Dalla difesa alla tecnologia, passando per energia e pagamenti, l’Europa si trova intrecciata a doppio filo con gli Stati Uniti. Il percorso verso l’indipendenza affronta sfide, rischi e opportunitŕ tra economia e politica globale.
Nella storia recente, il legame tra Europa e Stati Uniti ha assunto forme sempre più articolate, plasmando equilibri economici e strategici che ancora oggi determinano il destino del vecchio continente. Dopo la Seconda guerra mondiale, il Piano Marshall fornì capitali, tecnologie e beni essenziali per la ricostruzione europea, gettando le basi di una stretta interconnessione. Questa relazione si è evoluta nel tempo, favorendo la specializzazione industriale europea in settori come meccanica, auto di alta gamma e farmaceutica, ma mantenendo radici profonde di dipendenza da tecnologie e infrastrutture statunitensi.
L’interdipendenza si è estesa ben oltre gli scambi commerciali, toccando la difesa, la finanza, l’energia e soprattutto la dimensione tecnologico-digitale. La presenza americana nei settori chiave ha rappresentato a lungo una garanzia di sicurezza e sviluppo, ma oggi la crescente assertività della politica statunitense, in particolare sotto la presidenza Trump, ha trasformato la dipendenza in un elemento di fragilità per l’Europa. L’attuale scenario globale, caratterizzato da tensioni geopolitiche e dall’indebolimento delle regole del libero mercato, ha reso più urgente l’esigenza di una riflessione profonda sulle vulnerabilità europee e sulle strade possibili verso un nuovo equilibrio.
Per quasi ottant’anni, la difesa dell’Europa si è basata sul supporto militare degli Stati Uniti attraverso la NATO, alleanza in cui Washington ha da sempre svolto un ruolo preminente. Ad oggi, circa 80.000 soldati americani sono dislocati nei paesi europei membri della NATO, testimoniando una presenza tattica e logistica rilevante, cui si aggiunge il controllo condiviso di una parte delle testate nucleari posizionate sul continente.
Dal punto di vista industriale, la dipendenza del comparto militare europeo dagli Stati Uniti è marcata: più del 60% degli armamenti acquisiti dagli Stati membri proviene da aziende statunitensi. Tra le forniture ricorrenti figurano aerei da combattimento come l’F-35A, elicotteri Apache, sistemi missilistici Patriot e Tomahawk, radar avanzati e piattaforme C4ISR, quest’ultime indispensabili per la conduzione operativa delle forze armate moderne.
L’egemonia statunitense si estende anche alle tecnologie dual-use, essenziali tanto in campo civile quanto in quello militare, come i sistemi satellitari, i software di comando e controllo e le soluzioni di cybersicurezza. Gli sforzi, soprattutto di Francia e Germania, per sviluppare piattaforme autonome – dai sistemi antimissile al potenziamento dei programmi spaziali europei – testimoniano la volontà crescente di ridurre la vulnerabilità strategica agli umori della politica americana.
L’inasprirsi del quadro internazionale, ad esempio dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ha acceso i riflettori sui limiti di un modello di sicurezza imperniato sull’appoggio estero. Tuttavia il cammino verso l’autonomia resta accidentato: il gap tecnologico, la scarsità di risorse pubbliche, la frammentazione del comparto militare-industriale e le difficoltà a costruire una vera autorità federale sul modello statunitense, rallentano il raggiungimento di una difesa europea integrata. L’Europa si trova così in una posizione ambivalente, chiamata a bilanciare la necessità di sicurezza immediata con l’esigenza di rafforzare il proprio ruolo strategico a lungo termine.
Negli ultimi anni, l’approvvigionamento energetico ha assunto una valenza strategica senza precedenti per l’Unione. Dopo lo stop progressivo al gas russo, reso necessario dal conflitto in Ucraina, i paesi UE hanno intensificato gli acquisti di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti. Dal 2021 al 2024, la percentuale di importazioni dagli USA è cresciuta dal 19% al 45% del totale, rendendo Washington un fornitore irrinunciabile.
Questa scelta, supportata da accordi UE-USA che prevedono l’acquisto massiccio di LNG fino al 2028, ha ridotto le esposizioni immediate alle tensioni orientali, ma ha aperto nuove vulnerabilità: il costo elevato del GNL americano – soggetto alle oscillazioni del mercato globale ed alle logiche protezionistiche di Washington – pesa su famiglie e industrie europee. Le associazioni di categoria italiane segnalano già impatti sulle bollette e sulla competitività industriale.
Dal punto di vista strutturale, la dipendenza si manifesta anche nella filiera della tecnologia energetica: strumentazioni, software di monitoraggio, piattaforme di trading sono spesso forniti da aziende USA. L’accordo transatlantico firmato nell’estate 2025 prevede impegni verso acquisti di benzina, derivati e tecnologie di estrazione made in USA per oltre 750 miliardi di dollari. Una soluzione che, secondo diversi analisti, rischia di allontanare l’Unione dagli obiettivi climatici e dalla diversificazione delle fonti energetiche.
Infine l’accesso alle risorse critiche – semiconduttori, terre rare e materie prime strategiche – è spesso soggetto a vincoli imposti dagli Stati Uniti ai partner europei, con effetti diretti sulla competitività e sulla capacità industriale comunitaria.
Infrastrutture digitali, piattaforme web, sistemi di pagamento e servizi cloud rappresentano oggi una delle dimensioni più evidenti della dipendenza europea dagli USA. I sistemi operativi di quasi tutti gli smartphone e PC europei sono di origine americana, così come la quasi totalità dei data center che ospitano i dati di imprese e pubbliche amministrazioni sono serviti da tre giganti statunitensi: Amazon, Google e Microsoft.
Questa predominanza ha riflessi anche sulla sicurezza informatica e sulla governance dei dati: la legislazione statunitense consente alle autorità di Washington di accedere, in determinate condizioni, alle informazioni custodite nei server ubicati in Europa, sollevando dubbi su privacy e sovranità digitale. Gli episodi di tensione, come la minaccia di sospensione dei servizi critici da parte di Cloudflare dopo la sanzione dell’AGCOM, sono segnali concreti dei rischi connessi a questa situazione.
Un ulteriore elemento di dipendenza risiede nei sistemi di pagamento elettronico: il 70% delle transazioni digitali avviene tramite circuiti Visa, Mastercard o PayPal, con commissioni che finiscono nei bilanci delle multinazionali americane. Soluzioni alternative nazionali o europee sono ancora poco diffuse, mentre il progetto dell’euro digitale è in fase di sviluppo ma non ancora operativo.
L’intero ciclo produttivo europeo è stretto da queste maglie:
L’inasprimento della postura protezionista statunitense, con l’adozione di dazi su numerose categorie di beni europei (inclusi acciaio, auto, alimentare, moda e meccanica), ha generato inquietudine e impatti significativi sulle economie e sulle industrie dell’Unione.
Le misure tariffarie più recenti – minacciate fino al 30% e poi fissate al 15% dopo l’accordo del luglio 2025 – si collocano in un contesto di instabilità che penalizza le esportazioni continentali verso uno dei mercati di sbocco principali. Paesi esportatori come Italia e Germania hanno già rilevato, secondo le associazioni di categoria, ricadute stimate tra i 7 e i 37 miliardi di euro solo nel settore manifatturiero. I comparti più colpiti includono automotive, farmaceutico, agroalimentare e beni di lusso.
Queste tensioni si sono riflesse anche sulla bilancia commerciale, con la quota di export UE verso gli USA scesa dal 21% al 18% nel 2025. L’instabilità crea un clima di incertezza per investimenti e occupazione, esponendo regioni a maggior vocazione export a rischi più elevati di perdita di posti di lavoro.
Sul piano politico, le relazioni transatlantiche si sono fatte più asimmetriche: l’Europa ha nella pratica accettato numerose richieste statunitensi per garantire la continuità delle esportazioni, senza ottenere un reale equilibrio di concessioni. Gli strumenti di difesa commerciale europei – come l’Anti Coercion Instrument – sono ancora poco rodati e le pressioni interne hanno limitato la reattività di Bruxelles. Ne emerge un quadro in cui la dipendenza dagli Stati Uniti, anche sotto il profilo tariffario, si traduce in vulnerabilità politica, accrescendo il potere negoziale dell’amministrazione americana su regolamentazione, standard tecnologici e scelte di politica industriale europee.
Negli ultimi due anni, il tema dell’autonomia strategica è salito in cima all’agenda europea. La Commissione Europea e i principali governi hanno lanciato una pluralità di progetti con l’obiettivo di rafforzare le capacità interne nei settori chiave. Tra le iniziative più avanzate:
L’attuazione concreta di queste strategie, tuttavia, presenta sfide rilevanti: la frammentazione tra i Paesi membri, i limiti di bilancio e il ritardo tecnologico accumulato rispetto ai concorrenti globali. L’obiettivo di ricostruire un ecosistema autorevole e competitivo passa inevitabilmente dalla capacità di attrarre talenti, capitali e dalla convergenza su interessi condivisi.
Il percorso verso una maggiore autonomia espone l’Europa a sfide e opportunità di notevole portata. Sul versante dei rischi, un distacco brusco dagli Stati Uniti minaccerebbe la produttività, la sicurezza delle infrastrutture essenziali e la stabilità delle filiere industriali. Le stime indicano possibili perdite sul PIL continentale nell’ordine dello 0,2-0,3% in caso di piena “guerra commerciale”, con impatti asimmetrici tra i settori e i paesi più interconnessi con Washington.
La mancanza di un’unica governance europea complica la coesione nell’affrontare le sfide geopolitiche e commerciali, accentuando le divergenze tra Stati membri. Nel contempo, investimenti ingenti sarebbero necessari per duplice scopo: costruire infrastrutture digitali, cloud, manifatturiere e di pagamenti autoctone, e sviluppare capacità militari condivise realmente interoperabili su scala continentale.
Tuttavia, la ricerca di maggiore indipendenza apre anche a nuove prospettive: