Stellantis premia i lavoratori esteri ma lascia a mani vuote quelli italiani, alimentando malcontento e nuove polemiche.
Negli ultimi anni il gruppo Stellantis è stato al centro di numerose controversie legate alla gestione della forza lavoro e all’erogazione di bonus e incentivi, sia in Italia che all’estero. Il tema della disparità salariale si è acutizzato, alimentando malcontento tra i dipendenti degli stabilimenti italiani e accendendo il dibattito pubblico. Se da un lato, lavoratori di alcuni impianti stranieri hanno beneficiato di premi economici e vantaggi accessori, dall’altro cresce la percezione di una mancanza di equità nei confronti delle maestranze nazionali.
L’orientamento strategico adottato dalla direzione del gruppo in questi ultimi anni mette in evidenza una forte differenziazione nei trattamenti riservati al personale delle diverse aree geografiche. Se nei siti italiani le recenti trattative sindacali hanno portato a piccoli incrementi della retribuzione base – mediamente circa 140 euro mensili entro il 2026, oltre a singoli bonus una tantum – altrove le condizioni sembrano più favorevoli per i lavoratori. L’esempio più emblematico si osserva nell’impianto serbo di Kragujevac dove, per soddisfare l’esigenza di forza lavoro specializzata, sono stati "importati" centinaia di operai italiani, spesso provenienti dagli stabilimenti di Melfi e Modena in crisi. Secondo informazioni mai smentite dalla stessa Stellantis, questi lavoratori riceverebbero un compenso giornaliero di circa 100 euro, oltre a vitto e alloggio pagati, per un totale mensile che supera largamente i 2.000 euro. Tale trattamento appare nettamente superiore rispetto sia ai colleghi serbi, con stipendi che si aggirano sui 600 euro, sia agli stessi dipendenti rimasti in Italia.
Le politiche attuate mirano a ottimizzare costi e risultati produttivi, attraendo forza lavoro dove il differenziale salariale è più conveniente per l’azienda, mentre si rafforzano i bonus e i benefit all’estero, soprattutto dove la difficoltà di reperire personale è più marcata. Nel mentre, i lavoratori italiani continuano a subire la precarizzazione dovuta ad anni di cassa integrazione e assenza di incentivi strutturali mirati, in un clima di crescita delle tensioni sindacali e incertezza sulle prospettive di rilancio industriale nel Paese.
Mentre in alcune regioni Stellantis promuove benefit per attrarre manodopera, i siti italiani affrontano una realtà molto più complessa. Nei mesi scorsi, il gruppo ha avviato una serie di licenziamenti collettivi, che hanno coinvolto centinaia di dipendenti nei poli produttivi di Torino e Mirafiori. Le uscite sono state mitigate solo in parte da incentivi al prepensionamento o a ricollocazione, risultando comunque in un progressivo "svuotamento" degli impianti italiani. I sindacati denunciano come l’azienda tenda a investire somme maggiori nei programmi di incentivazione all’esodo rispetto agli aumenti salariali previsti per chi resta, lasciando scoperti gli ammortizzatori sociali e comprimendo i margini economici dei lavoratori sospesi.
A questo si aggiunge l’incertezza legata alla nuova regolamentazione sul lavoro agile: a partire dal 2027, tutti i dipendenti italiani dovranno tornare in presenza, una scelta che ha già sollevato dubbi sull’efficacia della riorganizzazione e sul benessere del personale. Se da una parte i segnali di recupero produttivo restano deboli, dall’altra la carenza di nuovi modelli destinati agli stabilimenti nazionali – e la conseguente diminuzione degli ordini – contribuisce ad amplificare il senso di precarietà. Gli effetti della crisi hanno colpito soprattutto la platea dei cassintegrati, esclusi dagli scarsi bonus elargiti e costretti ad affidarsi quasi esclusivamente alle prestazioni garantite dall’INPS. Il quadro complessivo restituisce un’immagine di stagnazione e difficoltà, con poche soluzioni prospettate per invertire la tendenza nel breve termine.
La distanza tra le remunerazioni dei vertici aziendali e quelle della base operaia non è mai stata così evidente come negli ultimi esercizi. Basti pensare che gli amministratori delegati, come Antonio Filosa e Carlos Tavares, hanno visto riconoscersi stipendi e bonus annuali che possono raggiungere rispettivamente i 24 milioni e i 23 milioni di euro, oltre a buonuscite e benefit di lusso (uso di aerei aziendali, servizi di sicurezza, piani sanitari e auto dedicate). A confronto, i dipendenti italiani si trovano a fare i conti con incrementi della paga base che non superano i 140 euro medi al mese, oltre a bonus una tantum poco incisivi per contrastare la perdita di potere d’acquisto dovuta agli ammortizzatori sociali e alla stagnazione dei salari. La situazione è ulteriormente aggravata dalla presenza di condizioni più favorevoli per molti lavoratori esteri "trasferiti", soprattutto nei siti come quello serbo, dove la presenza di manodopera italiana viene retribuita con benefit ben superiori rispetto alla media dei dipendenti locali e di quelli italiani rimasti. La seguente tabella evidenzia questi contrasti:
| Ruolo | Compensi/Bonus | Benefit Accessori |
| Amministratore Delegato | Fino a 24 milioni/anno | Aereo, sicurezza, piani sanitari |
| Operaio italiano (media 2026) | +140 euro/mese Bonus una tantum 240+240 euro Totale annuo: ca. 23.000-25.000 euro |
Limitati |
| Operaio italiano trasferito in Serbia | Circa 2.200 euro/mese | Vitto, alloggio, trasporti |
| Operaio serbo | 600 euro/mese | Bonus variabili, alcuni benefit |
Questi squilibri salariali alimentano tensioni interne e percezioni di ingiustizia, sia tra le varie categorie che tra Paesi.
Le organizzazioni sindacali italiane, in particolare la FIOM-CGIL, hanno espresso forti critiche alla gestione delle risorse umane da parte del gruppo automobilistico. Le principali rivendicazioni riguardano la richiesta di un utilizzo maggiore degli utili per la tutela occupazionale e un aumento strutturale dei salari, al posto di bonus saltuari o di strategie che investono sproporzionatamente nei benefit dei dirigenti. Ricorrente è la denuncia dell’utilizzo della cassa integrazione come strumento ormai “ordinario” e non più emergenziale, con conseguenti danni al tessuto produttivo italiano e alla condizione sociale dei lavoratori coinvolti. La posizione dei sindacati si accompagna all’invito rivolto alle istituzioni, in particolare al governo, affinché agiscano come mediatori per promuovere un riequilibrio tra esigenze aziendali e tutela della forza lavoro.
Tuttavia, secondo molte sigle, le risposte istituzionali appaiono tardive o insufficienti, mentre cresce il rischio di una ulteriore perdita di competenze e competitività dell’industria auto in Italia. A livello sociale, le politiche messe in atto dal gruppo e le ricadute sulle famiglie degli operai e dei tecnici degli stabilimenti italiani contribuiscono a incrementare la frustrazione e il senso di abbandono. Il progressivo calo dell’occupazione e il trasferimento di risorse verso mercati esteri hanno un impatto evidente su territori storicamente legati all’industria automobilistica, riducendo indotto e speranze di sviluppo.
Lo scenario attuale evidenzia importanti sfide economiche e sociali per i dipendenti italiani del gruppo. Sebbene il rinnovo del contratto abbia fornito piccoli margini di miglioramento salariale, le incertezze persistono in merito alla stabilità e al valore del lavoro negli impianti nazionali. L’assenza di bonus comparabili a quelli offerti in altre realtà o a figure manageriali viene vissuta come un’ulteriore penalizzazione, sia sul piano economico che motivazionale.
Il Dott. Marco Castagna è un esperto consulente senior nel settore delle imprese con oltre 15 anni di esperienza. Laureato in Economia Aziendale, la sua competenza si estende alla consulenza strategica, gestione delle risorse e ottimizzazione dei processi aziendali, rendendolo una figura di riferimento per molte aziende in crescita. Residente a Venezia, Marco ha collaborato con diverse start-up...