Molti studenti vivono l’esame di maturità come una vera e propria spartiacque che, almeno nella percezione collettiva, sembra determinare per sempre il proprio futuro. Ma è davvero così? Studi recenti e dati ufficiali raccontano una storia ben più sfumata, e per chi si trova oggi a confrontarsi con il fatidico voto finale, è essenziale conoscere quali effetti reali abbia quel numero sulla vita e quali pregiudizi superare. Capire dove e quanto il voto conta, e soprattutto dove non fa la differenza, consente di orientare meglio le proprie scelte e ridurre ansie spesso ingiustificate.
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Molte ricerche mostrano come il voto d’uscita sia una piccola variabile del percorso personale e professionale, incide solo in situazioni limitate e ha impatto molto meno rilevante di quanto comunemente si creda.
- L’effetto del voto tende rapidamente a diluirsi con il tempo, soprattutto quando si prosegue all’università o si avvia una carriera lavorativa eterogenea.
- Le aziende, i concorsi pubblici e perfino le università italiane, nella maggior parte dei casi, guardano altrove rispetto al semplice voto finale. L’eccezione riguarda le ammissioni accademiche internazionali e alcuni contesti privati.
- La competenza, le soft skills e le esperienze pratiche giocano, nel medio-lungo periodo, un ruolo di gran lunga superiore rispetto al risultato riportato all’esame di Stato.
- Separare i miti dalle realtà su questo tema consente di adottare le strategie più efficaci per il proprio futuro personale e lavorativo.
Nonostante l’enfasi attribuita dalle famiglie e dalla società al punteggio dell’esame finale, la vera differenza tra uscire con 60, 80 o 100 si concretizza in pochissime occasioni specifiche. Analizzare ogni scenario aiuta a ridefinire la prospettiva e a concentrarsi su quello che influisce davvero sul successo dopo il diploma.
Voto di maturità: quando conta davvero (Italia ed estero)
L’analisi delle differenze tra chi consegue il diploma con punteggi diversi mostra che la percezione del valore della valutazione finale e del voto di maturità spesso non coincide con le sue reali ricadute. I dati raccolti negli ultimi anni da istituzioni, enti di ricerca e normative ufficiali forniscono una panoramica precisa sui contesti in cui il voto incide e dove invece è un dettaglio quasi trascurabile.
- Nelle università italiane, il punteggio maturità non viene considerato per l’accesso. A prescindere dall’esito dell’esame di Stato, contano solo il superamento dei test di ingresso, nel caso di corsi a numero programmato. La soglia di voto al diploma non è mai un requisito discriminante: un diplomato con 60/100 e uno con 100/100 sosterranno le stesse prove, nelle stesse modalità.
- L’ammissione a certi corsi universitari internazionali può invece dipendere strettamente dalla valutazione finale. Molte università straniere soprattutto in Europa e nel Regno Unito, richiedono ai candidati italiani una votazione minima spesso superiore a 90 o 95. Per esempio, un prestigioso ateneo come Oxford fissa la soglia a 95/100 per la candidatura.
- Nei concorsi pubblici italiani, dal 2015 è stata abolita ogni soglia di sbarramento. Tuttavia, in alcune selezioni si attribuiscono punteggi aggiuntivi per chi ha conseguito il diploma con voti più alti. Questo meccanismo, pur presente, ha peso molto contenuto e incide solo in rare occasioni sulla graduatoria finale. Un esempio riguarda le assunzioni nelle Poste Italiane, dove è richiesto un minimo di 70/100 per accedere a specifici impieghi.
- Nel settore privato, il voto di maturità costituisce talvolta una variabile nella scrematura iniziale dei curricula, soprattutto in aziende che ancora allegano una certa rilevanza simbolica al percorso scolastico. Tale attenzione appare però in netto calo: la maggior parte delle imprese valuta principalmente le competenze acquisite dopo il diploma, le esperienze lavorative e le certificazioni ottenute. Solo alcune realtà, specialmente nel campo finanziario, delle consulenze e delle risorse umane, indicano frequentemente il voto nei processi di selezione.
Per dare una panoramica chiara, la seguente tabella sintetizza alcuni contesti chiave:
| Contesto |
Incidenza del voto maturità |
| Ammissione alle Università italiane |
Nessuna incidenza sul voto, salvo casi di borse di studio |
| Ammissione a Università straniere |
Richiesto voto medio-alto, soglie definite dagli atenei |
| Concorsi pubblici (dal 2015) |
Punteggio extra in pochi casi specifici |
| Selezione aziende private |
Considerato in modo saltuario, più valore alle esperienze post-diploma |
| Borse di studio |
Molto rilevante: l’80-100% sono assegnate su base meritocratica |
Le borse di studio rappresentano forse l’unico caso dove la scala dei voti alla maturità determina vantaggi immediati e tangibili: sia per gli incentivi previsti dal Ministero dell’Istruzione (ad esempio ai cento e lode), sia per le esenzioni dalle tasse universitarie e i premi per merito che molti atenei e fondazioni offrono.
Infine, va segnalato che il “valore” del voto tende a esaurirsi entro il primo biennio dopo il diploma. Coloro che si diploma con il minimo richiesto, spesso temono di partire svantaggiati, ma ricerche longitudinali dimostrano che, a parità di altre condizioni (titolo successivo, esperienze lavorative, capacità comunicative e progettuali), le differenze tra chi ha ottenuto 60, 80 o 100 si attenuano rapidamente. Alcune storie riportano di chi a scuola rischiava la bocciatura, anche alla maturità, ma è comunque diventato un esempio di successo nella vita.
Tra i principali studi riportati su quanto possa essere importante il voto di maturità, ci sono i seguenti:
Studio Università di Miami- Professor Michael T. French
Pubblicato su Journal of Human Capital, ha analizzato dati longitudinali su migliaia di studenti americani. Risultato: un aumento di un punto nel GPA del liceo corrisponde a un aumento significativo del reddito futuro. La citazione diretta dello studio: "A one-unit increase in your GPA has a very sizable impact on your education and earnings." L'effetto però è mediato principalmente dall'accesso all'università e non direttamente dal voto in sé.
Studio Università della California Berkeley- Center for Studies in Higher Education
Ha analizzato i dati di ammissione e performance universitaria del sistema UC (Università della California). Risultati chiave: il GPA del liceo è il predittore più forte dei risultati universitari a quattro anni, più forte persino dei test standardizzati (SAT/ACT). Il peso predittivo del GPA aumenta dopo il primo anno universitario, contrariamente a quanto si pensava. Come criterio di ammissione, il GPA ha meno impatto negativo sugli studenti svantaggiati rispetto ai test standardizzati.
Studio Harvard- pubblicato su Journal of Policy Analysis and Management e NBER (2026)
Ha analizzato i dati di istruzione e disoccupazione del Massachusetts per capire come le scuole superiori influenzano i risultati a lungo termine degli studenti. Risultato: le scuole che aiutano gli studenti a succedere nel lungo periodo sono quelle che migliorano i punteggi al 10° anno e aumentano i piani universitari. Il voto scolastico è mediatore ma non causa diretta del successo.
Studio ScienceDirect 2024-"Does GPA have a long-lasting impact on career success?"
Pubblicato su Journal of Vocational Behavior. Ha esaminato il ruolo congiunto del GPA e della motivazione affettiva alla leadership sulla crescita del successo professionale nel tempo. Risultato chiave: il GPA da solo non basta — la relazione tra GPA e successo professionale è moderata dalla motivazione affettiva. Chi ha sia un GPA alto che una forte motivazione intrinseca ottiene risultati molto superiori a chi ha solo uno dei due fattori.
Studio NIH/PubMed — intelligenza emotiva e successo a lungo termine
Studio longitudinale che ha seguito laureati MBA da 5 a 19 anni dopo la laurea. Risultato: le competenze di intelligenza emotiva predicono il successo professionale e la soddisfazione lavorativa meglio del GPA, soprattutto nel lungo periodo. L'adattabilità ha avuto un impatto positivo, mentre l'orientamento al risultato fine a sé stesso ha avuto effetti paradossalmente negativi sulla soddisfazione lavorativa.
Cosa influenza davvero il successo dopo la maturità: competenze, errori comuni e strategie concrete
Analizzare le cause del successo nel medio-lungo periodo vuol dire, prima di tutto, superare il mito della valutazione numerica come fatale spartiacque. Gli studi più aggiornati e il mercato del lavoro contemporaneo mettono infatti in primo piano fattori molto diversi:
- Il titolo di studio superiore e le specializzazioni successive (università, master, certificazioni professionali) sono la reale chiave di accesso a posizioni qualificate.
- Le esperienze pratiche, come tirocini, lavoretti stagionali, stage e volontariato, incrementano nettamente le probabilità di occupazione e di crescita professionale. Un curriculum arricchito fa la differenza molto più del voto al diploma.
- Il potenziamento delle competenze trasversali o “soft skills” (capacità relazionali, problem solving, gestione del tempo, lavoro in team) è oggi richiesto dalla quasi totalità delle aziende e degli enti pubblici.
- L’aggiornamento continuo e la propensione a costruirsi percorsi di auto-formazione risultano elementi decisivi tanto in Italia quanto all’estero.
- La capacità di presentare se stessi e le proprie esperienze – tanto nel curriculum quanto ai colloqui – ha spesso un effetto determinante.
Nella pratica, gli errori più comuni tra i neodiplomati riguardano sia una
sopravvalutazione del voto maturità sia l’idea che il percorso scolastico si concluda con il diploma stesso. La tendenza a rimandare l’acquisizione di esperienze lavorative o di certificazioni attuali (linguistiche, informatiche, ecc.) riduce le opportunità nel breve periodo.
- Concentrarsi solo sull’aspetto “numerico” senza investire energie nelle prove di ammissione universitarie, nelle attività extrascolastiche o nelle occasioni formative (come il TFA Sostegno o i vari corsi professionalizzanti) porta ad avere un profilo meno competitivo.
- Un altro errore molto diffuso consiste nel trascurare la formazione continua: le richieste del mercato cambiano rapidamente e chi investe tempo nell’aggiornamento costante ottiene risultati migliori.
Questo implica che
occorre adottare strategie concrete e mirate per rendere il proprio percorso coerente, adattivo e sempre ricalibrato sulle esigenze di un mercato del lavoro complesso. Alcuni suggerimenti pratici per chi ha appena concluso la scuola secondaria:
- Valutare attentamente i requisiti di ammissione delle università estere già dal IV anno di scuola superiore, così da poter migliorare se necessario la propria media se si intende scegliere questa strada.
- Non rinunciare all’università o alla formazione tecnica post-diploma per timore di non “valere abbastanza” a causa del punteggio: il potenziale sviluppo personale e la crescita professionale si giocano nei passi successivi.
- Puntare, per l’occupazione diretta, su esperienze reali e corsi specifici (come il TFA Sostegno appena attivato o corsi in area informatica e digitale che danno valore immediato nelle graduatorie e nelle selezioni private).
- Costruire da subito un network di relazioni o entrare in community professionali e di settore, anche tramite gruppi online o attività di volontariato.
- Curare competenze in lingua inglese, ora prerequisito in quasi tutte le selezioni, non solo all’estero ma anche in Italia.
Per concludere, il successo a distanza di anni dipende dalla capacità di adattarsi, aggiornarsi e diversificare le proprie competenze. Il voto della maturità è solo un “biglietto da visita” temporaneo, destinato a perdere presto valore di fronte alle reali capacità e potenzialità di ogni persona.
Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...