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Perchè Trump ha fatto causa al New York Times e a JPMorgan e cosa vuole ottenere

di Marcello Tansini pubblicato il
Cause di Trump contro New York Times e a

Le vicende giudiziarie che vedono protagonista Donald Trump si intrecciano con i rapporti tra potere politico, media e grandi banche. Cerchiamo di capire le motivazioni delle cause contro JPMorgan Chase e New York Times e l'impatto delle accuse.

Nell'ultimo anno, lo scenario politico e finanziario statunitense ha assistito a scontri senza precedenti tra le principali figure pubbliche e le istituzioni di rilievo. In questo contesto, Donald Trump ha avviato iniziative legali sia contro JPMorgan Chase – una delle banche più importanti al mondo – sia contro il New York Times, storico quotidiano statunitense. Queste cause concentrano l’attenzione pubblica sul rapporto tra grandi banche, media influenti e personalità con forte esposizione politica.
Donald Trump ha accusato JPMorgan Chase e il suo amministratore delegato Jamie Dimon di aver chiuso i suoi conti bancari per motivi politici sulla scia degli eventi del 6 gennaio 2021. Parallelamente, l’ex presidente ha deciso di intraprendere ulteriori azioni legali contro il New York Times, rei – a suo dire – di diffamazione a causa di sondaggi pubblicati alla vigilia delle elezioni presidenziali.
Gli effetti di queste azioni legali travalicano la sfera personale di Trump: riguardano il rapporto fra potere economico, libertà d’informazione e tutela dei diritti civili negli Stati Uniti. Iniziative che riflettono un clima di elevata tensione tra potere politico, sistema bancario e informazione, inserendosi in un dibattito già acceso sulla democrazia americana e i suoi equilibri. 

Le motivazioni della causa contro JPMorgan Chase e l'impatto sulle istituzioni finanziarie

La denuncia presentata da Donald Trump e dalle sue società contro JPMorgan Chase e il suo ceo Jamie Dimon mette al centro questioni di diritti bancari e discriminazione riferite a uno dei casi più discussi della storia recente americana. La richiesta avanzata si attesta almeno sui 5 miliardi di dollari, con accuse che spaziano dalla diffamazione commerciale alla violazione del patto implicito di buona fede e correttezza.
Secondo i documenti depositati presso il tribunale statale di Miami, Trump sostiene che la banca abbia chiuso i suoi conti correnti personali e aziendali, agendo – a suo dire – sotto "pregiudizio ideologico" e sotto pressione politica in seguito ai disordini del 6 gennaio 2021 a Washington. Il tycoon afferma inoltre che JPMorgan avrebbe aggiunto lui e le sue società a una "lista nera" di clienti, rendendo difficile – se non impossibile – per altre istituzioni finanziarie federali accettarli come clienti.

  • Principali elementi della causa:
  • Chiusura dei conti bancari in seguito a considerazioni politiche;
  • Danni economici e reputazionali legati all’inserimento in una lista nera bancaria;
  • Denuncia della "tendenza crescente" fra le banche americane nell’ostacolare clienti per motivi legati al dissenso politico;
  • Accuse di violazione della buona fede commerciale tra banca e cliente.
Questa azione legale si inserisce in una cornice di rapporto conflittuale tra Trump e Jamie Dimon, accentuato da interventi pubblici del CEO di JPMorgan su temi di politica economica. Dimon aveva criticato ad esempio la proposta, avanzata dall’ex presidente, di fissare un tetto ai tassi d’interesse delle carte di credito, definendola "un disastro economico".
L’attendibilità delle accuse mosse da Trump ruota intorno alle garanzie di imparzialità da parte delle banche, normate dal sistema federale americano e vigilate dalle autorità di regolamentazione. Se le istituzioni finanziarie dovessero effettivamente negare servizi per orientamenti politici, si aprirebbe un dibattito delicato sul rispetto delle norme di pari accesso ai servizi bancari (Equal Credit Opportunity Act e simili regolamentazioni federali), così come sulla difesa delle opinioni personali e sulle tutele contro la discriminazione politica nei rapporti economici.
  • Potenziali ripercussioni per il settore bancario:
  • Necessità di una maggiore trasparenza nella chiusura dei conti;
  • Rischio di ulteriori contenziosi da parte di clienti che si ritengono discriminati;
  • Impatto reputazionale sulle banche coinvolte in casi politicamente sensibili;
  • Pressione normativa per definire meglio i limiti entro cui le banche possono gestire i rapporti con clienti controversi.
JPMorgan, dal canto suo, ha replicato dichiarando tramite comunicati stampa di ritenere la causa "priva di fondamento" e di agire sempre nel rispetto delle regolamentazioni vigenti. Queste dichiarazioni confermano la posizione di difesa tipica degli istituti di credito nei contenziosi ad alta esposizione pubblica.
Sebbene l’esito giudiziario resti incerto, la controversia solleva importanti interrogativi sull’autonomia decisionale delle banche e sulla tutela dei clienti in un contesto dove la politica si intreccia fortemente con l’economia. Il caso Trump-JPMorgan rischia di rappresentare un precedente che influenzerà le scelte future delle principali banche negli Stati Uniti e il dibattito normativo sul rapporto tra libertà individuali e potere delle grandi istituzioni finanziarie.

Le accuse di Trump contro il New York Times: sondaggi, diffamazione e impatto mediatico

Parallelamente all’azione giudiziaria nei confronti di JPMorgan Chase, Donald Trump ha rafforzato la propria battaglia legale contro uno dei più noti quotidiani americani. Il New York Times è stato chiamato in causa per presunte azioni diffamatorie, focalizzate principalmente sulla pubblicazione di sondaggi sfavorevoli alla vigilia delle elezioni presidenziali.
Secondo Trump, il giornale avrebbe reiterato una campagna di delegittimazione tramite sondaggi "falsi e fraudolenti" volti a influenzare negativamente l’opinione pubblica poco prima del voto. Questo attacco, sostenuto dalla presentazione di una causa per diffamazione già avviata nel 2025 e successivamente ampliata, mira a denunciare la presunta consapevolezza da parte del giornale nella pubblicazione di dati ritenuti inveritieri.
In una serie di post pubblicati su Truth Social – la piattaforma proprietaria di Trump – l’ex presidente ha accusato il New York Times e altri media di essere responsabili di una manipolazione sistematica dell’informazione attraverso "sondaggi truccati". L’affermazione, secondo cui i risultati sfavorevoli deriverebbero da rilievi volontariamente distorti, si inserisce in una polemica più ampia su imparzialità dei media, correttezza delle indagini demoscopiche e influenza sui processi democratici.

  • Punti chiave delle accuse mosse contro il quotidiano:
  • Dichiarazione di sondaggi alterati per colpire la reputazione politica del personaggio;
  • Contestazione della prassi di pubblicazione di rilevazioni negative sistematiche nel periodo pre-elettorale;
  • Richiesta di riconoscimento della responsabilità dei media nella diffusione di "informazione manipolata";
  • Impatto reputazionale e danni all’immagine pubblica conseguenti alla diffusione dei sondaggi;
  • Richiamo alla libertà d’informazione e ai limiti del diritto di cronaca in relazione a dati pubblicati senza controllo di veridicità.
Le tematiche sollevate dalla causa contro il New York Times sono di ampio respiro e investono sia la dialettica sui diritti dei candidati politici sia quella sulla responsabilità sociale dei grandi media. Il rapporto tra potere mediatico e trasparenza informativa, specie in fasi delicate come le elezioni, diventa un campo di analisi rilevante per gli equilibri della democrazia statunitense.
L’eventuale accoglimento delle richieste avanzate dall’ex presidente determinerebbe ripercussioni significative sull’attività giornalistica, implicando la necessità per i media di rivedere prassi di pubblicazione e controllo dei dati diffusi, in linea con i principi di accountability previsti dagli stessi codici deontologici e dalla legislazione statunitense in materia di libertà di stampa e diffamazione (ad esempio lo "Standard of Actual Malice" sancito dalla celebre sentenza "New York Times Co. v. Sullivan").
Resta centrale la questione dell’impatto immediato sul fronte comunicativo: la copertura mediatica delle azioni legali e delle dichiarazioni sui social network accresce la visibilità dello scontro, moltiplicandone gli effetti potenziali sull’opinione pubblica. Infine, l’intensificarsi delle controversie tra figure politiche di rilevo e giganti mediatici testimonia il persistente confronto su verità, trasparenza e responsabilità dell’informazione, elementi imprescindibili per la salute democratica e per la fiducia nelle istituzioni.