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Siamo il paese della dieta mediterranea e mangiamo peggio di trent'anni fa: cosa è successo alla tavola italiana

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di Marianna Quatraro pubblicato il

L'Italia esporta record su record col Made in Italy alimentare, ma in tavola il modello mediterraneo lo seguiamo sempre meno: cosa sta succedendo, tra abitudini e business

L'Italia esporta il modello alimentare più imitato e studiato al mondo, ma non riesce più a seguirlo a casa propria. È il paradosso che emerge con sempre maggiore evidenza dagli osservatori di settore: da un lato un comparto agroalimentare che macina record su record, dall'altro una popolazione che si allontana ogni anno di più dallo stile di vita che ha reso l'Italia sinonimo di buona tavola nel mondo. Per chi guarda al food non solo come tradizione ma come industria, il tema non è più solo culturale o sanitario: è un problema di mercato, di filiera e, in prospettiva, di sostenibilità del sistema salute.

Un patrimonio che vale 73 miliardi

Il 2025 si è chiuso con un nuovo record per l'export agroalimentare Made in Italy: quasi 73 miliardi di euro, in crescita del 5% sull'anno precedente, nonostante un contesto internazionale tutt'altro che favorevole tra guerre commerciali e dazi. La Germania resta il primo mercato di sbocco con 11,2 miliardi, mentre la Francia ha scavalcato gli Stati Uniti al secondo posto, arrivando a 7,9 miliardi; gli Usa, penalizzati dai dazi dell'amministrazione Trump, sono scesi a 7,5 miliardi dopo un calo del 5%. L'obiettivo dichiarato dal settore, secondo l'analisi di Coldiretti su dati Istat, è arrivare a 100 miliardi entro il 2030.

Dietro questi numeri c'è un sistema agricolo che l'Europa ci invidia: la maggiore diversità di prodotti a denominazione d'origine, filiere corte radicate nel territorio, un patrimonio di biodiversità agricola tra i più ricchi del continente. Vino, pasta, olio d'oliva, formaggi Dop e conserve trainano le vendite sui mercati premium, dimostrando che quando la qualità italiana arriva a destinazione, il mercato la premia. Il problema, semmai, è logistico e infrastrutturale: i ritardi nei collegamenti tra Nord e Sud e nella rete portuale e ferroviaria costano al settore stimati 9 miliardi di euro l'anno di mancata competitività, secondo il Centro Studi Divulga.

Il paradosso sulla tavola di casa

Se all'estero il "brand Italia" del cibo non è mai stato così forte, in casa la fotografia è meno rassicurante. Gli ultimi dati Istat sulle abitudini alimentari raccontano un paese che si è progressivamente allontanato dai propri stessi principi nutrizionali: appena il 16,5% della popolazione consuma almeno quattro porzioni di frutta o verdura al giorno, mentre il 69% acquista regolarmente surgelati e il 65% prodotti a marchio del distributore, segno di una spesa guidata più da rapidità e prezzo che da un progetto alimentare consapevole.

Ancora più netto il quadro che arriva dall'Osservatorio insicurezza e povertà alimentare: solo il 43% della popolazione segue oggi un'alimentazione riconducibile al modello mediterraneo, con una frattura generazionale marcata. L'adesione riguarda il 53,1% degli over 55, ma crolla al 32,8% tra i giovani di 15-24 anni. Il 61,9% degli italiani ha oggi una dieta non conforme al modello che l'Unesco ha riconosciuto patrimonio immateriale dell'umanità. Anche l'indagine Arianna dell'Istituto Superiore di Sanità, pubblicata su Frontiers in Nutrition, conferma il trend: solo il 5% degli adulti aderisce pienamente alla dieta mediterranea, mentre la maggioranza la applica solo in modo moderato, complice il tempo sempre più ridotto trascorso a casa.

Il paradosso è servito: il 70% degli italiani, interpellati da un'indagine Bva Doxa per la Fondazione Edamus, considera la dieta mediterranea il modello alimentare più salutare in assoluto, il 93% la ritiene benefica per la salute. Ma solo il 31% ha partecipato ad attività legate a questo stile alimentare, mentre metà del campione si dichiara interessata senza però aver mai tradotto l'intenzione in comportamento concreto. Tra dichiarazioni di principio e carrello della spesa, insomma, si è aperta una voragine.

Perché sta succedendo (e perché riguarda le imprese)

Le cause di questo scollamento non sono un mistero per chi lavora nel largo consumo. Il tempo è la prima variabile: con la giornata lavorativa che si allunga e i pasti fuori casa che aumentano, cala drasticamente il tempo dedicato alla preparazione del cibo, e con esso la cucina di base fatta di legumi, verdure di stagione e piatti fatti in casa lascia spazio a soluzioni pronte, surgelati e ultra-processati. Il secondo fattore è la pressione sui prezzi: in un contesto di inflazione alimentare persistente, molte famiglie hanno spostato la spesa verso prodotti a marchio del distributore e verso categorie meno costose ma anche meno ricche di nutrienti freschi. Il terzo è culturale e generazionale: le nuove generazioni sono cresciute in un contesto alimentare più globalizzato e occidentalizzato, con un'esposizione precoce e costante a cibi ultra-processati, delivery e format di consumo rapido che entrano in competizione diretta con il modello tradizionale.

Per l'industria alimentare italiana questo non è un tema da relegare al reparto marketing o alla comunicazione valoriale del "Made in Italy". È un rischio di posizionamento strategico. Le aziende che oggi vivono di export su prodotti identitari quali pasta, olio, conserve, formaggi Dop, costruiscono la propria reputazione internazionale proprio sulla promessa salutistica della dieta mediterranea. Se il mercato interno smette di essere coerente con quella promessa, il rischio non è solo reputazionale: è che l'innovazione di prodotto, oggi orientata prevalentemente all'export e alle fasce premium estere, finisca per perdere di vista il consumatore domestico, lasciando terreno libero a chi propone soluzioni più rapide, più economiche, meno legate alla tradizione.

C'è poi un tema di filiera corta e valore aggiunto interno. Un mercato domestico che compra sempre meno frutta e verdura fresca, sempre più surgelati e discount, indebolisce la parte più fragile della catena agroalimentare italiana: i piccoli produttori agricoli, le filiere Dop e Igp minori, l'agricoltura di prossimità che fatica a competere sui volumi e sui prezzi con la grande distribuzione organizzata e con l'import a basso costo. Il paradosso è che proprio mentre l'Italia rivendica di avere l'agricoltura più diversificata e qualitativamente più solida d'Europa, quella stessa agricoltura fatica a intercettare la domanda interna, spostando sempre più valore verso i mercati esteri.

Il costo sanitario ed economico del cambiamento

Non è solo un tema di marketing o di export. L'abbandono progressivo del modello mediterraneo ha un costo sanitario diretto, che a sua volta genera un costo economico per il sistema Paese. Le malattie croniche non trasmissibili, spesso legate all'alimentazione, sono oggi la causa dell'86% dei decessi in Europa, e l'aumento dell'obesità infantile in Italia viene messo in relazione diretta dagli osservatori con l'abbandono dei principi alimentari tradizionali. Per un sistema sanitario nazionale già sotto pressione, la prevenzione alimentare non è più un tema di salute pubblica astratto: è una voce di spesa futura che si può in parte controllare a monte, agendo su educazione alimentare, prezzi e accesso al cibo fresco.

Le nuove linee guida nazionali diffuse a fine 2025 vanno in questa direzione, aggiornando i capisaldi della dieta mediterranea per adattarli agli stili di vita contemporanei: meno ultra-processati, più personalizzazione dei menu, attenzione a fibre e micronutrienti, mantenendo però fermi i principi di stagionalità e territorialità. Un segnale che la strada del recupero passa anche da una comunicazione diversa, meno nostalgica e più concreta, capace di parlare a chi cucina poco e compra spesso online o al discount.

Cosa può fare il settore

Per le imprese del comparto, il tema si traduce in alcune leve concrete. La prima è l'innovazione di prodotto orientata alla convenienza salutare: piatti pronti, quarta gamma e surgelati che rispettino comunque i principi nutrizionali della dieta mediterranea possono intercettare la domanda di rapidità senza sacrificare la qualità, un segmento in cui diversi player italiani si stanno già muovendo. La seconda è la trasparenza di filiera e l'etichettatura d'origine, tema su cui Coldiretti insiste da tempo anche a livello europeo, per contrastare l'italian sounding e permettere al consumatore di riconoscere e premiare il prodotto realmente tricolore. La terza è l'investimento infrastrutturale e logistico, condizione necessaria perché il valore generato dall'agricoltura italiana arrivi in modo più efficiente sia ai mercati esteri sia alla distribuzione interna, riducendo quel gap di 9 miliardi l'anno che oggi pesa sulla competitività del settore.

Il paese che ha inventato il modello alimentare più copiato al mondo si trova oggi a dover reimparare, in parte, a mangiare come i propri nonni, mentre l'industria che lo rappresenta continua a crescere sui mercati esteri più che su quello di casa. Tenere insieme queste due traiettorie, un export da record e una tavola sempre più lontana dal modello che lo alimenta, sarà una delle sfide strategiche del food italiano nei prossimi anni.




Marianna Quatraro

Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...