Nel mondo aziendale si parla sempre di 'persone giuste', ma spesso il talento viene trattato come intercambiabile. Analisi di selezione, crescita, meritocrazia, cultura e gli errori che spingono i migliori ad andarsene
Al giorno d’oggi, le imprese faticano a bilanciare le proprie strategie di gestione delle risorse. Da un lato, investono tempo e risorse nella ricerca della “persona giusta” attraverso processi selettivi sempre più affinati; dall’altro, una volta inseriti, i talenti vengono spesso trattati come facilmente sostituibili, innescando sentimenti di smarrimento e demotivazione.
Tale contraddizione nasce dal disallineamento tra la retorica aziendale che esalta l’unicità e la centralità delle risorse e una pratica gestionale ancora ancorata a modelli produttivi rigidi o legati a logiche di turnover frequenti. Mentre la narrazione dell’employer branding mette al centro il concetto di unicità e valore della persona, l’esperienza concreta dei lavoratori rimane spesso distante da queste promesse.
Ne emerge una situazione paradossale: mentre il mercato del lavoro richiede capacità di trattenere e valorizzare le persone chiave, le aziende si ritrovano ciclicamente a ricercare nuovi profili capaci, a scapito della stabilità e della crescita interna. Questa dicotomia, se non gestita, costringe le imprese a sostenere costi economici e produttivi elevati, alimentando un clima di incertezza che mette a rischio la tenuta stessa dell’impresa. Ciò impone una riflessione: la crescita sostenibile passa necessariamente da un approccio integrato che riconosca la rilevanza del trattamento delle persone giuste, sia in termini di performance che di cultura aziendale.
C'è un copione che si ripete con sconcertante regolarità nel mondo del lavoro. Un'azienda annuncia una posizione cruciale. Il processo di selezione dura settimane, a volte mesi. Si cercano competenze specifiche, "cultura fit", motivazione autentica. Alla fine, viene scelta la persona giusta. Quella che capisce la visione, che porta qualcosa di unico, che farà la differenza. Poi, sei mesi dopo, quella persona si accorge di essere un ingranaggio intercambiabile in una macchina che non aveva nessuna intenzione di cambiare.
Questa contraddizione non è casuale. È il risultato di chi conduce i colloqui, manager che cercano inconsciamente qualcuno che non li metta in discussione e di sistemi HR calibrati sulla riduzione del rischio, non sulla massimizzazione del potenziale.
Una volta inserita, la persona giusta affronta una progressione quasi inevitabile. Ogni fase erode progressivamente l'energia e la motivazione iniziali, fino a produrre il risultato opposto a quello cercato.
La risposta più comoda è l'incompetenza del management. Ma la realtà è più sistemica. Le imprese sono sistemi di riduzione dell'incertezza. Un talento genuino, qualcuno con idee proprie, con la tendenza a mettere in discussione lo status quo, è, per definizione, una fonte di imprevedibilità.
I manager di medio livello, valutati sulla stabilità dei loro team e sul raggiungimento di obiettivi a breve termine, hanno ogni incentivo a normalizzare i nuovi arrivati piuttosto che lasciarli trasformare il sistema. La "persona giusta" viene quindi domesticata lentamente, ma per sopravvivenza organizzativa.
Esiste anche un problema di aspettative asimmetriche: il candidato arriva convinto di poter contribuire in modo significativo; l'azienda, una volta coperta la posizione, torna ai suoi problemi operativi quotidiani. L'entusiasmo del nuovo arrivato incontra l'indifferenza strutturale di chi è già dentro.
Paradossalmente, le aziende che trattano i talenti come sostituibili finiscono per pagare un prezzo altissimo, semplicemente non lo vedono nell'immediato. Il turnover consuma risorse enormi in selezione, onboarding e perdita di know-how. Ma il costo prevalente è quello reputazionale: nei settori dove la conoscenza circola rapidamente, un'azienda che "brucia" i profili ottiene nel tempo candidature sempre meno qualificate.
C'è poi il costo dell'opportunità mancata: ogni profilo di valore che lascia porta con sé non solo le competenze, ma le connessioni, le idee non espresse, i miglioramenti che avrebbe potuto generare. Questo è per definizione invisibile nei bilanci, ma reale quanto qualsiasi voce di costo.
| Tipo di costo | Natura | Visibilità nei bilanci |
|---|---|---|
| Selezione e onboarding | Diretto — tempo, recruiting, formazione | Parzialmente visibile |
| Perdita di know-how | Diretto — competenze e processi non documentati | Raramente quantificato |
| Danno reputazionale | Indiretto — candidature future di qualità inferiore | Invisibile nel breve periodo |
| Opportunità mancate | Indiretto — idee non espresse, miglioramenti non generati | Per definizione invisibile |
| Clima organizzativo | Indiretto — demotivazione del team esistente | Emerge solo in ritardo |
Le soluzioni esistono e sono ampiamente documentate: delegare autonomia reale, creare percorsi di crescita coerenti con le aspettative generate in fase di selezione, valutare i manager anche sulla retention qualitativa del team. Ma richiedono un cambiamento culturale che va in direzione contraria agli incentivi di breve periodo che governano la maggior parte delle società.
Il punto cardine è che un'azienda che vuole davvero trattenere i talenti deve essere disposta a farsi cambiare da loro. E questa disponibilità è, di fatto, la cosa più rara che si possa chiedere a un'impresa.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...