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Sei donna e fai il caffè per tutti in ufficio: la storia (e come è finita) di una lavoratrice incinta a Treviso

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Una manager di Treviso, incinta e vittima di discriminazione di genere in azienda, ha subito molestie, emarginazione e licenziamento. La sentenza che la tutela rappresenta uno spartiacque.

Anche ai vertici delle aziende più prestigiose del Nordest possono annidarsi dinamiche di discriminazione di genere e tensioni familiari, come evidenzia la recente decisione del tribunale del lavoro di Treviso. Proprio mentre l'opinione pubblica riflette sull'importanza della parità di genere, un caso presso la Keyline di Conegliano segna una svolta: la giustizia ha riconosciuto in modo chiaro il valore della dignità professionale delle donne, decidendo per il reintegro di una dirigente e stabilendo un risarcimento economico per comportamenti discriminatori persistenti.

Episodi emblematici, come l'obbligo imposto di servire il caffè «perché donna» in presenza di colleghi, e l'esclusione dai progetti strategici, hanno assunto importanza rilevante nella ricostruzione dei fatti. Questa sentenza rappresenta un precedente importante nel panorama italiano, offrendo uno strumento a tutela delle lavoratrici vittime di soprusi basati sul genere.

La vicenda della manager: discriminazione di genere ai vertici

La dirigente protagonista di questa vicenda era inserita da tempo nella struttura familiare della Keyline, azienda guidata anche dai suoi stretti congiunti: fratellastro, madre adottiva e padre ricoprivano ruoli apicali. Nel gennaio 2024 la lavoratrice aveva ottenuto la qualifica dirigenziale, dopo anni di servizio nell'impresa di famiglia. Tuttavia, l'ascesa ai vertici non ha comportato una reale valorizzazione della sua posizione professionale: già poco dopo la promozione è iniziata una serie di comportamenti in cui pregiudizi e stereotipi di genere si sono manifestati apertamente.

L'amministratore delegato, fratello della dirigente, ha più volte affermato in riunione che la posizione apicale non fosse adeguata a una donna, aggiungendo la necessità di un uomo con più esperienza a ricoprire il ruolo manageriale. In altre occasioni, le veniva imposto di preparare e servire il caffè ai partecipanti delle riunioni, motivando questa richiesta con il solo fatto di essere donna, relegando quindi le donne del nucleo familiare aziendale a mansioni servili, nonostante i titoli e le responsabilità.

Si deve sottolineare la portata pubblica di tali atti: venivano esercitati davanti a numerosi collaboratori, minando profondamente la percezione di autorevolezza della dirigente e alimentando un clima aziendale contrario ai più basilari principi di rispetto e parità. Questa dinamica si è gradualmente trasformata in un vero e proprio clima ostile e svilente, fatto di esclusioni sistematiche dai progetti, scavalcamenti nella gestione del proprio team e pressioni, anche tramite richieste di disponibilità extra orario con telefonate notturne o omissioni nelle comunicazioni sulle riunioni operative.

La discriminazione assunse così una dimensione sistemica, agendo su più livelli e risultando tanto più grave in quanto perpetrata in ambito familiare, dove un ambiente di supporto e valorizzazione dovrebbe essere la regola.

Dalle frasi sessiste all'emarginazione professionale

Le carte del procedimento riportano una sequenza di condotte reiterate e lesive della dignità personale: la dirigente veniva sminuita davanti ai colleghi tramite frasi offensive sul proprio ruolo («Tu non ti meriti la dirigenza») e sulla presunta inadeguatezza del suo genere per incarichi dirigenziali. Non si trattava di episodi isolati ma di una prassi protratta nel tempo, ulteriormente aggravata dalla costante emarginazione professionale. Dai racconti emerge come la dirigente fosse sistematicamente esclusa dai processi decisionali e dai progetti commerciali in corso, nonché dalle riunioni chiave con i collaboratori, venendo addirittura scavalcata nei rapporti con i propri sottoposti. Le richieste di disponibilità fuori orario, le comunicazioni omesse, la costante subordinazione, hanno generato un ambiente lavorativo degradante e intimidatorio, che non solo mortificava le sue competenze ma colpiva la dimensione personale e psicologica della lavoratrice. Secondo quanto evidenziato in sentenza, queste pratiche
configurano la cosiddetta molestia discriminatoria legata al genere, ovvero una serie di comportamenti indesiderati, basati sul sesso, che ledono gravemente la dignità dei lavoratori e sono vietati dalle normative italiane ed europee. L'imposizione di mansioni non conformi al ruolo dirigenziale, solo perché donna, ha rappresentato l'aspetto più simbolico e umiliante di una lunga serie di atti di mobbing. Tutte queste condotte sono state rafforzate e rese più gravi dalla presenza in azienda di altri familiari nei ruoli di comando, generando una dimensione di isolamento e pressione continua che ha avuto ricadute negative sul benessere psico-fisico della manager.

Il licenziamento durante la gravidanza: quadro normativo

Un passaggio centrale riguarda il momento e le modalità con cui è stato comunicato il licenziamento: la lettera, datata 29 luglio 2024, è stata consegnata quando la dirigente era incinta, situazione per la quale l'ordinamento italiano offre una tutela specifica. Il decreto legislativo 151/2001 prevede all'articolo 54 il divieto assoluto di licenziamento per le lavoratrici in gravidanza e fino al compimento di un anno di età del figlio, salvo specifiche eccezioni di colpa grave, non presenti nel caso considerato.

Un mese prima, l'azienda aveva notificato alla manager una contestazione disciplinare, imputandole l'uso della carta di credito aziendale per spese ritenute personali (circa 5.600 euro) e una generica responsabilità nel sovraccarico del magazzino per la business unit statunitense. Tuttavia, durante il dibattimento è stato ampiamente documentato che queste condotte erano prassi condivise e tollerate da tutti i membri della famiglia alla guida dell'azienda, senza conseguenze per altri dirigenti. La giudice ha confermato la mancanza di colpa grave da parte dell'interessata, sottolineando il carattere discriminatorio del provvedimento espulsivo e la totale assenza dei presupposti normativi che avrebbero potuto giustificare il licenziamento di una lavoratrice in stato interessante.

La motivazione della sentenza: riconoscimento della molestia discriminatoria

Il tribunale del lavoro di Treviso, nella sentenza pubblicata il 4 marzo 2026, ha utilizzato argomentazioni puntuali e circostanziate per riconoscere la natura discriminatoria delle condotte subite dalla dirigente. Il giudice ha evidenziato nella motivazione come la reiterazione e la pubblicità degli atti lesivi abbiano provocato una mortificazione della professionalità e della reputazione della vittima, associata a un clima lavorativo ostile.

La discriminazione è stata qualificata non solo sulla base degli episodi relativi a frasi e incarichi di genere, ma anche attraverso l'analisi sistematica dell'isolamento professionale e del progressivo svuotamento delle mansioni. Un ulteriore elemento fondante della decisione è stato il riconoscimento del collegamento diretto tra il licenziamento e lo stato di gravidanza della dirigente, in palese violazione della legge.

Nessuna delle accuse mosse dall'azienda, come è stato stabilito dal giudice, aveva il peso per giustificare un licenziamento di questo tipo. La sentenza sancisce così che la donna ha subito atti qualificabili come molestia discriminatoria ai sensi delle normative vigenti, disponendo non solo la nullità del licenziamento, ma anche il diritto al reintegro e al risarcimento per il danno subito, con funzione esemplare e deterrente per il contesto imprenditoriale.

Il risarcimento e il reintegro: conseguenze per l'azienda e l'esempio per il futuro

La sentenza ha disposto l'immediato reintegro della dirigente nel suo ruolo all'interno dell'azienda, insieme a un risarcimento economico stabilito in 50.000 euro per il danno da discriminazione di genere e altri 1.725 euro per il danno da stress psico-fisico, in accordo alle tabelle milanesi sul danno non patrimoniale.

Oltre a ciò, l'azienda dovrà corrispondere gli stipendi non percepiti per il periodo di esclusione dal lavoro (oltre 112.000 euro), a conferma della portata concreta della protezione garantita alle lavoratrici vittime di simili comportamenti. Significativo è anche il carattere dissuasivo del risarcimento, parametrato alla capacità economica dei responsabili e volto a prevenire il ripetersi di tali abusi. L'azienda e l'amministratore delegato sono stati condannati in solido, ribadendo l'importanza per le società di vigilare attivamente contro ogni forma di discriminazione interna.

L'immedesimazione organica dell'amministratore ha rafforzato la responsabilità diretta dell'impresa nella catena degli eventi. La liquidazione equitativa e l'ordine di cessazione delle condotte abusive pongono un punto di riferimento per future controversie simili, rafforzando la tutela dei diritti delle lavoratrici e la responsabilità sociale delle imprese italiane.

Il contesto familiare e i precedenti aziendali: una cultura ancora da cambiare

Questa vicenda si inserisce in un quadro di persistenti tensioni familiari e aziendali, documentate da diffide reciproche e precedenti casi di allontanamento di altre donne della stessa famiglia, come la sorellastra licenziata dopo la nascita della figlia. Gli episodi segnalano la persistenza di una cultura d'impresa ancora influenzata da stereotipi di genere e logiche patriarcali, dove i rapporti interpersonali prevalgono spesso sul merito e sulle competenze professionali.

Il contenzioso esaminato a Treviso mostra quanto sia ancora urgente, anche nei contesti più evoluti e di successo, interrogarsi sui meccanismi relazionali all'interno delle imprese familiari e adottare strumenti concreti per garantire rispetto, inclusività e parità nei rapporti di lavoro.






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Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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