Nel cuore del Vajont, teatro di una delle più grandi tragedie italiane, si apre il dibattito sulla nascita di una nuova centrale idroelettrica: tra innovazione energetica e memoria collettiva.
Nelle ultime settimane è tornato al centro del dibattito pubblico un luogo che, per l'Italia intera, rappresenta un simbolo di tragedia, resilienza e memoria: la valle del Vajont. Da pochi giorni, negli uffici regionali del Friuli Venezia Giulia è iniziata l'istruttoria su un progetto di centrale idroelettrica presentato dalla società Welly Red. Si tratta di un impianto di modeste dimensioni che però evoca inevitabilmente la catastrofe del 1963, quando una gigantesca onda d'acqua scavalcò la diga e cancellò Longarone, portando con sé quasi 2.000 morti.
Oggi a Erto e Casso e nei paesi circostanti, il Vajont vive come un luogo di memoria e di lutto collettivo, visitato da chi desidera comprendere le dinamiche di un disastro non dimenticato. Tuttavia, da decenni il bacino residuo del lago non produce più energia elettrica: la diga è monumento, non più infrastruttura funzionale. In questo contesto il nuovo progetto rappresenta una questione non solo tecnica o energetica, ma anche identitaria e culturale.
La società Welly Red Srl di Belluno ha formalizzato, nel dicembre 2025, la domanda per la costruzione di una piccola centrale idroelettrica a valle della diga del Vajont, in comune di Erto e Casso. Il progetto, già in passato ipotizzato nel 1996 senza mai essere realizzato, torna oggi in una veste modernizzata sia dal punto di vista tecnico sia da quello degli impatti previsti.
I dati salienti della proposta comprendono:
Nonostante ciò, le questioni ambientali rimangono al centro della valutazione. Gli enti competenti devono valutare l'aderenza del progetto alla normativa sulle valutazioni di impatto ambientale (VIA) e la conformità a tutte le prescrizioni di legge in materia di sicurezza idraulica, tutela ambientale e paesaggistica, come prevede la disciplina italiana ed europea in materia di grandi derivazioni a scopo idroelettrico.
L'aspetto energetico si lega al più ampio scenario delle politiche per le rinnovabili e la transizione energetica nazionale. Piccole centrali come questa, negli ultimi vent'anni, hanno favorito l'aumento della quota green nei territori alpini, pur generando talvolta tensioni proprio là dove la memoria storica e il senso di appartenenza al paesaggio restano forti.
Il ritorno dell'acqua del Vajont a produrre, attraverso una nuova centrale elettrica, ha riattivato una profonda dialettica nelle comunità locali. Tra Erto e Casso, Longarone e il resto della vallata, la questione divide anche all'interno delle stesse amministrazioni comunali.
Il sindaco di Longarone ha dichiarato pubblicamente il proprio parere contrario al progetto, facendo appello al senso di sacralità che, per molti, ancora permea la valle e le acque in essa raccolte. Per questa parte della comunità locale, il Vajont è un luogo dove la natura, il lutto e la memoria si fondono e non può essere trattato come un normale sito produttivo. La presenza della diga così come la sua inattività sono viste come testimonianza materiale della tragedia, che non può essere toccata da nuove opere.
D'altro canto, il sindaco di Erto e Casso, Antonio Carrara, guidando il Comune su cui sorgerebbe effettivamente l'impianto, sostiene una posizione ben diversa. Da una parte, Carrara sottolinea di aver perso persone care nel disastro e di sentirsi egli stesso scampato. Dall'altra, ragiona sulla coerenza tra il divieto simbolico posto al Vajont e la presenza di decine di impianti idroelettrici lungo il corso del Piave. Perché le acque del Vajont dovrebbero essere sacre solo per Erto e Casso e non per tutti i comuni che, più a valle, le sfruttano per produrre energia?, domanda in modo provocatorio.
Il sindaco Carrara pone anche temi strettamente economici e sociali: I canoni idroelettrici garantiscono risorse agli altri comuni lungo il Piave, mentre Erto e Casso non ne ricavano nulla. Se nascesse la centrale, finalmente anche noi potremmo assicurare servizi essenziali e sostenere chi, con fatica, resta nei nostri paesi. Per noi significherebbe anche uno strumento di risarcimento e di futura permanenza della comunità stessa.
A livello collettivo, la proposta viene percepita nella valle come una vera e propria prova di maturazione della memoria: il dilemma è se sia giusto, a oltre sessant'anni dalla tragedia, continuare a vietare qualunque uso produttivo o immaginare una modalità rispettosa, minimale e sostenibile che possa restituire alla comunità anche qualcosa in termini concreti.
Sostenere la nuova centrale elettrica sul Vajont, nella prospettiva dei promotori e di diverse voci del territorio, significa valorizzare tre argomenti cruciali per la sopravvivenza e lo sviluppo delle comunità alpine:
Chi sostiene la centrale mette infine l'accento sulla necessità di creare le condizioni per la permanenza della popolazione in aree interne minacciate dallo spopolamento: senza risorse, i paesi rischierebbero di scomparire.
Mentre il progetto prosegue il proprio iter tecnico-amministrativo, si levano numerose voci contrarie, radicate principalmente nel vissuto personale, nella memoria collettiva e in una lettura critica sui rischi futuri:
Nata a Roma nel Giugno del 1978, effettua gli studi di ragioniere e si appassiona al tennis. Amante del mondo delle quattro ruote e delel due ruote, è sempre curiosa su tutte le novità delle case automobilistiche e sulle nuove auto in uscita. Scrive da anni per diversi blog ed ora si dedica a tempo pieno su questo sito web trattando in particolar modo tematiche sul mondo delle auto e sugli argomen...