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Una laurea e ha anche giocato in Serie A: la storia di Francesca che lavora nelle pulizie

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di Marcello Tansini pubblicato il

Il percorso di Francesca, tra una laurea e la pallavolo in Serie A, racconta il sogno e la fatica delle giovani italiane tra sport d'élite, precarietà lavorativa e resilienza di fronte agli ostacoli sociali ed economici.

Una laurea, una lunga carriera sportiva, il lavoro di cura e la ricerca continua di una stabilità: il percorso di Francesca, 44enne torinese, racchiude molte delle sfide che oggi affrontano le persone anche più qualificate. La sua esperienza, che alterna palestre e aule universitarie, chiarisce quanto conseguiti titoli e sacrifici sportivi non bastino sempre a garantirsi un presente sicuro. Le difficoltà incontrate nel mondo del lavoro, soprattutto con l'arrivo della maternità e il peso della precarietà, svelano un quadro di criticità diffuse.

Il suo cammino non è solo personale, ma esprime le contraddizioni di una generazione cresciuta con l'idea che lo studio e l'impegno avrebbero garantito il futuro, che oggi scopre quanto il mercato possa essere inospitale, anche per chi ha sempre lavorato e si è formato. Sono tanti i temi che emergono da questa storia, dall'accesso alla formazione al difficile equilibrio fra lavoro, famiglia e crescita personale, passando per le discriminazioni e le nuove forme di povertà professionale.

Una carriera sportiva al femminile: successi e difficoltà nella pallavolo italiana

La biografia di Francesca si intreccia con lo sport di alto livello. Nata e cresciuta a Torino, nella pallavolo ha trovato la sua prima realizzazione. La pratica agonistica, gli allenamenti ogni giorno, la fatica e le partite vissute tra la B1 e la A2, l'hanno spinta in una routine totalizzante, simile a quella dei professionisti più famosi - ma con regole e tutele molto differenti. "La carriera sportiva va da sé: sei fisicamente dotata e ti pagano per fare quello che faresti gratis" ricorda oggi.

I numeri suggeriscono una realtà dove i guadagni appaiono dignitosi solo all'apparenza. Nella pallavolo femminile, anche ai livelli più alti subito sotto la Serie A, si vive di rimborsi, non di contratti da dipendente. Stipendi variabili - tra 1.500 e 2.000 euro al mese, a fronte di un campionato che dura solo otto mesi - e nessun contributo previdenziale reale. Salvo rare eccezioni ( calcio, tennis, basket maschile), poche atlete possono pensare alla pensione o pianificare una carriera futura affidandosi solo allo sport. Il rischio di precarietà è strutturale, frequentissimo nelle discipline femminili e in molte realtà sportive italiane.

Al di là dei risultati e delle vittorie, è l'assenza di una tutela vera dopo la carriera agonistica a fare la differenza. Solo chi ha potuto giocare al massimo livello nel calcio maschile può considerarsi, davvero, ex professionista di rendita. Per le altre, la transizione al dopo-sport è una salita, spesso condizionata dall'improvvisa perdita delle poche certezze accumulate in campo.

Dal successo sportivo alla precarietà: la sfida della transizione al lavoro dopo lo sport

La fine dell'attività agonistica apre un vuoto che molte sportive e sportivi devono saper colmare da sole. Per chi, come Francesca, ha fatto del proprio talento sportivo il centro della sua vita fino a oltre trent'anni, il passaggio alla ricerca di occupazione rappresenta una fase delicata. Conclusa la carriera sul parquet attorno ai 32 anni, dopo aver macinato chilometri fra palazzetti e trasferte in tutta Italia, non basta più essere quelle brave dappertutto. Serve una strada alternativa - ma le porte rimangono spesso chiuse.

Francesca sceglie di investire su sé stessa con una laurea in Studi e relazioni internazionali, all'Università di Torino, conseguita con impegno e sacrifici mentre ancora giocava. Ma il contesto della crisi del 2009 aveva già ridotto le opportunità. I concorsi risultano inaccessibili, gli stage sono spesso non pagati o insostenibili per chi non ha una famiglia alle spalle. "Vedersi proporre un tirocinio non retribuito a Ginevra o Bruxelles era impossibile":

  • Le migliori occasioni richiedono mesi all'estero senza stipendio
  • Le esperienze lavorative in Italia restano spesso precarie e sottopagate
  • I rimborsi accumulati con lo sport - spesso destinati a coprire spese vive - non bastano per investimenti formativi importanti
A tutto questo si aggiunge la pressione psicologica di dover ripartire da zero dopo una carriera sportiva che ti ha abituato ad altri ritmi, altri riconoscimenti e a forme di identità precise. La professionalità maturata in campo raramente viene riconosciuta nel mercato "civile". Quando si cerca lavoro, si diventa un semplice curriculum nella massa, spesso penalizzato dall'età, dal profilo atipico, dalle competenze difficili da tradurre in requisiti per bandi e selezioni.

Laurea e formazione: sogni, realtà e ostacoli economici

Il titolo universitario, spesso raccontato come chiave di accesso a un futuro solido, si trasforma per molti in un'illusione. Nel caso di Francesca, la laurea è un investimento importante, ottenuto affrontando tempi ristretti e molteplici occupazioni. Tuttavia, quando il percorso accademico incontra le regole del mercato del lavoro, la situazione si complica.

Da una parte, c'è la convinzione diffusa che sia indispensabile aggiungere nuovi titoli, specialmente master o corsi post-laurea. Ma la realtà parla di costi molto elevati e di difficoltà oggettive, soprattutto per chi deve mantenere una famiglia da sola e sostenere tutte le spese. I costi dei master sono una fucilata, dice Francesca. Chi, come lei, lavora per mantenersi durante il percorso universitario, non può permettersi stage prolungati e unpaid internships (uno dei limiti sistemici denunciati anche in riviste di settore e studi accademici).

L'accesso a corsi finanziati dal PNRR e alle iniziative dei programmi Gol, soprattutto in alcune regioni, resta comunque problematico. La qualità della formazione offerta risulta spesso molto bassa (docenti impreparati, poca attinenza tra programmi e reali esigenze del mercato), e il tempo disponibile non permette un reale aggiornamento. La necessità di formarsi si scontra quindi con almeno tre ostacoli principali:

  • Costo economico proibitivo per master e specializzazioni riconosciuti
  • Scarso valore degli stage gratuiti, spesso inutilizzabili dopo i trent'anni
  • Mancanza di tempo per chi, vivendo da solo o con figli, non può investire settimane o mesi in formazione senza sostegno economico
In tutto questo, la domanda resta sospesa: a che serve continuare a formarsi, se il sistema produttivo non assorbe competenze e non valorizza davvero la crescita personale e professionale?

Il mercato del lavoro oggi: tra precarietà, discriminazioni e maternità

La crisi di Francesca rappresenta il destino di tante donne e uomini che a metà carriera si ritrovano fuori dal circuito occupazionale, nonostante laurea e lunga esperienza. Allo scenario economico sempre più instabile, si sommano problemi strutturali, soprattutto per chi è genitore single:

  • Precarietà cronica: anche i più duttili e disponibili a riciclarsi, dopo i 40, incontrano sempre più spesso colloqui senza esito. Le aziende selezionano per giovani e flessibilità ma, di fatto, offrono quasi esclusivamente contratti a tempo determinato, part-time, o lavori sottopagati.
  • Discriminazione indiretta: avere figli rappresenta un ostacolo oggettivo per molte lavoratrici, in particolare madri sole. Tra i requisiti impliciti dei colloqui, la richiesta di "massima disponibilità oraria" o "presenza full time" esclude chi deve conciliare orari scolastici, malattie dei bambini, assenze impreviste.
  • Difficoltà dell'aggiornamento: i corsi messi a disposizione dal sistema pubblico (come il programma Gol) sono spesso insufficienti, poco specifici e in alcuni casi inadeguati rispetto alle richieste di competenze avanzate.
L'intersezione tra i diversi livelli di discriminazione - per età, genere e carichi familiari - produce una vera esclusione dal mondo del lavoro: l'occupazione "di ripiego", come le pulizie da 50 euro a settimana, rimane spesso l'unica strada accessibile nei periodi di emergenza, senza però assicurare alcuna prospettiva o stabilità.

L'impossibilità di programmare il futuro colpisce duramente chi ha responsabilità verso terzi (un mutuo da pagare, due figlie piccole), e trasforma ogni ricerca di lavoro in una maratona logorante fatta di decine o centinaia di curriculum inviati, colloqui a vuoto, attese che non portano esiti concreti. Le nuove forme occupazionali, tra lavori a chiamata, partite IVA "precariate" o inserimenti temporanei con esiti incerti, creano una spirale sempre più stretta, rendendo difficile ogni tentativo di risalita, soprattutto senza una rete familiare o economica solida alle spalle.

Resilienza e adattamento: strategie e difficoltà di chi non si arrende

Quando anche le vie "istituzionali" falliscono, restano l'adattamento e la resilienza personale. Francesca, come molte altre nella sua condizione, si è sempre dimostrata abile nel riconvertirsi e cercare opportunità fuori dai percorsi canonici - dal lavoro d'ufficio alle pulizie, passando per attività saltuarie e piccoli incarichi. Tuttavia, questa capacità non può colmare le lacune sistemiche. Che cosa permette davvero di resistere?

  • La flessibilità mentale: essere disponibili a ricominciare da zero in settori lontani dalla propria formazione
  • La capacità di gestione delle crisi, tipica dell'agonismo sportivo, che aiuta ad affrontare anche i no e le delusioni continuative
  • Il supporto di nuovi strumenti pubblici: a livello nazionale, sono stati promossi interventi (come le iniziative di politiche attive del lavoro per disoccupati di lunga durata), ma spesso queste misure faticano a raggiungere chi è davvero in difficoltà
  • La riorganizzazione dei tempi di vita: tra cura dei figli e impegni non delegabili, saper trovare slot temporali anche brevi per il lavoro è spesso una delle uniche strategie possibili
  • L'autoformazione: chi ha competenze digitali e motivazione riesce a sfruttare corsi online gratuiti oppure materiali aggiornati in proprio, nel tentativo di non "invecchiare" professionalmente.
Il bilancio, però, rimane incerto: la pressione psicologica diventa pesante, l'instabilità economica fa sentire insicure persone abituate a lottare per obiettivi, e la fatica di sentirsi sempre in errore, pur avendo fatto tutto quello che ci si aspettava, mina nel tempo l'autostima. Il senso di isolamento, la percezione di essere rimasti indietro anche dopo decenni di attività e formazione, è una ferita rinnovata che attraversa una generazione intera.


Marcello Tansini

Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...

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