Mentre tra USA ed Europa si acuiscono tensioni su dazi, Groenlandia e politica internazionale, ci si chiede se la minaccia europea di vendere Treasury americani sia reale e quali potrebbero essere le conseguenze economiche globali.
Le recenti decisioni dell’amministrazione statunitense hanno innescato una nuova tensione nei rapporti economici e politici tra Stati Uniti e Unione Europea. L’annuncio di nuovi dazi sulle importazioni dai principali paesi europei, motivato dalla controversa volontà di Washington di annettere la Groenlandia, ha posto la questione sulle reali leve a disposizione dell’Europa nella risposta a queste misure. Mentre la minaccia di restrizioni commerciali si intreccia con dinamiche geopolitiche e militari nell’Artico, operatori e analisti riflettono sulla possibilità che i paesi europei possano, in risposta, valutare l’ipotesi di una riduzione significativa della propria esposizione verso i titoli del debito pubblico americano. Tale evenienza mette al centro del dibattito non solo le possibili ripercussioni sulle economie dei due blocchi, ma anche il futuro dell’equilibrio finanziario internazionale.
La nuova ondata di dazi, annunciata dall’amministrazione Trump, rappresenta una risposta alla mobilitazione europea a difesa dell’integrità della Groenlandia. Dal prossimo mese, diverse esportazioni europee saranno gravate da un’imposizione tariffaria iniziale del 10%, destinata ad aumentare al 25% se non verrà raggiunto un compromesso sull’isola artica. Le reazioni dei partner europei non si sono fatte attendere: il Parlamento Ue ha sospeso l’intesa sui dazi, mentre i principali paesi coinvolti – Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito – esaminano la possibilità di misure di ritorsione. La questione della Groenlandia, ufficialmente giustificata dalla Casa Bianca per motivi strategici e militari, è divenuta il pretesto di una vera e propria escalation commerciale.
Sullo sfondo, il clima macroeconomico mondiale mostra segni di crescente nervosismo: i mercati finanziari europei e asiatici registrano ribassi, crescono le posizioni cautelative su oro e argento – tradizionali beni rifugio in periodi di incertezza – mentre la volatilità nei mercati obbligazionari aumenta in risposta alle nuove incertezze sui flussi commerciali e alla possibile rimodulazione delle politiche monetarie da parte delle principali banche centrali. Tra le priorità discusse in sede europea spicca l’efficacia degli strumenti di difesa economica, a partire dalla possibilità di contro-dazi su larga scala fino alla valutazione di misure più incisive come la gestione attiva dei titoli di Stato americani presenti nei portafogli europei. Secondo fonti qualificate, la leva finanziaria rappresentata dagli investimenti in Treasury USA – ossia i titoli di debito pubblico statunitensi – appare una delle carte più rilevanti nell’attuale contesto di scontro commerciale globale.
Nel quadro delle nuove misure commerciali introdotte dagli USA, la Commissione Europea e i principali governi stanno valutando l’adozione di un pacchetto di contromisure su più livelli:
Le banche e gli investitori istituzionali europei detengono una quota significativa degli asset finanziari statunitensi. In base alle ultime rilevazioni, i paesi dell’area euro e il Regno Unito, insieme alle altre principali economie europee, risultano titolari di circa 2.800 miliardi di dollari in Treasury USA – valore che sale a oltre 3.000 miliardi includendo il Canada. A questi si aggiungono ulteriori asset azionari e obbligazionari per oltre 8.000 miliardi di dollari, rendendo il continente europeo il maggiore creditore estero degli Stati Uniti.
La presenza significativa di titoli americani nei portafogli europei deriva sia da esigenze di diversificazione, sia dalla tradizionale solidità e liquidità del mercato del Tesoro statunitense. Tuttavia, negli ultimi mesi si osservano segnali crescenti di riposizionamento: alcuni gestori rilevanti come Pimco e fondi pensione nordeuropei hanno già ridotto la loro esposizione sul dollaro, preferendo reinvestire su asset locali o intra-europei. Questo fenomeno resta per ora circoscritto, ma evidenzia la crescente suscettibilità degli operatori istituzionali europei alle traiettorie geopolitiche e monetarie dei flussi Usa-Europa.
Una ipotetica vendita massiccia dei titoli di Stato USA da parte degli investitori europei avrebbe implicazioni rilevanti sia per i mercati internazionali sia per le economie del continente. Gli impatti immediati si concretizzerebbero in:
Oltre all’Europa, numerosi paesi e centri finanziari globali continuano a detenere una parte consistente del debito pubblico statunitense. Il Giappone si attesta come il principale creditore estero con circa 1.130 miliardi di dollari in Treasury, seguito da Cina e Hong Kong che totalizzano più di 1.000 miliardi nonostante recenti iniziative di riduzione dell’esposizione dovute a tensioni geopolitiche e ad esigenze di diversificazione delle riserve in valuta estera. Nel 2025, il blocco Pechino-Hong Kong ha venduto titoli Usa per circa 30 miliardi, ma continua a mantenere una posizione di rilievo nelle aste del Tesoro americano.
Importanti hub finanziari – tra cui Regno Unito, Lussemburgo, Svizzera e Isole Cayman – intermediari per grandi operatori mondiali, hanno mostrato dinamiche alterne: alcune giurisdizioni aumentano il portafoglio di titoli americani per esigenze di liquidità, altre riducono le esposizioni per motivi strategici. Nel complesso, la ripartizione geografica dei detentori internazionali vede ancora una forte concentrazione nei grandi snodi finanziari, mentre il peso crescente di portafogli istituzionali privati, spesso meno reattivi alla contingenza politica, attenua la probabilità di azioni concertate e destabilizzanti in senso geopolitico immediato.
Il contesto finanziario internazionale si sta rapidamente adeguando ai segnali di tensione quando si moltiplicano le incognite su dazi, titoli di stato e divise. Nell’ultima settimana, le borse europee hanno segnato ribassi nell’ordine dell’1-1,5% (Milano -1,3%, Francoforte -1,1%, Parigi -1,4%), mentre prosegue la corsa dell’oro e dell’argento ai massimi storici: un riflesso della ricerca di sicurezza da parte degli investitori di fronte ad una volatilità crescente.
La debolezza del dollaro rispetto all’euro e allo yen prosegue, sostenuta dalla combinazione di:
L’attuale fase di alta volatilità nei mercati obbligazionari internazionali ripropone il tema di una possibile crisi finanziaria globale come reazione sistemica all’escalation tra Stati Uniti ed Europa. Tra i rischi principali evidenziati dagli analisti:
La possibilità che i paesi europei utilizzino la leva dei titoli di Stato USA come strumento negoziale nella disputa con Washington rappresenta un elemento di pressione considerevole nel contesto attuale.
Pur essendo evidente la forza potenziale di una tale misura, l’attuazione pratica è costellata di incognite: gli effetti collaterali sugli stessi investitori continentali, la complessità delle catene di valore finanziarie e la necessità di preservare la stabilità del sistema globale impongono la massima cautela e l’esclusione di gesti unilaterali.
La vera arma dell’Europa resta la sua capacità di coordinare azioni diplomatiche, commerciali e finanziarie, mantenendo vera credibilità presso le istituzioni internazionali e presso i mercati. La prospettiva più auspicabile rimane dunque quella di una soluzione negoziale, dove la potenzialità della minaccia – e la sua credibilità – servano soprattutto da stimolo a riequilibrare le relazioni transatlantiche, piuttosto che come detonatore di instabilità globale.