L'analisi di Gabanelli sul Corriere della Sera esplora le oltre 400 imprese italiane passate in mani straniere: dati, settori chiave, motivi delle acquisizioni, implicazioni per il Made in Italy e sfide politico-industriali.
L’Italia si trova al centro di un intenso dibattito sul destino delle sue imprese simbolo, in seguito a una stagione di acquisizioni straniere che ridisegna gli equilibri dell’industria nazionale. Il tema, affrontato con acutezza da Milena Gabanelli e Rita Querzè nella rubrica "Dataroom" sul Corriere della Sera, poggia sull’analisi di oltre 400 acquisizioni estere avvenute in un solo anno, coinvolgendo aziende di punta del Made in Italy. Questa dinamica, lungi dall’essere una novità, trova nuovi elementi di urgenza e complessità a causa dei mutamenti globali, della crisi industriale iniziata nel 2007 e del passaggio generazionale alla guida delle storiche imprese familiari. La retorica di un Paese che vorrebbe “blindare” il proprio marchio si scontra con le sfide di capitale, innovazione tecnologica e mercati globalizzati, costringendo a riflettere sulle reali possibilità di tutelare il valore e la reputazione dell’industria nazionale. In questo scenario, la narrazione di Gabanelli si fa strumento per interpretare le opportunità legate all’ingresso di investitori internazionali e, al contempo, i rischi di perdita di know-how e identità industriale.
L’industria italiana affronta una crisi di lungo periodo? che si manifesta con dati concreti: dal 2007, il Paese ha perso quasi un quarto della propria produzione industriale. La globalizzazione dei mercati ha generato forti pressioni al ribasso su tutti i principali sistemi produttivi europei, ma in Italia la natura prevalentemente familiare delle aziende e il mancato ricambio generazionale hanno acuito la vulnerabilità del tessuto industriale. Molte imprese storiche sono guidate da imprenditori ormai anziani, spesso chiamati nel momento più delicato a fronteggiare la transizione tecnologica e la crescente esigenza di capitali per stare al passo dei concorrenti globali.
La carenza di risorse si riflette nei dati relativi ai finanziamenti: tra dicembre 2011 e dicembre 2024, il volume complessivo dei prestiti alle imprese è calato da 929 a 641 miliardi di euro. In controtendenza, in Francia e Germania, nello stesso periodo, le aziende hanno beneficiato di una solida crescita dei prestiti, rispettivamente del +70% e +53%, a ulteriore riprova delle difficoltà in cui versa il sistema produttivo nazionale. L’accesso ai capitali attraverso la Borsa non rappresenta più un’alternativa solida: il 2025 ha visto una ventina di nuove quotazioni di dimensione ridotta, a fronte di ben 29 uscite dal listino principale, segno di un mercato poco attrattivo e in progressivo ridimensionamento.
Il contesto è aggravato da una situazione fiscale, energetica e di regolamentazione più onerosa rispetto agli altri principali partner europei. Le criticità legate al costo dell’energia – stimato al 30% in più rispetto alle medie UE – si aggiungono alle incertezze generate da politiche industriali poco incisive e discontinue. Senza una direzione strategica chiara, molte aziende guardano a capitali stranieri come soluzione per finanziare crescita, transizione digitale e successione imprenditoriale, aprendo la porta a un cambiamento strutturale nella composizione del capitale industriale italiano.
Negli ultimi tre anni, si è verificata una decisa accelerazione dell’ingresso estero nel tessuto produttivo nazionale. L’indagine Mediobanca segnala che il peso delle aziende medio-grandi a controllo straniero è salito dal 29,7% del fatturato del 2022 al 34,5% del 2024. Le fusioni e acquisizioni censite da KPMG nel 2024 toccano quota 429 operazioni, per un valore record di 36,2 miliardi di euro.
| Anno | Operazioni M&A | Valore (miliardi €) |
| 2022 | ~350 | 28,5 |
| 2023 | ~400 | 32,1 |
| 2024 | 429 | 36,2 |
Fonte: elaborazioni su dati Mediobanca e KPMG
L’elenco include marchi iconici e imprese strategiche dei settori automobilistico, aerospaziale, energetico, moda, assicurazioni e alimentare. Tra i passaggi più emblematici:
L’acquisizione di imprese italiane da parte di capitali esteri presenta numerosi scenari, con rischi e opportunità che dipendono dalla natura degli investitori e dal settore coinvolto. In diversi casi, l’arrivo di capitali internazionali ha garantito risorse essenziali a medie realtà familiari che non sarebbero state in grado di sostenere i necessari investimenti per internazionalizzazione, innovazione e crescita dimensionale.
Benefici rilevanti si riscontrano ogniqualvolta viene preservato il radicamento produttivo e la filiera locale. Marchi come Lamborghini (oggi sotto la regia tedesca di Audi) e AnsaldoBreda (oggi Hitachi Rail) risultano valorizzati dall’integrazione in network globali, ma mantengono produzione, ricerca e sviluppo in Italia.
Tuttavia, non mancano i casi critici. Espropriazione di know-how, trasferimento all’estero di brevetti e competenze, riorganizzazioni che portano alla progressiva deindustrializzazione o all’indebolimento di filiere in settori strategici sono scenari ricorrenti. Un esempio preoccupante è rappresentato dalla storia della Nerviano Medical Sciences, eccellenza nella ricerca oncologica, rilevata da un fondo cinese e poi dirottata su progetti fuori dal territorio nazionale, con allarmanti prospettive occupazionali per i ricercatori italiani.
Ulteriori rischi emergono nei settori dell’energia e delle infrastrutture, laddove il passaggio di proprietà a soggetti extra-europei può compromettere la sovranità nazionale sulle risorse strategiche. La cessione di IP (Italiana Petroli) alla società energetica statale azera Socar è il simbolo di dinamiche in cui gli interessi di governance scavalcano quelli dell’economia nazionale.
La crescente presenza di fondi di investimento speculativi introduce poi un altro elemento di incertezza: spesso il fine è rivendere dopo cinque o sei anni, lasciando la manifattura italiana in balia di nuove riorganizzazioni o di una perdita definitiva delle attività produttive nel Paese.
Le criticità che emergono dal fenomeno delle acquisizioni estere delle imprese italiane sono profondamente intrecciate con l’assenza di una strategia industriale unitaria, la volatilità delle misure di sostegno e i ritardi nell’attuazione degli incentivi.
L’osservazione di Stefano Firpo (Assonime) sulle Zone Economiche Speciali (ZES) ne è un esempio: le imprese del Mezzogiorno, pur beneficiando di iter autorizzativi più snelli, si trovano a competere per risorse che vengono spalmate su tutti i richiedenti senza certezza sul quantum finale. Così, progetti strategici e innovativi rischiano di condividere i limitati fondi con iniziative di scarsa rilevanza tecnologica o di basso impatto industriale.
La mancanza di visione nell'identificare i settori chiave – automotive, energia, transizione digitale – compromette l’efficacia dei piani di rilancio. Analogamente, la volatilità delle misure (es. passaggio dal credito d’imposta all’iperammortamento, tagli ai fondi per l’auto, rinvii continui del decreto Energia) alimenta incertezza e frena gli investimenti. Il piano Transizione 5.0, nato per stimolare la competitività su digitale e sostenibilità, ha subito un ridimensionamento dell’impegno finanziario ben prima di poterne misurare gli effetti.
I dati sulla produzione industriale nazionale testimoniano un arretramento complessivo del 3,8% in tre anni, confermando che la semplice elargizione di incentivi, senza un accompagnamento strategico, non basta. Le aziende richiedono una governance industriale stabile, incentivi realmente accessibili e politiche di accompagnamento calibrate sulle specificità dei comparti più esposti alla concorrenza internazionale.
Il Dott. Marco Castagna è un esperto consulente senior nel settore delle imprese con oltre 15 anni di esperienza. Laureato in Economia Aziendale, la sua competenza si estende alla consulenza strategica, gestione delle risorse e ottimizzazione dei processi aziendali, rendendolo una figura di riferimento per molte aziende in crescita. Residente a Venezia, Marco ha collaborato con diverse start-up...