La lotta alla pirateria digitale si rinnova con la recente iniziativa di Cloudflare: bloccati 54mila siti di streaming illegale tra calcio, serie TV e film. Nuove tecnologie e regolamenti, rischi e impatti su utenti e provider.
La diffusione dei contenuti pirata ha interessato in maniera massiccia il panorama digitale italiano negli ultimi anni, coinvolgendo film, serie e eventi sportivi in diretta. Secondo statistiche recenti, circa il 39% degli adulti italiani ha compiuto almeno un atto di pirateria audiovisiva in un solo anno, con danni economici stimati nell’ordine di miliardi di euro. La facilità d’accesso a fonti illegali e la velocità di distribuzione consentita dalla tecnologia hanno trasformato la pirateria da fenomeno di nicchia a questione centrale per gli operatori, i titolari dei diritti e le autorità.
L’azienda statunitense Cloudflare ha modificato in modo significativo il proprio approccio verso i domini che fungono da intermediari per la distribuzione di contenuti non autorizzati su larga scala. Per lunghi anni, Cloudflare ha sostenuto la necessità di mantenere un ruolo di infrastruttura neutrale nel traffico di rete; tuttavia, i profondi cambiamenti normativi e l’incremento nelle richieste da parte dei detentori dei diritti hanno portato a una vera e propria svolta nelle strategie di compliance. Nel solo primo semestre del 2025, oltre 54.000 segnalazioni di violazione copyright hanno determinato provvedimenti concreti come la disattivazione di siti sospetti o la rimozione di contenuti ospitati internamente.
L’incremento delle attività di enforcement è legato all’adozione di sistemi automatici avanzati. La disponibilità di un’API dedicata ha reso possibile la trasmissione massiva e veloce di report di violazione, consentendo reazioni tempestive soprattutto nei confronti di flussi di eventi sportivi trasmessi in tempo reale. Tale automazione ha permesso la chiusura di oltre 21.000 account R2 utilizzati nel backend di molti servizi pirata, sottolineando l’impegno di Cloudflare nella lotta contro l’utilizzo illecito delle proprie infrastrutture di object storage.
Va evidenziato come Cloudflare mantenga tuttavia una netta distinzione tra clienti che utilizzano servizi di CDN “pass-through” e quelli che ricorrono ai suoi ambienti di hosting: se per i primi l’azienda continua a negare qualsiasi intervento diretto, sul fronte dell’hosting interno la politica si è fatta decisamente più restrittiva. Questa linea, frutto della collaborazione con i titolari dei diritti, mira ad arginare l’utilizzo dei servizi come “zone grigie” per la distribuzione illecita di materiale protetto.
I blocchi geografici rappresentano un’altra leva utilizzata sempre più spesso, in risposta alle normative europee e alle pressioni di enti come LaLiga e la UEFA, ma Cloudflare mantiene una ferma opposizione riguardo ai blocchi diretti tramite il proprio risolutore DNS. L’azienda ha intrapreso azioni legali e adottato soluzioni alternative ogniqualvolta richiesto di intervenire a livello DNS, considerandolo un rischio per la neutralità e la stabilità dell’infrastruttura di Internet.
L’iniziativa Piracy Shield, varata da Agcom, ha introdotto una piattaforma in grado di velocizzare drasticamente l’intervento contro la diffusione di contenuti illegali. Nata originariamente per proteggere le trasmissioni calcistiche e sportive in generale, la soluzione si è rapidamente estesa a tutto il comparto audiovisivo, raggiungendo oggi una platea che include anche le prime visioni cinematografiche, le serie e i programmi d’intrattenimento.
Il regolamento aggiornato del 2025 impone una finestra massima di intervento di 30 minuti per le richieste di blocco, rendendo il meccanismo di contrasto estremamente agile ed efficace contro le trasmissioni pirata in diretta e le nuove uscite. I provider sono obbligati a bloccare l’accesso attraverso il DNS o tramite l’instradamento degli indirizzi IP destinati ad attività illecite. Al tempo stesso, Agcom richiede elevata diligenza e rigore nelle segnalazioni per ridurre i rischi di overblocking, con la sospensione dalla piattaforma prevista per chi segnala risorse lecite o opera senza le dovute verifiche.
Gli ultimi aggiornamenti prevedono, inoltre, che ogni soggetto partecipe nella filiera dell’accessibilità debba applicare i blocchi: ciò coinvolge non solo gli ISP e i servizi di hosting, ma anche i fornitori di caching, VPN, DNS pubblici e persino i motori di ricerca. Mentre Google ha già confermato la propria disponibilità ad adeguarsi al regolamento, permane una certa resistenza da parte di altri operatori internazionali.
L’applicazione della legge antipirateria italiana n. 93/2023 ha portato all’adozione di misure inedite riguardanti l’operato dei grandi provider di DNS pubblici. Le sentenze del Tribunale di Milano, sia contro Cloudflare che successivamente nei confronti di Google, hanno segnato una nuova direzione per la lotta contro la diffusione di contenuti protetti. L’ordinanza del marzo 2025 ha imposto a entrambe le aziende di adeguare i propri server DNS ai blocchi disposti dalla piattaforma Piracy Shield, specificando che la responsabilità si estende anche a chi fornisce servizi apparentemente neutri.
Google, con i suoi famosi DNS pubblici (8.8.8.8 e 8.8.4.4), ha dovuto fronteggiare l’obbligo imposto di bloccare l’accesso ai domini incriminati senza possibilità di eccezione, a seguito della segnalazione ufficiale di Agcom. Anche Cloudflare, in passato restia a cancellare la risoluzione dei DNS per questioni legate alla neutralità della rete, è stata costretta ad adottare soluzioni conformi alle indicazioni del tribunale. Questi provvedimenti sono stati applicati senza necessità di procedimento giudiziario preventivo, in base alla delibera AGCOM 189/23/CONS, e l’inottemperanza può comportare pesanti sanzioni o limitazioni dei servizi sul territorio nazionale.
La questione è oggetto di acceso dibattito per le sue implicazioni sui diritti degli utenti, la privacy e le possibilità di censura tecnica preventiva. Alcuni incidenti, come il blocco accidentale di un intero sottodominio di Google Drive nell’ottobre 2024, hanno mostrato quanto le conseguenze possano essere rilevanti anche per chi utilizza servizi del tutto legittimi. L’attenzione dei tribunali si è concentrata sulla responsabilità di chi, offrendo servizi DNS o di caching, contribuisce – anche indirettamente – alla propagazione di contenuti illeciti. Di fronte a queste nuove sfide, il bilanciamento tra tutela dei diritti d’autore e protezione della libertà d’accesso a Internet richiede valutazioni costanti e aggiornate.
Le strategie messe in campo da autorità regolatorie, provider tecnologici e detentori dei diritti hanno prodotto un cambiamento profondo nel panorama della distribuzione illegale online. L’adozione di sistemi di blocco automatico e l’allargamento dei soggetti obbligati alla cooperazione hanno determinato sia una riduzione della disponibilità immediata dei contenuti pirata sia una maggiore rapidità nella risposta alle violazioni.
Nella pratica, il meccanismo Piracy Shield e le azioni di provider come Cloudflare e Google rappresentano una risposta efficace ma non priva di criticità, con conseguenze tangibili sull’organizzazione e la gestione dell’ecosistema digitale italiano.
L’accesso a piattaforme illecite si accompagna sempre più spesso a rischi informatici concreti. Diversi rapporti europei hanno messo in luce come, in oltre la metà dei casi, i servizi di streaming pirata veicolino malware o comportino esposizione a minacce significative.
Nata a Roma nel Giugno del 1978, effettua gli studi di ragioniere e si appassiona al tennis. Amante del mondo delle quattro ruote e delel due ruote, è sempre curiosa su tutte le novità delle case automobilistiche e sulle nuove auto in uscita. Scrive da anni per diversi blog ed ora si dedica a tempo pieno su questo sito web trattando in particolar modo tematiche sul mondo delle auto e sugli argomen...