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Il 70% degli antibiotici venduti al mondo non è destinato agli uomini e le conseguenze sono assai negative

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di Dott.ssa Sara Melchionda pubblicato il
Sicurezza alimentare

Il 70% degli antibiotici venduti nel mondo non cura gli uomini, ma gli animali d'allevamento. Un uso che incide sulla carne che mangiamo e alimenta l'antibiotico-resistenza, minaccia crescente per la salute globale

Quando si parla di antibiotici, il pensiero corre quasi sempre alla farmacia sotto casa, alla prescrizione del medico, alla scatola di compresse da assumere in caso di infezione. Eppure i numeri raccontano una storia molto diversa: circa il 70% degli antibiotici venduti nel mondo non è destinato agli esseri umani, ma agli animali d'allevamento. Una quota enorme che solleva interrogativi seri sulla qualità della carne che arriva sulle nostre tavole e, soprattutto, sulla salute pubblica globale.

Perché si usano tanti antibiotici negli allevamenti e le conseguenze sulla qualità della carne

Negli allevamenti intensivi gli antibiotici non servono solo a curare gli animali malati. Vengono impiegati anche in funzione preventiva, per evitare che le malattie si diffondano in ambienti dove centinaia o migliaia di capi vivono a stretto contatto, e in alcuni Paesi, sebbene la pratica sia oggi vietata nell'Unione Europea, come promotori di crescita, perché accelerano l'aumento di peso degli animali riducendo i tempi e i costi di produzione. Il risultato è un consumo di farmaci sproporzionato rispetto alle reali necessità terapeutiche, concentrato soprattutto nei settori della suinicoltura, dell'avicoltura e degli allevamenti bovini intensivi.

Il primo effetto, quello più immediato, riguarda proprio la carne che arriva al consumatore. L'uso massiccio di antibiotici negli animali può tradursi in:

  • Residui di farmaci nei tessuti animali, quando i tempi di sospensione prima della macellazione non vengono rispettati correttamente;
  • Alterazione della qualità nutrizionale e organolettica della carne, legata anche alle condizioni di allevamento intensivo in cui questi farmaci vengono utilizzati;
  • Maggiore diffusione di batteri resistenti già presenti nell'animale al momento della macellazione, che possono contaminare la carne durante la lavorazione;
  • Ricadute sull'ambiente circostante gli allevamenti, con antibiotici che finiscono nel suolo e nelle falde acquifere attraverso le deiezioni animali, per poi rientrare indirettamente nella catena alimentare.
I controlli sanitari europei sono tra i più rigidi al mondo e prevedono soglie massime di residui ammissibili, ma il fenomeno resta un tema di attenzione costante da parte delle autorità sanitarie, anche perché non tutta la carne consumata in Europa proviene da filiere europee.

Il vero rischi, l'antibiotico-resistenza

Se l'impatto diretto sulla carne è un problema di qualità, quello più grave riguarda la salute umana nel suo complesso. L'uso eccessivo e spesso improprio di antibiotici negli animali è considerato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità uno dei principali motori dell'antibiotico-resistenza, ovvero la capacità dei batteri di sopravvivere ai farmaci pensati per eliminarli.

Il meccanismo è tanto semplice quanto preoccupante: più un antibiotico viene usato, più i batteri hanno occasione di sviluppare mutazioni che li rendono resistenti. Questi batteri resistenti, sviluppatisi negli animali, possono poi trasferirsi all'uomo attraverso diversi canali:

  • il consumo di carne o prodotti di origine animale contaminati e non adeguatamente cotti;
  • il contatto diretto con animali d'allevamento, soprattutto per chi lavora nel settore;
  • la diffusione ambientale, tramite acqua, suolo e concimi organici derivati dagli allevamenti;
  • il trasferimento genico tra batteri, che permette la diffusione della resistenza anche a ceppi batterici mai entrati in contatto diretto con l'antibiotico originario.
Una volta che un batterio resistente entra in circolazione nella popolazione umana, la sua diffusione può proseguire indipendentemente dal contesto animale di origine, rendendo il fenomeno molto difficile da arginare una volta innescato.

Un problema che l'OMS considera prioritario

L'Organizzazione Mondiale della Sanità include da anni l'antibiotico-resistenza tra le dieci minacce principali per la salute pubblica globale. Le stime più citate a livello internazionale parlano di centinaia di migliaia di decessi ogni anno direttamente collegati a infezioni causate da batteri resistenti, con proiezioni di crescita significativa nei prossimi decenni se non verranno adottate misure correttive su scala globale.

Il rischio concreto è quello di tornare, per alcune infezioni oggi curabili con facilità, a uno scenario simile a quello pre-antibiotico, in cui interventi chirurgici di routine, parti cesarei o semplici infezioni batteriche potrebbero tornare a rappresentare un pericolo per la vita.

Cosa si sta facendo per invertire la rotta

Diversi Paesi, in particolare all'interno dell'Unione Europea, hanno adottato normative più stringenti per limitare l'uso di antibiotici negli allevamenti. Tra le misure principali:

  • il divieto europeo dell'uso di antibiotici come promotori di crescita, in vigore dal 2006;
  • restrizioni più recenti sull'uso preventivo di massa negli allevamenti, rafforzate dal regolamento UE sui medicinali veterinari entrato pienamente in vigore nel 2022;
  • sistemi di monitoraggio e tracciabilità del consumo di antibiotici in ambito veterinario, con l'obiettivo di ridurne progressivamente i volumi;
  • incentivi verso pratiche di allevamento a minore densità animale, che riducono la necessità stessa di ricorrere ai farmaci in modo preventivo.
Nonostante questi progressi, il quadro globale resta disomogeneo: in molte aree del mondo l'uso di antibiotici negli allevamenti continua a crescere di pari passo con l'aumento della domanda di carne, in particolare nei Paesi in forte sviluppo economico dove i controlli sono meno rigidi.

Cosa può fare il consumatore

Se la soluzione strutturale del problema richiede interventi normativi e industriali su larga scala, anche le scelte quotidiane dei consumatori possono avere un peso, seppur limitato. Privilegiare filiere certificate, prodotti a marchio biologico che vietano l'uso preventivo di antibiotici e informarsi sulla provenienza della carne acquistata sono piccoli accorgimenti che, moltiplicati su larga scala, possono contribuire a orientare il mercato verso pratiche di allevamento più responsabili.

Resta comunque centrale il ruolo delle istituzioni sanitarie e dei governi nel definire regole comuni e condivise, perché l'antibiotico-resistenza, per sua natura, non conosce confini nazionali: un batterio resistente sviluppato in un allevamento dall'altra parte del mondo può, nel giro di poco tempo, diventare un problema globale.

Le conseguenze si riflettono sia sulla qualità di ciò che finisce nel piatto, sia, in modo più insidioso, sulla capacità futura della medicina di curare infezioni oggi considerate banali. Un tema che riguarda l'agricoltura e la zootecnia tanto quanto la salute pubblica, e che nei prossimi anni sarà sempre più al centro del dibattito su sostenibilità e sicurezza alimentare.




Dott.ssa Sara Melchionda

La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...