Negli ultimi sei anni in Italia i salari reali sono rimasti fermi, creando 108 giorni di lavoro a vuoto per i dipendenti. Mentre aumentano i compensi dei CEO e i divari di ricchezza si accentuano.
L'ultimo rapporto di Oxfam, redatto in collaborazione con l'International Trade Union Confederation, mette in evidenza le profonde distorsioni del sistema retributivo globale osservate fra il 2019 e il 2025: l'aumento incessante degli stipendi dei top manager e la simultanea stagnazione o riduzione dei salari medi. In media, un amministratore delegato di una grande azienda ha accumulato in un solo anno una retribuzione pari a quella che un lavoratore impiegherebbe cinque secoli a percepire. L'indagine, condotta su 1.500 società in 33 Paesi, offre una fotografia aggiornata e puntuale delle disparità salariali e delle nuove frontiere delle disuguaglianze socioeconomiche che colpiscono trasversalmente lavoratori e lavoratrici in tutto il mondo, con riflessi preoccupanti anche per l'Italia.
Il divario tra compensi dei vertici aziendali e retribuzioni ordinarie non ha mai raggiunto livelli simili. Tra il 2019 e il 2025, le remunerazioni dei CEO delle principali corporation mondiali sono aumentate del 54% in termini reali. Nello stesso arco di tempo, il salario medio mondiale è diminuito del 12%. Nel solo 2025, le retribuzioni dei vertici hanno corso a una velocità venti volte superiore a quella dei salari dei lavoratori.
La quantità di denaro percepita da un amministratore delegato nel 2025, mediamente 8,4 milioni di dollari tra stipendio e bonus, pone in risalto una sproporzione senza precedenti. In casi estremi, come per i CEO di Blackstone, Broadcom e Goldman Sachs, i compensi hanno superato i 100 milioni di dollari annui e i dieci dirigenti più pagati hanno superato complessivamente il miliardo di dollari. Si assiste a una forbice salariale senza confronti nella storia.
Questa tendenza si accompagna a una redistribuzione fortemente asimmetrica delle risorse, aggravata dalle ricompense ai detentori di capitale e dalle logiche di massimizzazione del profitto degli azionisti. Di fatto, la crescita delle economie occidentali si accompagna a una contrazione tangibile della quota destinata al lavoro, mentre il capitale gode di rendimenti crescenti. Secondo Oxfam, le cause sono da ricercare anche in sistemi retributivi disfunzionali, politiche di incentivazione dei top manager direttamente legate agli utili azionari, e un indebolimento strutturale dei meccanismi di contrattazione collettiva per i salari ordinari.
L'erosione del potere d'acquisto è spiegata da un dato simbolico: tra il 2020 e il 2025 ogni lavoratore ha teoricamente offerto 108 giornate di lavoro a titolo gratuito. La diminuzione dei salari reali, contro la crescita quasi stagnante delle buste paga nominali e l'aumento dei prezzi, ha reso questa situazione tangibile nella quotidianità di milioni di persone.
Le voci di spesa per beni essenziali, come energia, alloggio e alimentari, sono cresciute più rapidamente dei redditi da lavoro, acuendo la sproporzione tra costi della vita e retribuzioni effettive. Ciò ha determinato una crescente fetta della popolazione mondiale a rischio o sotto la soglia di povertà, rafforzando il sentimento di esclusione sociale e favorendo la cosiddetta working poverty.
In termini pratici, questo significa che molti lavoratori e lavoratrici, pur avendo un contratto regolare, si ritrovano a vivere una situazione di precarietà reddituale, con effetti su consumi, stabilità abitativa e possibilità di accesso a servizi fondamentali. Il calo del salario reale si traduce, non solo in una perdita economica immediata, ma anche in un indebolimento sistemico della coesione sociale.
Mentre la massa dei lavoratori vede restringersi il potere d'acquisto, gli investitori e i grandi azionisti registrano guadagni da record. Quasi mille miliardari, oggetto dell'analisi, hanno incassato in un solo anno 79 miliardi di dollari solo di dividendi: ciò corrisponde a oltre 2.500 dollari al secondo. In meno di due ore, un miliardario medio guadagna più di ciò che un lavoratore percepisce in un intero anno.
La distribuzione dei dividendi globali ha toccato il massimo storico: 2.100 miliardi di dollari nel 2025, con circa la metà ricaduta nelle mani dell'1% più ricco (che detiene il 43% di tutte le azioni mondiali). Nel contempo, l'85% della popolazione mondiale non riceve alcun reddito da capitale, testimonianza di una stratificazione economica sempre più marcata.
Personalità come Bernard Arnault (LVMH) e Amancio Ortega (Inditex/Zara) esemplificano la capacità di una ristretta élite di accumulare enormi fortune attraverso la centralità degli asset finanziari e la distribuzione dei profitti. Questo fenomeno rafforza la posizione dominante dei miliardari e solleva interrogativi su modelli economici equilibrati, giustizia sociale e coesione democratica.
Le disparità di trattamento fra uomini e donne restano profonde e persistenti sia a livello internazionale che nel contesto italiano. L'indagine sottolinea che solo il 6% degli amministratori delegati esaminati è donna e il divario salariale medio di genere nelle grandi imprese si attesta sul 16%. Per la platea femminile, ciò significa che dal 4 novembre lavorano gratis fino alla fine dell'anno, rispetto ai colleghi uomini.
In Italia il divario risulta ancora più marcato in molti settori, specialmente nei servizi assicurativi, finanziari, nel commercio e nella manifattura, dove lo scarto fra remunerazione giornaliera femminile e maschile supera spesso il 20%. Le cause sono riconducibili a segregazione occupazionale, maggiore incidenza del part-time involontario, penalizzazioni legate alla maternità e carichi di cura familiare sbilanciati sulle donne.
Il risultato è una minore partecipazione femminile in posizioni di vertice, una penalizzazione della progressione di carriera e delle opportunità di guadagno su base annua, aggravando l'asimmetria reddituale che caratterizza il tessuto produttivo nazionale ed europeo.
La situazione nel Belpaese si mostra particolarmente critica. Alla fine del 2025, i salari reali italiani risultavano inferiori del 7,8% rispetto a quelli del 2021, ponendo il Paese tra i pochi dell'area OCSE a non aver registrato una ripresa delle retribuzioni dopo la crisi pandemica e inflattiva. Negli ultimi trent'anni, mentre Francia e Germania hanno visto i salari medi reali salire di circa il 30%, l'Italia ha subito un calo tra il 2% e il 3%. Oltre al fenomeno della stagnazione, il lavoro povero cresce:
Le cause della crisi retributiva italiana sono molteplici e radicate: ritardi nel rinnovo della contrattazione collettiva, scarsa indicizzazione salariale al costo della vita e un utilizzo esteso di forme contrattuali precarie che comprimono i redditi. Le politiche degli ultimi anni hanno privilegiato incentivi alle imprese e bonus su base temporanea, spesso inefficaci nell'arginare la crescita della povertà lavorativa.
L'abolizione di strumenti come il salario minimo legale e l'assenza di riforme sistemiche della contrattazione contribuiscono a rendere il sistema ancora più fragile. Secondo Oxfam, la scelta di focalizzarsi su misure transitorie e su sussidi alle aziende ha lasciato invariato lo status quo, compromettendo la capacità di garantire una crescita retributiva diffusa e una maggiore equità.
La riaffermazione della centralità dei contratti collettivi principali per l'accesso alle agevolazioni costituisce una risposta parziale, che però non appare sufficiente a interrompere la dinamica di polarizzazione dei redditi e precariato.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...