Il rinnovo del CCNL FNSI per i giornalisti č al centro dell’attenzione: tra trattative in stallo, le richieste sindacali, le posizioni degli editori e le sfide del precariato, si delineano prospettive e scenari per la categoria.
Il panorama contrattuale dei giornalisti italiani vive una fase di significativa trasformazione. Le ultime novità vedono la riapertura del tavolo tra rappresentanze sindacali e editori, dopo uno stallo prolungato che ha inciso profondamente sulle condizioni di lavoro della categoria. Tra situazione aggiornata e nuove previsioni, la Federazione nazionale della Stampa italiana si presenta con richieste forti, mentre il confronto con la Federazione Italiana Editori Giornali suscita attenzione negli ambienti politici e istituzionali. La trattativa, sospesa da mesi, riprende in un contesto segnato da inflazione galoppante, crisi del settore editoriale e richieste di modernizzazione del contratto collettivo, elementi che rendono la discussione decisiva per il futuro dell’informazione in Italia.
Il blocco delle negoziazioni fra sindacati dei giornalisti e editori è stato determinato da una serie di fattori che hanno influito sull’andamento delle discussioni per il nuovo contratto collettivo. Tra le principali criticità si segnalano proposte economiche giudicate assolutamente insufficienti da parte della categoria, con l’offerta di aumenti solo sotto forma di EDR (elemento distinto della retribuzione) senza alcun incremento dei minimi contrattuali e lasciando irrisolti i nodi strutturali ormai annosi. La FNSI, spinta anche dalle condizioni peggiorate a causa dell’aumento del costo della vita (inflazione del 19,3% fra il 2016 e il 2025 secondo Istat), ha più volte sollecitato misure concrete per il recupero del potere d’acquisto e la tutela dei lavoratori più fragili, come corrispondenti locali e collaboratori storici.
Al centro delle tensioni con gli editori vi è la richiesta di questi ultimi di modificare la normativa sul salario d’ingresso, un metodo che, secondo il sindacato, rischia di peggiorare ulteriormente la condizione di giovani e neoassunti senza garanzie sull’occupazione stabile. Sullo sfondo, l’assenza di un confronto sulla trasformazione digitale della professione, sulla gestione delle nuove tecnologie e sulle prospettive occupazionali. Gli editori hanno più volte sottolineato le difficoltà economiche del settore, proponendo soluzioni che per la parte sindacale risultano non solo inadeguate ma anche pericolose per la tenuta qualitativa e occupazionale del giornalismo in Italia.
Le ultime notizie provenienti dal tavolo negoziale indicano una timida ripresa del dialogo, accolta dal sindacato come passo obbligato ma ancora privo di concretizzazione in termini di risultati tangibili. La mobilitazione della categoria, culminata con scioperi nazionali e manifestazioni nelle principali redazioni, rappresenta una cartina al tornasole della profonda insoddisfazione generata dalla stagnazione delle trattative. Il rischio, denunciato dalla FNSI, è il venir meno di una rappresentanza efficace dei lavoratori rispetto a un settore in rapida trasformazione. Il quadro resta incerto, in attesa di una svolta concreta che tenga conto delle istanze di equità e riconoscimento professionale.
La piattaforma rivendicativa della FNSI si basa su alcuni principi cardine: incrementi retributivi veri e strutturali, la difesa dei diritti consolidati, innovazioni sul campo della protezione sociale e un forte investimento per accompagnare la categoria rispetto alle sfide tecnologiche. Il sindacato insiste sulla necessità di superare la logica dei mini-accordi economici e sull’opportunità di un contratto che torni ad essere realmente omnicomprensivo. L’obiettivo principale resta il recupero del potere d’acquisto, eroso da anni di mancato adeguamento con un impatto drammatico in particolare sulle fasce di lavoratori meno tutelati.
Particolare rilievo assumono le richieste per i giornalisti precari, collaboratori coordinati e continuativi e autonomi, sempre più numerosi nelle redazioni. Tra le proposte concrete:
Le aziende editoriali hanno motivato le proprie posizioni difensive richiamando i dati sull’andamento economico del settore, sottolineando la diminuzione delle vendite di copie e la riduzione dei ricavi pubblicitari registrata negli ultimi anni. La Federazione Italiana Editori Giornali evidenzia come le entrate complessive siano quasi dimezzate rispetto a un decennio fa, con una crisi accentuata tra il 2020 e il 2024 dove la diffusione dei giornali cartacei ha visto una contrazione superiore al 30%.
D’altro canto, è stato ribadito che il mantenimento degli automatismi retributivi, come gli scatti di anzianità, rappresenta un fattore di rigidità che incide pesantemente sui bilanci delle aziende. Gli editori hanno inoltre manifestato la necessità di “alleggerire i costi”, anche ricorrendo, ove possibile, a nuove formule contrattuali che favoriscano le assunzioni a salari inferiori per chi entra nel mondo del lavoro dopo periodi di prepensionamento (ora a costo zero per le aziende grazie agli interventi previdenziali).
Nel frattempo, sono aumentati gli aiuti di Stato al comparto: negli ultimi nove anni si contano almeno 240 milioni di euro di finanziamenti pubblici. Tuttavia, questa iniezione di risorse non sembra aver prodotto benefici concreti in termini di occupazione stabile e investimenti sulla qualità, mentre si registra un crescenti ricorso a lavoro flessibile e sottopagato. Gli editori, infine, sollecitano nuovi interventi fiscali e maggiori incentivi per l’innovazione digitale, ritenendoli necessari per la sopravvivenza del settore europeo di fronte alla concorrenza delle grandi piattaforme digitali.
Il tema del precariato investe oggi una porzione sempre più ampia di chi si avvicina alla professione: dati recenti indicano che molti giovani giornalisti lavorano come autonomi o collaboratori coordinati e continuativi, spesso con retribuzione per pezzo inferiore a 10 euro lordi. Il progressivo aumento del lavoro atipico è stato alimentato dalla riduzione dei posti contrattualizzati e dall’assenza di percorsi strutturati di stabilizzazione.
Le conseguenze sono molteplici:
Il contratto nazionale di lavoro racchiude al suo interno i principali istituti di tutela del lavoratore giornalista: ferie (26-30 giorni annui), tredicesima, regolamentazione dello straordinario, orario settimanale, strumenti di welfare aziendale. Nelle ultime novità discusse al tavolo, si è posta particolare attenzione sia al mantenimento di questi pilastri, sia all’opportunità di introdurre nuove garanzie a fronte dei cambiamenti in atto.
Tra i miglioramenti attesi:
La ripresa del confronto tra sindacato e editori, in programma per l’8 gennaio 2026, rappresenta un momento chiave nel percorso verso una soluzione condivisa. La situazione aggiornata vede entrambe le parti prudentemente aperte al dialogo, ma ancora distanti sui punti qualificanti: entità degli aumenti, declinazione dei nuovi diritti e governance della modernizzazione tecnologica.
Le previsioni sui tempi della firma sono tuttora incerte: se il riavvio del tavolo segnala una volontà di ripresa, permangono nodi non risolti che potrebbero allungare la trattativa. Elemento di ulteriore pressione è rappresentato dalle aspettative della categoria, intenzionata a sostenere eventuali nuove mobilitazioni qualora non emergessero risposte concrete. Sullo sfondo, resta attivo il tavolo governativo istituito per la discussione sull’applicazione efficace dell’equo compenso, elemento che potrebbe contribuire a sbloccare l’impasse su alcune delle materie più divisive.
Tra le possibili tempistiche: