La carta da forno è uno degli oggetti più usati in cucina, eppure uno dei meno indagati sul fronte della sicurezza chimica. Un'inchiesta del Salvagente ha cambiato le carte in tavola: su 16 marchi testati, 14 contengono PFAS. Cosa sono queste sostanze e perché fanno paura e
Teglie foderate, biscotti che non attaccano, arrosti che scivolano via dalla teglia senza sforzo. La carta da forno è diventata un accessorio irrinunciabile della cucina italiana, al punto che ogni famiglia ne consuma in media circa 40 metri l'anno. Un dato apparentemente banale, che diventa invece molto significativo alla luce dell'indagine condotta dalla rivista dei consumatori Il Salvagente: su 16 marchi di carta da forno acquistati nella grande distribuzione italiana, ben 14 presentano tracce di PFAS, le sostanze chimiche note come "inquinanti eterni".
Quaranta metri, utilizzati spesso a temperature superiori ai 200 gradi, a contatto diretto con alimenti ricchi di grassi. Moltiplicando l'uso per l'intero anno, il calcolo porta a oltre 200 esposizioni potenziali per ogni componente della famiglia. Non si tratta di un allarme immediato, perché nessuno dei campioni supera i limiti previsti dalla normativa europea in arrivo. Ma la questione di fondo è un'altra, e riguarda un concetto che la scienza chiama esposizione cumulativa.
PFAS è l'acronimo di sostanze per- e polifluoroalchiliche (in inglese per- and polyfluoroalkyl substances). Si tratta di una categoria di composti chimici altamente mobili, che vengono facilmente assorbiti attraverso la pelle umana e ingeriti inconsapevolmente. Il loro nome scientifico può sembrare distante dalla quotidianità, ma la loro presenza nelle case italiane è tutt'altro che rara.
Sono una classe di circa 14.000 composti chimici che si trovano in centinaia di prodotti di uso quotidiano: dai contenitori per alimenti ai tessuti tecnici impermeabili, dagli imballaggi alimentari alle padelle antiaderenti, dalle schiume antincendio ai cosmetici. Queste sostanze sono utilizzate in prodotti di largo consumo fin dagli anni Quaranta, come pentole antiaderenti, indumenti idrorepellenti e tessuti antimacchia.
Il motivo per cui vengono definiti "forever chemicals", ovvero sostanze chimiche eterne, è semplice: molte tipologie di PFAS, come PFOS e PFOA, sollevano preoccupazioni per la salute e l'ambiente perché sono inquinanti organici persistenti, definiti "forever chemicals" in un articolo del Washington Post nel 2018. Non si degradano nell'ambiente e, soprattutto, tendono ad accumularsi nell'organismo umano nel tempo.
La risposta è quasi ovvia una volta compresa la chimica di questi materiali. I PFAS conferiscono idrorepellenza e oleorepellenza, caratteristiche tipiche della carta da forno. È quindi plausibile che queste sostanze siano utilizzate proprio per ottenere quelle proprietà
La carta da forno è generalmente costituita da fibre di cellulosa trattate per resistere all'umidità, alle alte temperature e alle sostanze oleose. In molti casi viene rivestita di silicone. In altri viene prodotta attraverso procedimenti che modificano la struttura della carta, rendendola simile alla pergamena, per esempio mediante trattamenti con agenti chimici come l'acido solforico.
Il problema non riguarda il singolo foglio, ma la somma. Nel caso della carta da forno, la questione è particolarmente rilevante perché il prodotto viene impiegato ad alte temperature, talvolta superiori ai 200 gradi, e può entrare in contatto con alimenti ricchi di grassi. Temperatura, durata della cottura, acidità e composizione dell'alimento possono influenzare il passaggio delle sostanze dal materiale al cibo.
L'indagine condotta dalla rivista Il Salvagente rappresenta uno dei più completi test pubblici sulla carta da forno mai realizzati in Italia. Le analisi hanno cercato specifici PFAS e misurato anche il fluoro totale, parametro che offre un'indicazione della presenza complessiva di composti fluorurati.
Solo Carrefour e Domopak restano sotto il limite di quantificazione del laboratorio, tutte le altre, ovvero House, Ottimo, Arkalia di Casa di Pam, Cuki anche nella versione naturale, Home&Style di Todis, Lidl compresa la variante aromatizzata, Sistema Casa di Eurospin, Frio, Casa Coop, Esselunga, Conad, Selex ed Ecor, mostrano tracce di PFAS.
Le tre sostanze individuate nelle analisi sono l'acido perfluorobutanoico (PFBA), un PFAS a catena corta che rientra tra i venti composti sommati nel parametro "somma di PFAS" della direttiva europea sull'acqua potabile, e due alcoli fluorotelomerici, il 6:2 FTOH e l'8:2 FTOH, precursori rispettivamente dell'acido perfluoroesanoico (PFHxA) e del PFOA.
Una nota importante: nessuno dei 16 campioni ha superato le soglie fissate dal regolamento UE 2025/40, sia per il fluoro totale che per la somma dei PFAS mirati. Tutti i campioni sono quindi formalmente conformi alla normativa che entrerà in vigore il prossimo agosto.Ma la conformità ai limiti di legge non esaurisce la discussione.
Il punto su cui gli esperti insistono maggiormente non è il rischio acuto derivante dall'uso occasionale di un foglio di carta da forno contaminato. Per quanto il singolo prodotto possa presentare livelli bassi di PFAS, il problema è rappresentato dall'esposizione continua: la carta da forno viene utilizzata più volte la settimana, così come tanti altri prodotti domestici che presentano simili sostanze chimiche potenzialmente dannose
Il vero nodo è l'esposizione cumulativa: ogni giorno si assumono piccole quantità di PFAS da acqua, cibo, imballaggi, utensili, tessuti e altri prodotti. Anche quando ogni singola fonte rispetta i limiti, la somma può diventare rilevante
Una volta ingeriti, si accumulano nel fegato e nel sangue, per poi raggiungere l'apparato endocrino: secondo l'EFSA, la soglia massima tollerabile alla settimana è di 4,4 ng/kg, un livello facile da superare con l'esposizione multipla quotidiana, come confermato da diversi studi.
Pensare che una famiglia utilizzi carta da forno per la colazione dei bambini, per la cena, per i dolci del weekend, mentre beve acqua da zone con falde contaminate, usa padelle antiaderenti e indossa giacche impermeabili, rende immediatamente chiaro perché il tema dell'esposizione complessiva sia diventato centrale nella ricerca scientifica.
La lista degli effetti documentati o sospettati è lunga, e continua ad allungarsi man mano che la ricerca avanza. Sono già evidenti gli effetti dell'esposizione umana ai PFAS, che comprendono cancro renale, cancro testicolare, malattia tiroidea, danni epatici e una serie di effetti sullo sviluppo a carico dei feti.
Possono essere causa anche di disfunzioni del sistema immunitario e malattie alla tiroide, di tumori al rene o ai testicoli, di malattie metaboliche come obesità e diabete di tipo 2, di infertilità e patologie gestazionali come effetti sullo sviluppo o ritardi nei bambini, basso peso alla nascita e pubertà accelerata, e dell'aumento della pressione sanguigna nelle donne in gravidanza.
Sul fronte oncologico, la classificazione internazionale è diventata sempre più severa. L'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), l'agenzia contro il cancro dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, ha valutato la cancerogenicità del PFOA, classificandolo come cancerogeno per l'uomo (Gruppo 1), sulla base di prove sufficienti negli animali e di una solida evidenza meccanicistica nell'uomo.</cite>
Particolarmente preoccupante il legame con la tiroide. Dal punto di vista funzionale i PFAS possono provocare un ipotiroidismo, soprattutto nei giovani. Gli effetti endocrino-metabolici riguardano principalmente gli assi gonadici e della tiroide. Uno studio ha scoperto che una specifica forma di PFOS portava a un aumento del rischio di cancro alla tiroide del 56%.
Il quadro si complica ulteriormente considerando i soggetti più vulnerabili. Le donne in gravidanza e i bambini piccoli sono le categorie più esposte al rischio, perché i PFAS a lunga catena si accumulano nell'organismo, mentre quelli a corta catena, sebbene non si accumulino, sono presenti in flusso costante e quindi non è possibile escluderne la pericolosità.
Il problema dei PFAS non riguarda soltanto i prodotti di consumo. Le aree contaminate da PFAS esistenti in Italia sono concentrate in modo particolare nel Nord del Paese: Veneto con l'azienda chimica Miteni, Piemonte con Solvay e Spinetta Marengo, Lombardia, Toscana nell'industria del tessile e conciario.
Chi vive in queste aree potrebbe già essere esposto attraverso l'acqua potabile, la verdura coltivata localmente, la catena alimentare. Aggiungere una fonte di esposizione come la carta da forno non è un problema irrilevante, ma un ulteriore tassello in un quadro già complesso.
C'è un altro aspetto spesso trascurato: anche quando la carta da forno viene gettata via, i PFAS non scompaiono. Un foglio usato una sola volta, spesso sporco di grasso e residui di cibo, è difficilmente riciclabile e finisce nei rifiuti indifferenziati o, a seconda delle indicazioni locali e del tipo di materiale, nell'organico. In discarica o negli impianti di incenerimento, i PFAS non scompaiono: possono passare nel percolato, restare nei residui o contaminare compost e fanghi, arrivando così al suolo, alle acque, alle coltivazioni e di nuovo agli alimenti
Si tratta di un ciclo perverso: consumiamo prodotti contenenti PFAS, li gettiamo via, e queste sostanze rientrano nell'ambiente per contaminare ciò che mangiamo e beviamo. La carta da forno è solo uno degli anelli di questa catena.
In attesa che la normativa diventi più stringente e che il mercato si adegui, ci sono alcune indicazioni pratiche che possono aiutare a ridurre l'esposizione complessiva ai PFAS attraverso la carta da forno:
Scegliere i marchi risultati privi di PFAS: il test del Salvagente ha indicato Carrefour e Domopak come i prodotti senza tracce rilevabili delle sostanze testate.
Ridurre l'uso generale: non è necessario eliminare completamente la carta da forno, ma limitarne l'impiego alle situazioni in cui è davvero utile può abbassare l'esposizione complessiva.
Valutare alternative: tappetini in silicone alimentare, teglie antiaderenti di qualità, carta da forno certificata priva di PFAS sono opzioni da considerare, soprattutto per la cottura di alimenti per bambini piccoli.
Fare attenzione alle temperature: il rischio di migrazione delle sostanze dalla carta agli alimenti potrebbe aumentare con le temperature più elevate e i tempi di cottura più lunghi.
Leggere le etichette con spirito critico: la dicitura "naturale" o il colore non sbiancato della carta non garantisce l'assenza di PFAS, come ha dimostrato il test sulla versione naturale di Cuki, risultata anch'essa positiva.
Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...