Un milione di euro destinato dalla Regione Sicilia a un ente fantasma, un inganno orchestrato dall'ex Iena La Vardera: ecco come un emendamento fittizio ha messo in luce lacune e reazioni.
Un episodio senza precedenti ha suscitato clamore politico e mediatico nell'Assemblea Regionale Siciliana (ARS): il cosiddetto emendamento “fake” ideato da Ismaele La Vardera, deputato e già volto noto della televisione d'inchiesta. Nella legge finanziaria, approvata nel dicembre 2025, oltre un milione di euro di fondi pubblici è stato destinato a un ente con una forma giuridica inesistente.
La particolarità di questo caso risiede nella simulazione di una norma-trappola inserita per testare l'attenzione e la responsabilità dei parlamentari regionali durante una seduta cruciale per la manovra economica della Sicilia. Il risultato ottenuto dimostra quanto la procedura legislativa possa essere vulnerabile a fenomeni di approvazione superficiale, mettendo in evidenza dinamiche che vanno ben oltre la normale dialettica politica.
La sequenza dei fatti offre un quadro dettagliato sul processo che ha condotto all'approvazione di un emendamento presentato come normativamente legittimo ma in realtà privo di qualsiasi fondamento reale. L'Assemblea si trovava nel rush finale per la finanziaria regionale, un pacchetto da oltre un miliardo di euro. Tra gli atti di spesa, è stato inserito un emendamento “fuori sacco”, ossia un aggiustamento presentato direttamente in aula senza passare per il consueto esame della commissione Bilancio. Questo strumento parlamentare, sebbene accettato dalla prassi procedurale, richiede normalmente la massima attenzione.
L'emendamento in questione era composto da otto commi, ciascuno riferito a finalità diverse e attribuito a esponenti sia della maggioranza che dell'opposizione, ad eccezione del Movimento 5 Stelle. L'ottavo comma, elaborato dal deputato La Vardera, introduceva una norma fittizia che stanziava un milione di euro in favore di comuni dotati di una forma giuridica inesistente nel panorama legislativo italiano. Il testo completo dell'emendamento veniva trasmesso uno dopo l'altro sui tablet dei 60 parlamentari presenti per la consultazione pre-voto.
Sorprende la facilità con cui sono stati superati tutti i presidi di tutela dell'iter legislativo: trattandosi di un emendamento aggiuntivo, era necessario il consenso unanime, così come previsto dagli accordi d'aula. La presidenza dell'ARS, nella figura di Gaetano Galvagno, ha garantito il rispetto delle regole formali, mentre il vicepresidente Nuccio Di Paola ha chiesto, ottenendolo, il voto palese e nominale per assicurare trasparenza sull'esito della votazione. Tuttavia, la complessità e il sovrapporsi di norme, unite a una scarsa attenzione nei confronti del testo, hanno favorito il passaggio dell'emendamento fittizio.
Il risultato finale: su 60 deputati, solo 40 hanno espresso un voto, e tra questi ben 26 si sono espressi favorevolmente all'approvazione, tra cui esponenti di rilievo delle principali forze politiche. Il governo regionale e il presidente della Regione non risultavano presenti in aula durante la votazione, mentre nessuno tra gli assessori-deputati manifestava partecipazione attiva, lasciando de facto la responsabilità nelle mani dei presenti. In pochi minuti, la norma fake è divenuta legge. La facilità dell'approvazione, insieme al rischio concreto di utilizzo non vigilato di risorse molto ingenti, ha scosso l'opinione pubblica e acceso un dibattito sulla maturità e sull'affidabilità delle procedure assembleari.
La distribuzione dei voti racconta molto sulle logiche d'aula e sulle dinamiche politiche sottese all'episodio. Pur essendo visibile che si tratta di una materia attinente alle competenze specifiche dei legislatori siciliani, ben 26 deputati hanno dato via libera all'intero pacchetto senza distinguere il contenuto della norma “fittizia”. Nel dettaglio, il verbale elettronico della seduta ha tracciato la presenza di 60 parlamentari, dei quali solo due terzi hanno acceso la tastiera per votare. Di questi:
Particolarmente significativa la posizione della maggioranza regionale, i cui esponenti - ad esclusione degli assessori che non hanno votato - si sono espressi a favore senza sollevare obiezioni di merito o di legittimità. Degno di nota anche il comportamento di alcuni partiti storicamente critici verso l'operato delle istituzioni, i quali, pur avendo esponenti presenti, hanno mancato l'appuntamento con una scrutinio che avrebbe potuto arrestare l'iter dell'emendamento-trappola.
Sul piano procedurale, il ricorso a una votazione palese-nominale rappresenta un'eccezione legata al clima di attenzione suscitato dal Movimento 5 Stelle. Ciononostante, l'impatto concreto della scelta è stato più che altro formale, lasciando prevalere logiche di gruppo e consolidando la prassi secondo la quale le decisioni decisive possono essere assunte in condizioni di parziale consapevolezza. Il voto contrario del firmatario dell'emendamento costituisce un elemento di denuncia simbolica e rende ancora più eclatante la gravità dell'episodio.
L'emendamento ideato da Ismaele La Vardera nasce come una provocazione con fini dimostrativi, volta a denunciare criticità nel funzionamento della macchina legislativa. L'obiettivo dichiarato era mostrare quanto possa essere semplice, in condizioni di affaticamento o di disattenzione d'aula, approvare una spesa pubblica ingente senza che siano stati eseguiti controlli adeguati. La scelta di introdurre una voce di bilancio destinata a una forma giuridica inesistente è stata la metafora della vulnerabilità del sistema.
La strategia utilizzata richiama logiche investigative e di denuncia già tipiche del percorso professionale dell'ex inviato televisivo, e si inserisce in una cornice volta a sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni sulle debolezze dei meccanismi di spesa. L'uso consapevole di una norma priva di riscontri giuridici rappresentava una sfida volta a richiamare i deputati - e il sistema nel suo complesso - a una maggiore responsabilità e attenzione nella gestione dei fondi regionali.
Da quanto emerge dalle dichiarazioni post-fatto, vi era la volontà di valorizzare la trasparenza del processo decisionale e di mettere a nudo una serie di automatismi rischiosi. Il risultato ottenuto dimostra non solo l'efficacia dell'esperimento, ma anche la necessità di ulteriori strumenti di verifica e controllo negli organi di rappresentanza democratica. Il cosiddetto tranello, nascosto tra le righe di una proposta articolata e complessa, si è rivelato lo specchio fedele delle abitudini radicate nell'ARS e nei rapporti tra maggioranza e opposizione.
La pubblicazione dell'episodio ha determinato forti reazioni sia nell'ambito politico che nei media nazionali, che hanno sottolineato le falle nel sistema di controllo e l'urgenza di riforme strutturali. All'interno dell'ARS, le immediate dichiarazioni dell'ideatore della norma hanno acceso il dibattito tra chi ha denunciato la superficialità nella gestione delle risorse pubbliche e chi ha sostenuto che episodi simili servano da incentivo per rafforzare l'attenzione durante i lavori d'aula.
Tra i banchi della maggioranza non sono mancate autocritiche: diversi deputati coinvolti hanno pubblicamente ammesso di aver agito d'impulso in una fase caratterizzata dalla pressione sulla chiusura della manovra. Alcuni si sono giustificati invocando la prassi delle votazioni cumulative e la difficoltà di analizzare, in tempo reale, provvedimenti complessi e tecnici. Tuttavia, la stampa nazionale, con servizi dettagliati trasmessi da tv e agenzie di stampa, ha posto l'accento sulla necessità di ripensare i criteri di valutazione degli emendamenti e sugli strumenti di verifica interni ai gruppi parlamentari.
Molto discussa anche la posizione del governo regionale, che, pur non avendo votato, non ha esercitato un potere di indirizzo o di vigilanza durante la seduta. Il rischio, sottolineato da opinion leader e commentatori, è che il caso rappresenti non un'eccezione isolata ma il sintomo di una fragilità sistemica. L'impatto reputazionale dell'ARS ne esce inevitabilmente indebolito, mentre cresce l'attesa per segnali di rinnovamento procedurale e di controllo. Nella capitale, il tema ha riacceso il dibattito sulle riforme degli statuti regionali e sulle tutele per la correttezza della finanza pubblica.
Una delle questioni più rilevanti riguarda l'effettivo destino del milione di euro stanziato per l'ente inesistente. Dal punto di vista tecnico-contabile, i fondi sono rimasti di fatto congelati, poiché nessun soggetto reale ha potuto beneficiare della somma prevista dall'emendamento. Il meccanismo finanziario prevede che, in assenza di un destinatario conforme ai requisiti specificati da una norma, le risorse rimangano in avanzo di cassa e non siano, quindi, effettivamente spese dalla Regione.
Ad oggi, non risulta alcuna dispersione economica o trasferimento illecito di denaro pubblico: la trappola, per quanto tecnicamente riuscita nella denuncia dimostrativa, non ha avuto effetti distorsivi sulla finanza regionale. L'episodio ha tuttavia reso palese la necessità di ridefinire le procedure di controllo e verifica sulle norme di spesa. Dalle dichiarazioni successive dell'ideatore dell'emendamento, si evince che l'intento era proprio quello di sollevare un caso etico e giuridico, non di causare danni concreti all'erario.
Le implicazioni pratiche si riflettono nella maggiore attenzione promessa dagli uffici di Presidenza e dai gruppi politici, che hanno annunciato indagini interne e proposte di riforma delle regole sugli emendamenti fuori sacco. Resta da valutare se le istituzioni sapranno trasformare questa vicenda in occasione di crescita collettiva oppure se il rischio di reiterazione di pratiche analoghe continuerà a minacciare la credibilità dell'ARS e il corretto utilizzo dei fondi pubblici siciliani.