Foodora, chi consegna cibo non è lavoratore. Sentenza choc modifica diritti di tutti in Italia in peggio

Respinto il ricorso dei fattorini Foodora: per il Tribunale di Torino si tratta di lavoratori autonomi e non di dipendenti. Sentenza ingiusta per molti

Foodora, chi consegna cibo non è lavorat

Foodora: 4 cose da sapere sulla startup che consegna cibo a domicilio


Una sentenza del tribunale di Torino su chi consegna cibo, normalmente ragazzi, che questa volta riguarda i rider di Foodora, farà assolutamente discutere, cambiando in peggio i diritti di tutit i lavoratori italiani.
 

Il Tribunale di Torino respinge il ricorso presentato dai dipendenti di Foodora e scoppiano le polemiche nei confronti di una sentenza considerata decisamente ingiusta. Contro i lavoratori in bici di Foodora, che hanno fatto causa all’azienda dopo esser stati sospesi dal lavoro per le proteste in piazza contro stipendi decisamente troppo bassi, sostenuti da avvocati che hanno accusato la stessa azienda di fare contratti privi di tutela. Ma gli avvocati della difesa hanno precisato che non c’è stata alcuna violazione della privacy.

Foodora: la storia

Foodora è un'impresa tedesca con sede a Berlino che si occupa di consegne pasti a domicilio e balzata agli onori della cronaca nel 2016, quando i suoi dipendenti hanno iniziato a protestare contro la politica della stessa azienda, accusandola di salari troppo bassi e di scarse tutele. Palco delle proteste italiane sono state soprattutto le città di Torino e Milano. Per accedere al servizio di Foodora, basta semplicemente entrare nella home page del sito, consultare la casella di ricerca per trovare il ristorante in base all’indirizzo, selezionare il locale, un piatto del menù e pagare. Una volta inviato l’ordine, entro 30 minuti i fattorini consegnano quanto richiesto direttamente a casa.

Approdato in Italia, il servizio Foodora ha riscosso grande successo e si è espanso notevolmente. Parallelamente sono iniziati i malumori da parte dei suoi lavoratori a causa di cambiamenti decisi dalla società per quanto riguarda la paga oraria a consegna eseguita. E presto i malumori sono esplosi in manifestazioni di proteste e richieste ad alcuni locali aderenti al servizio di boicottare Foodora. Dall’altra parte, sono iniziati i primi licenziamenti. La situazione è poi precipitata ancor di più quando le proteste hanno iniziato ad invadere il web e il caso è approdato al Tribunale di Torino quando sei fattorini di Foodora hanno intentato causa contro il loro licenziamento deciso a seguito delle manifestazioni organizzate per protestare contro salari troppo bassi.

Foodora: la sentenza del Tribunale di Torino

Tuttavia, il Tribunale del lavoro di Torino ha respinto il ricorso presentato dai sei rider di Foodora ritenendoli collaboratori autonomi non legati da un rapporto di lavoro subordinato con l’azienda e pertanto lo stesso ricorso presentato non avrebbe avuto motivo di sussistere non trattandosi, per il Tribunale, di dipendenti. In particolare, gli avvocati dei sei rider licenziati per aver partecipato attivamente alle manifestazioni di protesta contro l’azienda hanno chiesto il reintegro a lavoro, un risarcimento di 20 mila euro e il versamento dei contributi previdenziali non goduti, ma per i giudici di Torino non hanno diritto a un rapporto di impiego subordinato, perché non considerati dipendenti ma lavoratori autonomi.

Si tratta di una sentenza considerata dai ridere, dai loro avvocati e da moltissimi lavoratori ingiusta ma che soprattutto crea un importante precedente, favorendo il lavoro senza tutele e facendo sognare anche un ‘semplice’ contratto di collaborazione, potendo, dunque, avere un forte impatto sul mercato del lavoro e aprendo sempre più la strada alla cosiddetta gig economy, termine che indica un modello organizzativo del lavoro in cui le prestazioni non sono continuative ma on demand, cioè a chiamata (seguendo la filosofia del si lavora quando serve), senza alcuna garanzia, senza alcuna tutela, senza alcuna certezza.

Foodora: l’importanza della sentenza di Torino

La sentenza di Torino, dunque, potrebbe avere grande risonanza perché, considerando quanto appena spiegato relativamente alla gig economy, il timore è che si tratti di un modello di organizzazione del lavoro che potrebbe essere sfruttato da tante aziende che hanno bisogno di personale ma non hanno particolare intenzione di investire nel loro stesso lavoro. Ma si tratta di un modello organizzativo assolutamente non consono all’attività e all’impegno svolto da chi verrebbe chiamato a farlo perché in una Italia dove la disoccupazione, soprattutto giovanile, continua ad essere molto elevata e sono tantissimi coloro che hanno bisogno di lavorare per vivere dignitosamente, bisognerebbe favorire lavori costanti e continui, in grado anche di assicurare un futuro previdenziali alle giovani generazioni di oggi, non scoraggiare tali tutele e continuare a favorire impieghi precari e senza garanzie, ‘approfittando’ delle necessità dei ragazzi.

Come vivono, quanto guadagnano e lavorano

I rider sono saliti ormai alla ribalta della cronaca. Un lavoro smart, che tra i requisiti richiede solo il possesso di una bici e di uno smartphone, che all’inizio è servito a tanti giovani, magari universitari, per sbarcare il lunario e mettersi da parte i pochi spiccioli per andare avanti senza pesare sul bilancio familiare. Un lavoro che può diventare anche molto faticoso come per esempio la sera della partita quando i chilometri si moltiplicano e arrivano dai quindici chilometri di media a più di quaranta. Quando invece la primavera addolcisce le serate la gente esce e le richieste crollano. Dal racconto di un rider si viene a sapere che la paga, un paio di anni fa, era di 5.60 euro netti all'ora. Ora invece si è passati al cottimo. Più consegni, più guadagni. Ma tenere separati persone che fanno lo stesso lavoro è un’impresa difficile anche per le aziende che lavorano con la tecnologia. Per questo, quando i rider di Bologna si sono confrontati con quelli di Milano scoprendo che la loro paga era mediamente più alta di due euro è partita la più classica rivendicazione sindacale. La risposta dell’azienda? Il licenziamento che nell’era digitale consiste nel non vedersi confermati i turni, via App, per cui si è concessa la propria disponibilità. Si chiama gig economy e non si tratta solo di Foodora. E i lavoratori iniziano a rivendicare, legittimamente, diritti sacrosanti che non vedono riconosciutii

E altre storie ordinarie

Appena 92 euro al mese, 33 centesimi all’ora per una giornata di lavoro normale, o forse anche più lunga: le ultime notizie sulla situazione lavorativa rese note da una denuncia della SLc Cgil di Taranto, riguardo un call center della città lasciano davvero senza parole e, ancora una volta, dipingono una situazione occupazionale ed economica italiana davvero tragica. Fortunatamente quetso call center è stato chiuso dopo la denucia, con un intervento della magistratura, ma racconta i nuovi mestieri da schiavi tutti italian

Stando a quanto denunciato dalla SLc Cgil di Taranto, un call center della città avrebbe attirato personale offrendo agli impiegati uno stipendio annuo di 12mila euro. Ma la realtà si è rivelata ben diversa dalle promesse e dall’annuncio: appena 92 euro di stipendio mensile, per 33 centesimi all’ora, e decurtazioni del corrispettivo di un'ora di lavoro per chi andava 5 minuti al bagno o arrivava con 3 minuti di ritardo. Per Andrea Lumino, segretario generale di SLc Cgil Taranto, si è trattato di una situazione che ha superato di gran lunga ogni più macabra immaginazione".

Coloro che sono stati assunti nel suddetto call center appena ricevuta la busta paga sono rimasti senza parole e si sono licenziati dopo il primo bonifico di appena 92 euro per un intero mese di lavoro. Scattate immediatamente le proteste, l’azienda ha fatto sapere che la cifra calcolata di pagamento è stato risultato del loro effettivo lavoro, sottolineando che se per soli 5 minuti nell’arco della giornata ci si è allontanati dalla propria postazione di lavoro anche solo per andare in bagno sono state di volta in volta applicate decurtazioni sulla paga finale.

Non c'è solo questo. La carta igienica bisogna portarsela dal bagno, solo per fare un esempio, sempre legato alla toilette...ma soprattutto vengono promessi dei bonus per riuscire a far firmare dei contratti a qualsiasi costo, che poi alla fine non vengono mai riconosciuti.

E poi trattamente infernali, urla e persone che contiuamente ti controllano e ti stanno dietro la scrivania arrivando anche a urlarti nell'orecchio o prenderti in disparte e farti una fortissima pressione psicologica, al limite del fisico, per una telefonata andata male o un tuo comportamento che pare essere in contrasto con le "loro" regole.

Il segretario generale di SLc Cgil Taranto Lumino aveva annunciato, circa 2 mesi fa, che i legali del sindacato stavano valutando la possibilità di collegare questa situazione alla legge contro il caporalato, ed era già stato già preparato un esposto denuncia dei lavoratori e del sindacato da inviare alla Procura della Repubblica, al Sindaco, al Presidente della Provincia e al Prefetto. E così è avvenuto e il call center, dopo le dovute indiagine, è stato finalmente chiuso

Tanti, troppi casi

Il mondo è diviso in due parti: c'è chi ha un lavoro debitamente retribuito e chi è costretto a sbarcare il lunario per 4 euro l'ora. Definirlo low cost o nuova schiavitù cambia poco, resta il fatto che questo fenomeno ha subito una decisa accelerazione negli ultimi anni, complice anche la crisi che ha spinto le aziende a cercare e proporre impieghi a cottimo. E incrociando i dati ufficiali c'è stato chi è andato alla scoperta dei mestieri sottopagati. La fotografia scattata è piuttosto impressionante, anche e soprattutto perché alla fine del mese o della settimana, il guadagno può essere anche pari a zero per la semplice ragione che nella contabilità generale occorre inserire anche i costi di spostamento o quelli necessario per lo svolgimento dell'attività.

Salta allora fuori un tariffario piuttosto imbarazzante: 4,5 euro l'ora per un operaio agricolo, 6 euro per una cameriera di catering, 4 euro per un autista, 7,5 euro per un addetto alle pulizie, 6 euro per un facchino magazziniere, 5,60 euro per un fattorino in bici, 6,50 euro per un lavapiatti, 4 euro per un postino privato, 6,70 euro per una badante, 8 euro per un educatore di una cooperativa in subappalto. Il lavoro è a chiamata e dinanzi a questa situazione, anche vivere alla giornata diventa un esercizio complicato. Inutile ricordare come le tutele contrattuali siano inesistenti e gli straordinari sono un miraggio. Anche perché sono gli stessi ordinari a mancare. C'è una ragione ben precisa alla base di questa deregulation: non esiste un salario minimo stabilito per legge se non nel caso della contrattazione collettiva.

Chi prende meno

Non tutti i comparti lavorativi attraversano la stessa situazione ovvero fanno segnare la stessa crisi dei numeri. Fermo restando che la pratica del cosiddetto lavoro low cost è trasversale, ci sono settori ben precisi in cui si registra una maggiore percentuale di lavoratori sottopagati ovvero quelli in cui si registra il maggior numero di violazione delle paghe minime orarie di settore. A elaborare una vera e propria classifica ci ha pensato il quotidiano piemontese la Stampa. E non mancano alcune sorprese:

  1. agricoltura e settore minerario 31,63%
  2. arti e attività domestiche 30,89%
  3. hotel e ristorazione 20,66%
  4. settore immobiliare e attività amministrative 15,48%
  5. educazione 15,07%
  6. commercio al dettaglio 11,81%
  7. finanza e assicurazioni 10,24%
  8. manifattura, servizi acqua ed elettricità 10,12%
  9. salute 8,20%
  10. trasporti 7,93%
  11. costruzioni 7,41%
  12. informazione e comunicazione 7,02%
  13. pubblica amministrazione 4,15%

Stando sempre all'incrocio dei dati Istat e Inps, viene anche fuori come i settori con retribuzione media annua più bassa tra i dipendenti del settore privato (esclusi operai agricoli e domestici) sono in ordine decrescente attività artistiche, sportive, intrattenimento e divertimento (14.280 euro lordi l'anno), noleggi, agenzie viaggio servizio supporto imprese (13.738 euro lordi l'anno), istruzione (13,611 euro lordi l'anno), attività di servizi alloggio e ristorazione (10.269 euro lordi l'anno).