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Referendum sulla giustizia e conseguenze possibili per partite, microimprese, PMI e aziende

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di Marcello Tansini pubblicato il

Il referendum sulla giustizia porta cambiamenti che possono incidere su aziende, PMI e partite IVA: dalla riforma della magistratura agli effetti su licenziamenti e contratti, fino alle possibili ripercussioni politiche.

Nelle giornate di domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026, l’Italia si prepara a un importante appuntamento elettorale: la consultazione popolare sulla riforma della giustizia. La votazione, di tipo “confermativo”, riguarda una legge costituzionale già approvata dalle Camere ma passata al giudizio dei cittadini per essere ratificata, in quanto votata in Parlamento con una maggioranza inferiore ai due terzi. Questa specificità comporta che – a differenza dei referendum abrogativi – non sia richiesto il raggiungimento di un quorum minimo: ogni voto avrà effetto diretto sull’approvazione o la bocciatura del provvedimento.

Le ragioni del Sì: effetti attesi per il sistema giudiziario e le imprese

I sostenitori dell’approvazione della riforma sostengono che la separazione delle carriere rappresenti il completamento del “giusto processo” sancito dalla Costituzione. Secondo questa visione, solo una distinzione netta tra chi esercita le funzioni giudicanti e chi quelle requirenti garantirebbe la reale terzietà e imparzialità del giudice, eliminando ogni commistione tra il ruolo di chi accusa e quello di chi decide. Con l’introduzione di due Consigli Superiori separati, verrebbe meno la condivisione di potere tra giudici e pubblici ministeri, assicurando così una maggiore trasparenza e riducendo il rischio di influenze incrociate nelle carriere e nelle nomine.

Il sorteggio per una parte dei membri dei CSM è visto dal fronte del Sì come strumento per contrastare il fenomeno delle correnti nella magistratura, ritenute responsabili di logiche spartitorie e autoreferenziali che avrebbero compromesso la fiducia pubblica nel sistema giudiziario. L’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, inoltre, rappresenterebbe una garanzia di imparzialità nelle sanzioni verso i magistrati, separando la funzione disciplinare da quella di autogoverno con l’obiettivo di rafforzare la credibilità dell’ordine giudiziario agli occhi dei cittadini e delle imprese.

Per il tessuto produttivo, in particolare per aziende strutturate, piccole e medie imprese e lavoratori autonomi, l’approvazione delle modifiche potrebbe tradursi in maggiore prevedibilità e affidabilità del sistema legale. La chiara distinzione di funzioni e responsabilità dovrebbe ridurre la percezione di ingiustizie o favoritismi, così da attrarre maggiori investimenti e creare un clima di fiducia nel business. Un assetto più trasparente e una disciplina più rigorosa sarebbero inoltre in grado di sostenere la competitività delle imprese italiane – anche grazie a una giustizia più efficiente – e di rafforzare la tutela dei diritti nei rapporti economici.

I fautori del Sì sottolineano infine la coerenza della riforma con principi internazionalmente riconosciuti e la necessità di rilanciare la crescita attraverso la sicurezza dei rapporti giuridici, sostenendo che la magistratura verrebbe meglio attrezzata ad affrontare le sfide di legalità, innovazione e attrazione di capitali al passo con i principali Paesi OCSE.

Le ragioni del No: criticità e possibili rischi per l’autonomia della magistratura e risvolti per le imprese

Le voci contrarie sottolineano invece come la separazione rigida delle carriere e la suddivisione del CSM indebolirebbero l’unitarietà e le garanzie di indipendenza del corpo giudiziario. L’attuale assetto, secondo molti costituzionalisti e magistrati, garantisce la tutela da possibili pressioni politiche e da derive individualistiche, mantenendo il pubblico ministero e il giudice all’interno di un equilibrio condiviso.

Secondo questa prospettiva, l’istituzione di due Consigli separati frammenterebbe la magistratura in segmenti più facilmente influenzabili o esposti a logiche esterne. L’autonomia del pubblico ministero, ad esempio, risulterebbe vulnerabile a pressioni indirette, soprattutto nelle situazioni più delicate dal punto di vista politico o economico. Inoltre, l’Alta Corte disciplinare, fungendo da organo separato per la sanzione dei magistrati, potrebbe indebolire l’autogoverno della magistratura e esporre i magistrati a rischi di condizionamento mediatico o politico nelle procedure disciplinari.

Il ricorso al sorteggio nella selezione di membri dei CSM è ritenuto un errore tecnico e democratico, poiché rischierebbe di ridurre la qualità della selezione e responsabilità individuale, lasciando spazio a casualità e inesperienza, anziché a competenza e merito. Alcuni esperti sostengono che il sorteggio non elimina realmente le dinamiche di gruppo o corrente, ma le rende meno trasparenti.

Infine, i contrari alla riforma mettono in luce il rischio che il nuovo assetto possa rendere la giustizia più “governabile”, ma meno autonoma, compromettendo quel sistema di contrappesi e garanzie che la Costituzione ha inteso tutelare per difendere i cittadini e le imprese dagli abusi del potere. Le conseguenze, secondo i detrattori, potrebbero andare oltre l’ambito giuridico, impattando negativamente sulla fiducia nelle istituzioni e sull’attrattività del Paese per investimenti e sviluppo.

Implicazioni dirette non solo sulle aziende ma anche per PMI e partite IVA in caso di vittoria del Sì o del No

La riforma proposta incide in modo trasversale sul clima di certezza e affidabilità in cui operano gli operatori economici italiani. Le aziende strutturate e i professionisti che lavorano come autonomi osservano con attenzione l’esito della consultazione, consapevoli che i cambiamenti potrebbero riflettersi sia nei tempi della giustizia che nel livello di garanzia dei rapporti lavorativi e commerciali.

Nell’ipotesi di approvazione della riforma:

  • La separazione delle carriere potrebbe – secondo i proponenti – portare a un rafforzamento della fiducia verso l’imparzialità dei tribunali, incentivando investimenti e riducendo il rischio-azienda associato a esiti giudiziari imprevedibili.
  • Il nuovo assetto disciplinare, più autonomo e distante dalle logiche delle correnti, potrebbe incrementare la sicurezza percepita dagli imprenditori riguardo ai rapporti con PA, clienti e fornitori.
  • Una maggiore chiarezza negli equilibri di potere fra le parti in causa rafforzerebbe la tutela dei diritti contrattuali per PMI e partite IVA, in particolare nelle controversie civili e commerciali.
  • Tuttavia, alcune analisi prospettano scenari di maggiore rigidità e minor adattabilità delle norme ai bisogni del mondo produttivo, specie in caso di conflitti tra autonomia giudiziaria e necessità di semplificazione amministrativa.
Nell’eventualità di una bocciatura della riforma:
  • Resterebbe invariato il modello attuale, che negli anni ha mostrato sia limiti (tempi lunghi, difficoltà predittive) sia elementi di protezione dell’indipendenza dei giudici, con effetti diretti sulla gestione dei rischi e delle controversie.
  • Le PMI potrebbero continuare a percepire alcune rigidità e incertezze nei meccanismi di risoluzione, ma anche garanzie più forti contro eventuali derive politicizzate o instabilità di regime.
  • I professionisti autonomi e le aziende minori – che operano spesso in condizioni di marginalità economica e con scarsa stabilità legale – guardano con attenzione agli effetti indiretti: da una parte il desiderio di un sistema più efficiente e prevedibile; dall’altra il timore di perdere strumenti di tutela consolidati.
Risulta centrale per l’economia reale l’equilibrio tra una giustizia percepita come efficiente e la salvaguardia di quella autonomia e autorevolezza che le imprese chiedono per operare in sicurezza, senza temere condizionamenti esterni o incertezza giuridica cronica.

Impatto sulle regole di lavoro: licenziamenti, contratti a tempo e responsabilità negli appalti

I recenti anni sono stati segnati da una serie di quesiti referendari che coinvolgono direttamente il mercato del lavoro e il diritto delle imprese. Anche se il referendum principale affronta temi costituzionali, i risvolti pratici per i rapporti di lavoro sono significativi:

  • Disciplina dei licenziamenti: con l’abrogazione delle disposizioni del Jobs Act legate ai contratti “a tutele crescenti”, si prospetterebbe – per la parte ordinaria – un possibile ritorno a regole precedenti, in particolare sulla possibilità di reintegro. Questo cambio sarebbe rilevante per aziende con più di 15 dipendenti, con impatto diretto sui costi e sulla prevedibilità delle decisioni riguardo il personale.
  • Indennità per licenziamento nelle piccole imprese: l’eliminazione del tetto all’indennità risarcitoria significherebbe più autonomia al giudice ma anche maggiore incertezza per imprenditori e imprese minori, le quali già si confrontano con margini ridotti e rischio imprenditoriale elevato.
  • Contratti a termine: la possibile reintroduzione della “causale” e la limitazione di proroghe e rinnovi inciderebbero sulla gestione della flessibilità lavorativa per aziende e partite IVA, con la conseguenza di una probabile riduzione dei contratti temporanei e della loro semplicità di gestione.
  • Responsabilità solidale negli appalti: l’estensione dell’obbligo per il committente di rispondere di infortuni in cantiere anche nell’ambito di rischi specifici delle ditte appaltatrici incrementerebbe oneri e attenzione sulle procedure di selezione e controllo dei fornitori.
Questi cambiamenti richiederebbero alle imprese una rinnovata attenzione all’organizzazione interna e alla compliance, sia in chiave di prevenzione sia nella gestione dei costi impliciti delle controversie.


Marcello Tansini

Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...