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Perché le aziende assumono sempre "la persona giusta" e poi la trattano come sostituibile

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Nel mondo aziendale si parla sempre di 'persone giuste', ma spesso il talento viene trattato come intercambiabile. Analisi di selezione, crescita, meritocrazia, cultura e gli errori che spingono i migliori ad andarsene

Al giorno d’oggi, le imprese faticano a bilanciare le proprie strategie di gestione delle risorse. Da un lato, investono tempo e risorse nella ricerca della “persona giusta” attraverso processi selettivi sempre più affinati; dall’altro, una volta inseriti, i talenti vengono spesso trattati come facilmente sostituibili, innescando sentimenti di smarrimento e demotivazione.

Tale contraddizione nasce dal disallineamento tra la retorica aziendale che esalta l’unicità e la centralità delle risorse e una pratica gestionale ancora ancorata a modelli produttivi rigidi o legati a logiche di turnover frequenti. Mentre la narrazione dell’employer branding mette al centro il concetto di unicità e valore della persona, l’esperienza concreta dei lavoratori rimane spesso distante da queste promesse.

Ne emerge una situazione paradossale: mentre il mercato del lavoro richiede capacità di trattenere e valorizzare le persone chiave, le aziende si ritrovano ciclicamente a ricercare nuovi profili capaci, a scapito della stabilità e della crescita interna. Questa dicotomia, se non gestita, costringe le imprese a sostenere costi economici e produttivi elevati, alimentando un clima di incertezza che mette a rischio la tenuta stessa dell’impresa. Ciò impone una riflessione: la crescita sostenibile passa necessariamente da un approccio integrato che riconosca la rilevanza del trattamento delle persone giuste, sia in termini di performance che di cultura aziendale.

Il paradosso della selezione

C'è un copione che si ripete con sconcertante regolarità nel mondo del lavoro. Un'azienda annuncia una posizione cruciale. Il processo di selezione dura settimane, a volte mesi. Si cercano competenze specifiche, "cultura fit", motivazione autentica. Alla fine, viene scelta la persona giusta. Quella che capisce la visione, che porta qualcosa di unico, che farà la differenza. Poi, sei mesi dopo, quella persona si accorge di essere un ingranaggio intercambiabile in una macchina che non aveva nessuna intenzione di cambiare.

  • 51% dei lavoratori si sente attivamente o passivamente disimpegnato nel proprio ruolo
  • ~2 anni è la permanenza media prima che un "talento" cerchi attivamente un'alternativa
  • 200% dello stipendio annuo: costo stimato per sostituire un profilo senior
Il problema non nasce dopo l'assunzione, nasce durante. Il processo di selezione è progettato per trovare una persona che si adatti perfettamente a un sistema esistente, non per trovare qualcuno che lo migliori. Si chiede flessibilità, ma si valuta la conformità. Si dice "vogliamo innovazione", ma si esclude chi fa troppe domande al colloquio.

Questa contraddizione non è casuale. È il risultato di chi conduce i colloqui, manager che cercano inconsciamente qualcuno che non li metta in discussione e di sistemi HR calibrati sulla riduzione del rischio, non sulla massimizzazione del potenziale.

Il ciclo della delusione

Una volta inserita, la persona giusta affronta una progressione quasi inevitabile. Ogni fase erode progressivamente l'energia e la motivazione iniziali, fino a produrre il risultato opposto a quello cercato.

  • Entusiasmo e adattamento: prime settimane: alta energia, voglia di contribuire, esplorazione dell'ambiente.
  • Prime frizioni: primo trimestre: contatto con processi rigidi, gerarchie impermeabili, promesse non mantenute.
  • Comprensione silenziosa: entro sei mesi: la consapevolezza che le cose non cambieranno. Inizio del disimpegno.
  • Quiet quitting by design: l'azienda stessa con riunioni senza esito, feedback che non producono cambiamento, burocrazia, insegna alla persona giusta a diventare la "persona qualunque".
  • Dimissioni o rassegnazione: il talento lascia fisicamente o mentalmente. Il ciclo ricomincia da capo.
Il termine quiet quitting by design cattura qualcosa di preciso: non è il lavoratore che sceglie di fare il minimo, è il sistema che gli insegna che fare di più non cambia nulla.

Perché le aziende perpetuano questo ciclo

La risposta più comoda è l'incompetenza del management. Ma la realtà è più sistemica. Le imprese sono sistemi di riduzione dell'incertezza. Un talento genuino, qualcuno con idee proprie, con la tendenza a mettere in discussione lo status quo,  è, per definizione, una fonte di imprevedibilità.

I manager di medio livello, valutati sulla stabilità dei loro team e sul raggiungimento di obiettivi a breve termine, hanno ogni incentivo a normalizzare i nuovi arrivati piuttosto che lasciarli trasformare il sistema. La "persona giusta" viene quindi domesticata lentamente, ma per sopravvivenza organizzativa.

Esiste anche un problema di aspettative asimmetriche: il candidato arriva convinto di poter contribuire in modo significativo; l'azienda, una volta coperta la posizione, torna ai suoi problemi operativi quotidiani. L'entusiasmo del nuovo arrivato incontra l'indifferenza strutturale di chi è già dentro.

Paradossalmente, le aziende che trattano i talenti come sostituibili finiscono per pagare un prezzo altissimo, semplicemente non lo vedono nell'immediato. Il turnover consuma risorse enormi in selezione, onboarding e perdita di know-how. Ma il costo prevalente è quello reputazionale: nei settori dove la conoscenza circola rapidamente, un'azienda che "brucia" i profili ottiene nel tempo candidature sempre meno qualificate.

C'è poi il costo dell'opportunità mancata: ogni profilo di valore che lascia porta con sé non solo le competenze, ma le connessioni, le idee non espresse, i miglioramenti che avrebbe potuto generare. Questo è per definizione invisibile nei bilanci, ma reale quanto qualsiasi voce di costo.

Tipo di costo Natura Visibilità nei bilanci
Selezione e onboarding Diretto — tempo, recruiting, formazione Parzialmente visibile
Perdita di know-how Diretto — competenze e processi non documentati Raramente quantificato
Danno reputazionale Indiretto — candidature future di qualità inferiore Invisibile nel breve periodo
Opportunità mancate Indiretto — idee non espresse, miglioramenti non generati Per definizione invisibile
Clima organizzativo Indiretto — demotivazione del team esistente Emerge solo in ritardo

Le soluzioni esistono e sono ampiamente documentate: delegare autonomia reale, creare percorsi di crescita coerenti con le aspettative generate in fase di selezione, valutare i manager anche sulla retention qualitativa del team. Ma richiedono un cambiamento culturale che va in direzione contraria agli incentivi di breve periodo che governano la maggior parte delle società.

Il punto cardine è che un'azienda che vuole davvero trattenere i talenti deve essere disposta a farsi cambiare da loro. E questa disponibilità è, di fatto, la cosa più rara che si possa chiedere a un'impresa.




Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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