle ultime ore, e le posizioni di molti ragazzi sono ancora in verifica. Per questo conviene leggerli come bilanci provvisori e non come dati definitivi.
Il profilo che emerge è quello di ragazzi “senza bandiere”: molti vengono dalle periferie milanesi e dall’hinterland, alcuni sono di seconda generazione, non risultano legati a collettivi o a gruppi organizzati e non esiste un capo con cui trattare. Gli investigatori parlano di un fenomeno che nasce dal passaparola digitale e non da un’unica regia, e stanno cercando di distinguere tra partecipazione spontanea e possibili organizzazioni precedenti. Per questo è difficile ridurre tutto a una sola etichetta: nello stesso gruppo c’è chi è mosso dalla rabbia e chi dalla noia, come racconta una fonte che conosce bene la città. C’è anche chi, secondo alcune testimonianze, dice di essersi trovato in piazza per caso, e chi segue le immagini delle rivolte viste in altri Paesi europei.
I video hanno tre funzioni diverse, e conviene tenerle separate per capire cosa sta succedendo.
La prima è quella di prova: i filmati dei saccheggi, dei cestini in fiamme e dell’assalto a un’auto della polizia locale a Cordusio sono la documentazione di ciò che è accaduto. Sono anche quelli che lasciano più tracce: chi pubblica un video da un profilo personale resta rintracciabile, anche quando in piazza ha il volto coperto, e questo è un aspetto che molti dei più giovani sembrano non valutare.
La seconda è quella di trofeo. Secondo le ricostruzioni, foto e video di vetrine rotte e danneggiamenti vengono pubblicati e rilanciati, e questo favorisce l’imitazione. Per un adolescente il contenuto che fa più visualizzazioni vale come un riconoscimento: dimostra di “esserci stato”, di aver partecipato alla “situa”, come sarebbe circolato tra i ragazzi (“C’è la situa, io vado e spacco”). Anche lo slogan “tutto gratis” gira insieme ai filmati dei negozi presi di mira, tra cui marchi sportivi e di abbigliamento.
La terza è quella di richiamo. Video, dirette e messaggi hanno attirato altri ragazzi verso Duomo e Cordusio mentre gli scontri erano in corso, e domenica nuovi gruppi sono tornati in centro senza una manifestazione strutturata. Il video, cioè, non racconta soltanto l’evento: lo moltiplica. È un meccanismo che si può chiamare contagio, e che aiuta a spiegare come in poche ore una protesta si sia trasformata in una sequenza di piccoli assalti, con gruppi di decine di ragazzi che colpiscono e si disperdono.
C’è poi un secondo livello, che sta emergendo ora. Dopo gli scontri, una pagina Instagram con oltre ventimila follower, “Cori beceri 4.0”, ha pubblicato nelle storie un elenco di nomi, cognomi e indirizzi di presunti responsabili, con la frase “Vi prenderemo uno per uno” e un riferimento esplicito ai genitori. Secondo Fanpage i nomi erano 19 e i quartieri indicati comprendevano Affori, Comasina, San Siro e Bande Nere. La pagina ha anche invitato gli utenti ad aggiungere altri nomi e ha parlato di “affrontare” alcune persone, raccomandando di non portare armi.
Qualche ora dopo la pagina ha cambiato tono: ha detto che si trattava di una provocazione, che i nomi erano inventati e che “qualcuno ci è cascato”. Una consigliera municipale ha però sostenuto che i nomi potevano essere falsi ma gli indirizzi reali, e ha segnalato il caso alle forze dell’ordine. Al momento non risultano indagini o provvedimenti. La pagina, intanto, risulta irraggiungibile, e non è chiaro se sia stata chiusa o rinominata.
Il punto per chi scrive e per chi legge è che una pagina social ha trasformato la rabbia per gli scontri in una caccia online, senza alcuna verifica. Anche se era uno scherzo, il rischio era reale: scambi di persona, minacce a famiglie e una spirale di ritorsioni tra ragazzi che ora si cercano attraverso gli stessi schermi.
Le fonti disponibili non riportano commenti di psicologi su questo caso, ma la letteratura sull’adolescenza offre alcune chiavi di lettura che aiutano a capire perché i video contano così tanto. Sono ipotesi generali, non diagnosi sui singoli ragazzi.
Primo: il gruppo amplifica il rischio. Gli studi dello psicologo Laurence Steinberg mostrano che gli adolescenti si comportano in modo più rischioso quando sono con i coetanei, perché il cervello in questa fase è più sensibile alla ricompensa e al giudizio dei pari.
Secondo: cappucci e passamontagna favoriscono la deindividuazione, cioè la sensazione di non essere riconoscibili e di avere meno responsabilità personale. La responsabilità si diluisce nella massa.
Terzo: il video è una ricompensa sociale. Filmare e pubblicare significa ottenere visibilità, e chi si sente invisibile può trovare nel contenuto virale un modo per contare, anche a costo di una denuncia. L’algoritmo, poi, premia ciò che è più forte e veloce.
Quarto: il disimpegno morale. Quando il saccheggio diventa “tutto gratis”, il danno si trasforma in gioco o in rivendicazione. Colpisce che gli obiettivi siano marchi di consumo: è un’ipotesi, ma per ragazzi che vivono il caro vita quei marchi potrebbero rappresentare ciò che desiderano e non possono permettersi.
Resta una cautela: non tutti i ragazzi hanno gli stessi motivi, e alcuni dicono di essersi trovati in piazza per caso. Per questo i commenti degli esperti sono da aggiungere, e il quadro definitivo arriverà solo con le indagini. Intanto il governo ha convocato per oggi, 19 ottobre, un vertice sull’ordine pubblico e, secondo alcune ricostruzioni, starebbe lavorando a misure specifiche per i minori coinvolti nei saccheggi. Il tema, però, resta nelle mani di famiglie e scuole: capire cosa guardano, cosa pubblicano e a quale “situa” decidono di partecipare, prima che il prossimo video li convochi.
Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...