Dal 19 luglio cambiano le regole per la gestione di vestiti e scarpe invendute: stop alla distruzione, salvo deroghe. Impatti, dati sugli sprechi e nuove opportunità sostenibili per aziende e ambiente.
L'eliminazione di abbigliamento e calzature invenduti rappresenta una delle criticità più discusse e controverse dell'industria tessile europea. Da tempo, l'attenzione sul tema è aumentata per la crescente consapevolezza degli impatti ambientali e sociali, nonché per il valore economico dei beni che finiscono prematuramente tra i rifiuti. Le analisi condotte negli ultimi anni indicano una realtà sconcertante: ogni stagione, enormi quantità di indumenti, accessori e scarpe sono destinate al macero, senza essere mai state indossate.
A livello europeo, la pressione sulla filiera moda è arrivata a un punto di svolta. Un cambiamento sostanziale è stato promosso dalla Commissione europea che, negli ultimi anni, ha avviato un percorso volto a contrastare lo spreco delle merci tessili. Il nuovo regolamento introdotto (Ecodesign for Sustainable Products Regulation, Espr) mira a ridurre gli sprechi, favorire modelli produttivi più circolari e sostenibili e lasciare spazio a soluzioni alternative alla distruzione.
Il divieto di distruzione di capi invenduti si inserisce in un panorama normativo più ampio che punta alla responsabilizzazione delle aziende. Offrendo strumenti concreti a sostegno della competitività europea e della transizione verso un'economia più verde, la normativa aggiorna i paradigmi della produzione e gestione delle merci tessili. Promuovendo la divulgazione delle destinazioni d'uso delle scorte, la circolarità e la trasparenza nel settore, il nuovo quadro regolatorio rappresenta una delle misure più avanzate intraprese a livello mondiale per contenere gli sprechi strutturali della moda, supportando al contempo le imprese nell'adeguamento e nella promozione di valori condivisi.
I dati raccolti negli ultimi anni restituiscono una fotografia allarmante dell'impatto ambientale ed economico degli sprechi tessili. Soltanto in Francia, ogni anno vengono distrutti prodotti tessili invenduti per un valore di circa 630 milioni di euro. Il fenomeno, tuttavia, è ampiamente diffuso anche in altri Paesi europei e a livello globale, coinvolgendo numeri impressionanti di capi e accessori mai utilizzati che vengono mandati allo smaltimento prima ancora di essere acquistati o indossati.
Tra le cause, una delle principali è la logica di sovrapproduzione e la crescita dello shopping online, che ha contribuito ad amplificare il volume dei resi e dei prodotti rapidamente esclusi dal mercato. In Germania, per esempio, si stimano quasi 20 milioni di articoli tessili restituiti che, spesso, vengono scartati annualmente. Nel complesso, secondo le stime europee, tra il 4% e il 9% dei tessuti invenduti viene distrutto, una quantità che ritorna nel ciclo dei rifiuti senza essere stato utilizzato.
Questa pratica comporta un'enorme perdita economica e una significativa impronta ambientale. Si calcola che tali sprechi generino circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, un dato paragonabile alle emissioni nette totali annue di un intero Paese come la Svezia. Oltre a ciò, la distruzione delle merci comporta anche una perdita di materie prime, acqua ed energia, investite nella produzione di beni che non arrivano mai a un uso effettivo.
I costi sociali sono altresì rilevanti: il valore di quanto viene scartato o eliminato si traduce in una rinuncia di opportunità, sia in termini di donazione a realtà bisognose che di rigenerazione e attività a favore del riutilizzo. Non meno importante è l'impatto sulla reputazione dei brand, sempre più spesso oggetto di critiche per la mancata adozione di pratiche sostenibili nella gestione dell'invenduto.
Dal 19 luglio 2026 entrerà in vigore un nuovo obbligo per la gestione delle scorte tessili, accessori e calzature invenduti. In base al regolamento Espr adottato dalla Commissione europea, le grandi aziende non potranno più distruggere vestiti, accessori e scarpe rimaste invendute senza una specifica deroga o motivazione, come ragioni di sicurezza o danneggiamento dei prodotti.
L'iniziativa agisce su due fronti:
La norma si applica a capi di abbigliamento, calzature e accessori tessili, ma può essere estesa ad altri prodotti secondo successive deliberazioni della Commissione. La ratio è promuovere soluzioni alternative allo smaltimento, come la donazione, il riciclo, il riutilizzo o la rigenerazione dei prodotti, incoraggiando le aziende a individuare strumenti di gestione delle scorte più sostenibili dal punto di vista ambientale ed economico. Il meccanismo delle deroghe consente una certa flessibilità in casi circostanziati, ma prevede un monitoraggio attento da parte delle autorità nazionali.
La regolamentazione europea sul divieto di distruzione degli invenduti tessili e calzaturieri si caratterizza per un apparato di controlli e deroghe attentamente disciplinato, volto ad assicurare l'equilibrio tra rigore normativo e flessibilità operativa per le imprese.
Secondo quanto previsto dall'atto delegato della Commissione, la distruzione sarà consentita in casi ben precisi, come i prodotti compromessi per motivi di salute e sicurezza o danneggiati da eventi eccezionali. Tali deroghe non sono però un lasciapassare generale, in quanto le aziende saranno chiamate a dimostrare concretamente l'impossibilità di recuperare, riciclare oppure donare gli invenduti.
Sotto il profilo dei controlli, la responsabilità è affidata alle autorità nazionali competenti che dovranno:
I tempi dilazionati e il meccanismo di deroghe circoscritte favoriscono un percorso di adeguamento graduale, aumentando al tempo stesso la chiarezza sugli adempimenti e la possibilità di impatto diretto su pratiche industriali che per anni sono apparse opache e poco efficienti.
L'adozione delle nuove norme europee segna un profondo cambiamento nella gestione dei resi e delle eccedenze nel settore della moda e delle calzature. Fino a poco tempo fa, la distruzione delle scorte invendute rappresentava per molte aziende una scelta ‘pratica' per evitare svalutazioni, scontistiche aggressive o difficoltà logistiche, ma questa soluzione si traduceva in un enorme spreco di risorse e nell'aggravio della reputazione ambientale dei marchi.
Le nuove regole impongono una revisione dei processi aziendali e delle strategie di magazzino. L'obbligo di dichiarare le quantità di prodotti distrutti costringerà le imprese ad adottare una maggiore trasparenza e ad abbandonare logiche di smaltimento lineare. Ne consegue che i brand saranno spinti a:
Complessivamente, il divieto di distruzione degli invenduti e la divulgazione delle pratiche di smaltimento contribuiscono alla costruzione di una filiera più trasparente, resiliente ed efficiente. Le imprese che si adegueranno rapidamente potranno scalare posizioni anche grazie a modelli di produzione più agili, alla riduzione delle immobilizzazioni di capitale in magazzino, e a una maggiore fedeltà della clientela.
Si registrano già numerose sperimentazioni in tutta Europa, dal reselling online agli outlet innovativi, fino a piattaforme di recupero creativo dei materiali (upcycling) e collaborazioni con associazioni di beneficenza. Questi strumenti, integrati con i requisiti normativi, definiscono un nuovo standard gestionale coerente con i principi dell'economia circolare europea.
L'impianto delle nuove regole va a rafforzare l'approccio comunitario alla sostenibilità e all'innovazione responsabile. Le motivazioni ambientali sono al centro della riforma, unite all'intento di creare nuove opportunità di sviluppo e rafforzare la leadership europea nel settore tessile responsabile.
Il regolamento Espr per la progettazione ecocompatibile mette a fuoco una serie di obiettivi:
Dal punto di vista macroeconomico, la normativa favorisce una maggiore resilienza delle aziende comunitarie nell'affrontare le sfide globali legate alle catene di approvvigionamento e ai trend di consumo. La strategia di trasparenza e riduzione del macero offre anche la possibilità di accedere a nuovi mercati, aumentare la reputazione internazionale e anticipare i cambiamenti richiesti dai consumatori e dagli investitori attenti ai criteri ESG.
Il Dott. Marco Castagna è un esperto consulente senior nel settore delle imprese con oltre 15 anni di esperienza. Laureato in Economia Aziendale, la sua competenza si estende alla consulenza strategica, gestione delle risorse e ottimizzazione dei processi aziendali, rendendolo una figura di riferimento per molte aziende in crescita. Residente a Venezia, Marco ha collaborato con diverse start-up...