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Si è licenziata da Fiat dopo 31 anni di lavoro, le sue nuove ambizioni e desideri con un occhio ai vecchi colleghi

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il
Occhio ai vecchi colleghi

Dopo 31 anni tra Fiat e Stellantis, ha scelto l’incentivo all’esodo per lasciare la fabbrica. Tra trasferte, solidarietà ai colleghi più giovani e nuovi progetti, guarda al futuro con lentezza e senza rimpianti.

Una lavoratrice entrata nello stabilimento Fiat di Melfi nel 1994 ha scelto, dopo 31 anni, di aderire all’incentivo all’esodo e lasciare la fabbrica. La decisione è stata volontaria. È maturata dopo anni di trasferte, rinunce familiari e prospettive professionali limitate in Basilicata. Ora la libertà conquistata si accompagna a una questione concreta: come usare l’incentivo per guadagnare tempo e serenità, facendolo durare?

Da Fiat a Stellantis, una vita in fabbrica

Il suo percorso professionale è cominciato nel 1994, quando lo stabilimento di Melfi apparteneva a Fiat. Oggi l’impianto fa capo a Stellantis, il gruppo automobilistico nato dalla fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e PSA. In oltre tre decenni sono cambiati l’azienda, l’organizzazione della produzione e gli scenari del settore. Per lei, intanto, la fabbrica è rimasta a lungo al centro della vita quotidiana.

In un territorio con opportunità limitate, un posto stabile poteva valere molto più di una busta paga: dava continuità, scandiva le giornate e consentiva di costruire progetti familiari. Quel legame, rafforzato negli anni, ha reso più difficile il cambiamento quando il lavoro ha cominciato a comportare assenze, spostamenti e adattamenti complicati da conciliare con la vita privata.

Nel bilancio di 31 anni ci sono i turni e l’anzianità, ma anche la familiarità con il lavoro, i colleghi diventati presenze quotidiane e un’identità legata alla fabbrica. Lasciare il posto non significa rinnegare il passato. È il riconoscimento che, nel frattempo, le condizioni personali e lavorative sono cambiate.

Le trasferte che hanno cambiato gli equilibri

Un passaggio decisivo risale a due anni prima dell’uscita. Le trasferte verso un altro stabilimento avevano reso evidente quanto il lavoro potesse occupare anche il tempo privato. Partire, stare lontana da casa e organizzare la famiglia in funzione delle esigenze produttive richiedeva una disponibilità concreta, da garantire più volte e anche fuori dalle ore trascorse in fabbrica.

Per chi aveva responsabilità familiari, ogni spostamento imponeva di riorganizzare gli equilibri domestici. Le incombenze di tutti i giorni restavano lì, durante l’assenza; il tempo sottratto alla casa non si recuperava automaticamente al rientro. Mese dopo mese, quella distanza diventava un costo personale difficile da compensare con la sola continuità dell’impiego.

In quel periodo un collega arrivò a dimettersi. Il suo gesto è rimasto nella memoria della lavoratrice come il segnale di una tensione condivisa, non circoscritta a una sola persona. Quando le richieste del lavoro obbligano a rivedere abitudini e priorità, restare o andarsene diventa una decisione che coinvolge la famiglia, oltre alla carriera.

Le trasferte non sono state l’unica ragione della scelta successiva. Hanno però mostrato quanto si stesse allargando la distanza tra ciò che il lavoro chiedeva e i sacrifici che lei era disposta ad affrontare. La stanchezza si è accumulata insieme alle rinunce, mentre in Basilicata le alternative per il futuro apparivano poche.

L’incentivo all’esodo era una scelta volontaria

Quando si è presentata la possibilità di aderire al piano di uscita incentivata, la lavoratrice ha valutato la proposta e ha scelto di accettarla. Il rapporto di lavoro è cessato volontariamente, con il riconoscimento di un incentivo economico. Nel linguaggio comune si usa talvolta la parola “licenziamento” per descrivere chi lascia la fabbrica; in questo caso la decisione è stata presa dalla lavoratrice.

Nel 2025 il percorso di uscite incentivate a Melfi ha coinvolto circa 500 lavoratori. L’attuazione è avvenuta progressivamente: nell’agosto dello stesso anno restavano da completare circa 200 uscite. Sono numeri che collocano la scelta individuale dentro la riorganizzazione più ampia dello stabilimento.

Per lei l’adesione non ha coinciso con l’avvio di una nuova carriera già definita. È stata una scelta di cambiamento: lasciare un lavoro conosciuto, con i suoi legami e le sue sicurezze, per riprendere in mano il proprio tempo. L’incentivo ha reso possibile il passaggio; con l’uscita anticipata, però, è arrivata anche l’incertezza su ciò che verrà.

La libertà conquistata non si è presentata sotto forma di un programma pronto da seguire. Prima, c’è la possibilità di fermarsi, respirare e capire come proseguire, senza dover sostituire subito un impiego con un altro. Per ora la priorità è recuperare spazio per sé e per la famiglia, più che costruire una nuova carriera.

La solidarietà verso i colleghi più giovani

La scelta personale convive con la preoccupazione per chi è rimasto. La lavoratrice pensa soprattutto ai colleghi più giovani, alle prese con mutui, spese quotidiane e responsabilità familiari, spesso senza una lunga anzianità alle spalle. Per loro lasciare il posto può essere impraticabile, mentre l’incertezza sul futuro dello stabilimento continua a pesare sulle decisioni.

Un incentivo può offrire una via d’uscita a chi ha alle spalle molti anni di lavoro, ma le condizioni economiche cambiano da persona a persona. Chi deve pagare rate e affrontare responsabilità familiari crescenti può avere bisogno soprattutto di continuità. Anche aderire al piano, in ogni caso, richiede valutazioni attente.

La solidarietà verso i colleghi non l’ha portata a ripensare alla propria decisione. Le sue condizioni le hanno permesso di scegliere una strada che per altri non è accessibile. In questa libertà rimane una nota amara: l’uscita può alleggerire la vita di una lavoratrice, ma lascia aperta l’incertezza che attraversa il territorio e il lavoro in fabbrica.

La somma ricevuta non equivale a uno stipendio mensile destinato a durare per sempre. L’incentivo viene quindi considerato su un orizzonte di circa dieci anni, abbastanza lungo da richiedere prudenza e pianificazione. La questione è come amministrare il denaro nel presente e mantenerlo disponibile mentre si definiscono le prospettive lavorative e personali.

Con l’uscita volontaria viene meno lo stipendio legato al rapporto di lavoro e subentra una somma da gestire con attenzione. Le spese ricorrenti restano, così come le necessità familiari e gli imprevisti. L’incentivo offre un margine per affrontare la transizione, e la sua durata dipenderà da come verrà utilizzato.

Il tempo ritrovato, dunque, porta con sé anche decisioni economiche. Una pausa può aiutare a recuperare energie e a scegliere con calma; nel frattempo occorre distinguere le risorse necessarie alla vita quotidiana da quelle che si possono destinare a progetti futuri. Trovare un equilibrio tra la serenità di oggi e la sicurezza dei prossimi anni fa parte della nuova fase.

Al momento non c’è la ricerca di un altro impiego a tempo pieno. La priorità è ritrovare un ritmo sostenibile; più avanti, un lavoro part-time potrebbe diventare un’opzione. Consentirebbe di mantenere un legame con il lavoro, con modalità diverse da quelle che hanno reso difficile conciliarlo con la vita personale.

Due mesi fuori dalla linea e un futuro aperto

I primi due mesi lontana dalla linea hanno dato concretezza alla decisione. Per anni turni, trasferte e richieste produttive hanno scandito le sue giornate; ora il tempo si organizza in modo diverso. È una fase di passaggio, in cui prendere confidenza con una quotidianità che non ruota più intorno alla fabbrica.

Il futuro è ancora da definire. Senza un percorso già stabilito, la lavoratrice può valutare con calma le possibilità e, insieme, affrontare questioni pratiche: quali attività intraprendere, quanto lavorare e come proteggere gli equilibri raggiunti. Un eventuale impiego part-time resta una possibilità, non un impegno già preso.

Le ambizioni, in questa fase, non si traducono in un nuovo titolo professionale o in una promozione. Riguardano il tempo da recuperare, una maggiore presenza in famiglia e una vita meno pressante. Dopo 31 anni di lavoro, anche concedersi di non avere subito un piano definitivo fa parte del cambiamento: c’è una libertà nuova, da imparare a usare.

Il senso della scelta sta nel desiderio di “vivere con lentezza”. In questa fase significa sottrarsi alla giornata scandita dalle richieste del lavoro e darsi il tempo di capire quali impegni contino davvero. La vita professionale può ancora avere spazio, ma non è al centro delle priorità immediate.

Un impiego part-time rimane sullo sfondo, come possibile punto d’incontro tra indipendenza e tranquillità. Prima vengono il recupero della serenità, la presenza in famiglia e la possibilità di non organizzare ogni decisione in funzione di trasferte e turni.

In questi 31 anni a Melfi si sono costruiti legami e un percorso che continua ad avere valore per lei. La lavoratrice ha guardato alle esigenze della propria vita e ha scelto una direzione diversa. Ora vuole proteggere il tempo ritrovato e lasciare che il futuro prenda forma senza fretta. Della decisione presa non ha rimpianti.




Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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