Dal 2006 il tuo sito imparziale su Lavoro, Fisco, Investimenti, Pensioni, Aziende ed Auto

Peste in Siberia: 3 scenari possibili di diffusione fuori dalla Russia se fosse un virus uscito da un laboratorio

WhatsApp X Telegram
di Chiara Compagnucci pubblicato il

Al momento sembra una 'normale' peste, tutte le fonti lo confermano. Ma le varie istituzioni si stanno muovendo per capire se dietro ci possa essere un virus artificiale. Abbiamo voluto ipotizzare se così fosse, quali sarebbero i reali rischi in caso di diffusione.

Prima di ragionare su uno scenario, bisogna fissare i fatti. Il 2 ottobre 2026 è morta a Shelekhov, nella regione di Irkutsk, Darya Shipilova, 28 anni, tecnica dell'Istituto anti peste della Siberia e dell'Estremo Oriente. Le autorità russe parlano di polmonite di eziologia non determinata e hanno comunicato all'Organizzazione mondiale della sanità che non risultano casi di peste. I circa 189 contatti sono stati posti sotto osservazione e, secondo Mosca, sono risultati negativi ai test per i patogeni pericolosi, con alcuni casi di Covid o di raffreddore. L'Oms ha valutato il rischio come molto basso per l'Europa, basso per la Russia e da basso a moderato per la regione di Irkutsk, e ha chiesto chiarimenti.

Va detto con chiarezza che un virus nuovo creato in laboratorio, non ha alcun riscontro nei fatti noti almeno per il momento. Il sospetto circolato sulla stampa riguarda semmai la peste polmonare, che è causata da un batterio, la Yersinia pestis, e non da un virus, ed è curabile con antibiotici. Anche l'ipotesi di una provetta rotta il 25 settembre è una ricostruzione non confermata, contestata dai colleghi della donna e respinta da Rospotrebnadzor. Quello che segue è quindi un esercizio di scenario: serve a capire come ragionano gli epidemiologi quando valutano un rischio, non a prevedere che qualcosa del genere stia accadendo.

Lo scenario ipotetico: che cosa decide se un focolaio resta locale o si diffonde

Immaginiamo, per assurdo, che l'agente fosse un nuovo patogeno respiratorio, con caratteristiche ignote. Le variabili che contano sono poche. La prima è la trasmissibilità, che si riassume nel numero di persone che in media ogni malato contagia: se è sotto uno, il focolaio si spegne da solo, se è sopra uno cresce. La seconda è il tempo di incubazione e la domanda cruciale: si è contagiosi prima dei sintomi? Se sì, isolare i malati non basta. La terza è la gravità: un patogeno molto letale e rapido, paradossalmente, si diffonde meno, perché i malati vengono riconosciuti e isolati in fretta. La quarta è la velocità di rilevazione: quanto passa tra i primi casi e il momento in cui qualcuno capisce di che cosa si tratta.

A queste variabili biologiche se ne aggiungono altre, che riguardano il contesto. Irkutsk è un centro regionale con un aeroporto e collegamenti ferroviari, come molte città di una certa dimensione, e questo significa che una persona infetta potrebbe viaggiare, ma non basta a stabilire quante lo farebbero e in quanto tempo. Contano la qualità della sorveglianza sanitaria, la trasparenza nella comunicazione dei dati e la capacità di tracciare i contatti. Su quest'ultimo punto il caso reale offre un primo elemento: se i contatti individuati risultano effettivamente negativi, vuol dire che, nelle prime generazioni di contagio, non si osserva una catena di trasmissione. È un dato incoraggiante, che però dipende dall'affidabilità dei test e dalla trasparenza delle informazioni, e su entrambi la comunità internazionale ha chiesto chiarimenti.

La simulazione didattica: tre scenari con numeri di esempio

Per dare un'idea, facciamo un calcolo semplice, con numeri di pura illustrazione, che non si riferiscono al caso reale. Partiamo da un solo caso iniziale e supponiamo che ogni "generazione" di contagio duri circa cinque giorni.

Scenario A, trasmissibilità bassa. Ogni malato ne contagia in media meno di uno, per esempio 0,7. Già dopo due o tre generazioni, cioè in dieci o quindici giorni, i nuovi casi per generazione scendono sotto uno: il focolaio si esaurisce da solo e resta confinato al luogo di origine. È lo scenario in cui un agente colpisce una o poche persone senza dare origine a catene di contagio, e coincide con ciò che, per ora, i test sui contatti sembrano indicare.

Scenario B, trasmissibilità moderata con isolamento rapido. Ogni malato ne contagia in media due, ma i contatti vengono tracciati e isolati in tempo, in modo da ridurre il valore effettivo sotto uno dopo poche generazioni. I casi totali restano nell'ordine di alcune decine o centinaia, concentrati nella zona di origine. L'esportazione verso altri Paesi è possibile ma limitata, e con una buona sorveglianza internazionale si riconoscerebbe in fretta.

Scenario C, trasmissibilità moderata senza controllo. Se ogni malato ne contagia due e nessuno interviene, i nuovi casi per generazione raddoppiano a ogni passaggio: dopo dieci generazioni, circa cinquanta giorni, si parlerebbe di oltre mille nuovi casi per generazione, e il numero totale sarebbe circa il doppio. A quel punto la probabilità che qualcuno viaggi aumenta, e un Paese lontano potrebbe registrare i primi casi importati. È il caso che spiega perché la rilevazione precoce conti più di qualunque altra misura.

Una simulazione di questo tipo ha limiti evidenti. Non considera l'immunità della popolazione, che per un patogeno davvero nuovo sarebbe assente, né l'effetto di mascherine, vaccini o cure, né i comportamenti delle persone, che cambiano durante un'emergenza. Non tiene conto nemmeno della differenza tra un contagio breve in un ambiente chiuso e uno che avviene in luoghi affollati. Per questo gli epidemiologi usano modelli molto più complessi e, soprattutto, dati reali: senza i dati sul caso di Irkutsk, i numeri qui sopra servono solo a capire la logica del ragionamento. La lezione di questo esercizio è semplice: la differenza tra uno scenario e l'altro non la fa la "pericolosità" generica dell'agente, ma i numeri concreti di trasmissione e la rapidità della risposta. E nessuno di questi numeri, per il caso di Irkutsk, è noto.

Cosa cambierebbe il quadro e come leggere le notizie nei prossimi giorni

Le informazioni che permetterebbero di aggiornare davvero la valutazione sono poche e verificabili. Il primo è l'identificazione dell'agente: un risultato di laboratorio confermato, con il sequenziamento genetico condiviso con l'Oms, direbbe se si tratta di Yersinia pestis, di un altro batterio o di un virus, e quanto somiglia a ceppi già noti. Il secondo è la comparsa di casi tra i contatti: finché restano negativi, la diffusione è un'ipotesi lontana, se comparissero casi secondari il quadro cambierebbe in fretta. Il terzo è la trasparenza: la disponibilità di Mosca a condividere i dati, per ora oggetto di richieste da parte dell'Oms e degli Stati Uniti. Il quarto è la valutazione dell'Oms e dell'Ecdc, che finora indicano un rischio molto basso per l'Europa.

Per chi legge, il consiglio è di tenere separati tre piani. C'è ciò che è accertato: una morte, una diagnosi ufficiale di polmonite non determinata e contatti sotto osservazione. C'è ciò che è ipotizzato, come la peste polmonare o la provetta rotta, che circola come ricostruzione non confermata. E c'è ciò che è puro scenario, come un virus creato in laboratorio, che non ha alcun riscontro e che ha senso soltanto come esercizio di ragionamento. Mescolare i tre piani è il modo più rapido per trasformare una notizia incerta in un allarme ingiustificato, ed è proprio quello che le autorità sanitarie chiedono di evitare.




Chiara Compagnucci

Nata a Roma nel Giugno del 1978, effettua gli studi di ragioniere e si appassiona al tennis. Amante del mondo delle quattro ruote e delel due ruote, è sempre curiosa su tutte le novità delle case automobilistiche e sulle nuove auto in uscita. Scrive da anni per diversi blog ed ora si dedica a tempo pieno su questo sito web trattando in particolar modo tematiche sul mondo delle auto e sugli argomen...