Tutti gli oggetti più strani lasciati nelle auto Uber. Da non credere. La lista dei più curiosi di Uber

Non sorprende come l'oggetto più smarrito in assoluto in un'auto Uber sia lo smartphone, seguito da portafogli e chiavi. L'Italia è quinta per sbadataggine.

Tutti gli oggetti più strani lasciati ne

Gli elenchi di Uber: oggetti e città


C'è sicuramente da sorridere, ma anche iniziare a preoccuparsi per la sbadataggine dei clienti Uber che troppo spesso dimenticano oggetti sui sedili dell'auto. E non si tratta del classico quotidiano cartaceo o dell'ombrello, di cui ci si accorge di averlo smarrito solo una volta tornati a casa. Nell'elenco delle dimenticanza finiscono anche una torta, friggitrici, denti finti, un certificato di morte, artigli (finti anche questi) e perfino abiti di sposa. Proprio così, anche il vestito del giorno più importante è stato abbandonato in una vettura Uber, facendo sorgere qualche legittimo dubbio sull'opportunità del matrimonio. A stilare una lista di cosa rimane sulle auto e quali sono le città con i passeggeri più sbadati è stata la stessa Uber.

Gli elenchi di Uber: oggetti e città

Non sorprende come l'oggetto più smarrito in assoluto in un'auto Uber sia lo smartphone, seguito da portafogli e chiavi. In fin dei conti si tratta degli oggetti più diffusi. Quindi ci sono occhiali, zaini e gioielli. E se l'Italia occupata il quinto Paese per distrazione, davanti a tutti si piazzano le città Madrid, Varsavia, Lisbona e Praga. C'è anche una terza graduatoria, quella dei giorni in cui si dimenticano gli oggetti più di frequente. Rimanendo in Italia, i il momento più critico a Roma e Milano è il venerdì.

Come recuperare gli oggetti dimenticati nell'auto

Di interessante c'è la facilità con cui recuperare gli oggetti (naturalmente al netto di malintenzionati). I passeggeri possono infatti notificare lo smarrimento di un oggetto dopo una corsa per poi recuperare. L'intera operazione avviene tramite la stessa app Uber installata sul proprio smartphone per prenotare la corsa: occorre entrare nella sezione Le mie corse del profilo utente, selezionare quella in cui si è perso l'oggetto e scegliere l'opzione Ho smarrito un oggetto. Si entra così in contatto con il conducente per concordare la consegna di quanto dimenticato entro 24 ore. Solo scaduti questi termini entra in azione la stessa Uber a supporto del cliente.

E un'altra storia

In base ai punti di vista questa storia assume caratteri diversi. Perché se una donna partorisce nella tua macchina può essere l'occasione per un grande spot promozionale. Ma molto più semplicemente è un fatto di vita vera che è successo a Manchester e che ha visto come protagonista (secondario, naturalmente) un veicolo Uber. A rendere pubblica questa storia è stata tra l'altro la stessa donna con un lettera al The Guardian. Il tutto sarebbe avvenuto in maniera casuale perché la donna e il marito confidavano di avere più tempo e che la situazione non precipitasse nell'arco di pochi minuti. Tra l'altro Anna era al suo secondo parto e dunque non nuova a un'esperienza di questo tipo.

E infatti era tranquilla e non immaginava di dover partire in una delle macchine che effettuano il servizio Uber. Con quest'ultima che ha pagato la corsa effettuata e ha poi fatto un regalino al bimbo. Come riferisce la donna, l'autista è rimasto tranquillo e non si è fatto prendere dal panico. Anzi, le ha raccontato di quando suo moglie aveva partorito e le spiegava come respirare. In qualche modo ha fatto da assistente sanitario. E nel momento in cui il marito della donna è andato a cercare aiuto, il piccolo bebè era già nato. Per la gioia della mamma e del papà. E anche dell'autista Uber, protagonista secondario della vicenda, ma pur sempre protagonista.

Il problema di Amazon, ma anche Uber per la gestione dei dipendenti. Storie recenti

Se c'è un'azienda su cui sono costantemente puntate le attenzione è Amazon. A torto o a ragione, con intenzioni mirate a discreditare o meno, poco importa. Di certo c'è che quando c'è di mezzo la società la società di Jeff Bezos, le occasioni per discutere non mancano mai. Questa volta lo spunto arriva da un sondaggio della britannica Organise sulle condizioni di lavoro dei dipendenti. Più esattamente ha chiesto a un centinaio di dipendenti del magazzino di Rugeley, nello Staffordshire, nel nord dell'Inghilterra, come se la passassero nella quotidianità. E le risposte raccolte forniscono un quadro preoccupante ovvero molto lontano da un'atmosfera idilliaca.

Stando allora a quanto hanno riferito i lavoratori (e su cui non abbiamo la controprova), la metà di loro soffrirebbe di depressione. Di più: otto dipendenti avrebbero avuto tentazioni suicide. Insomma, viene fuori un ambiente da inferno, dal quale sarebbe anche difficile sottrarsi. A scendere ancora più a fondo delle risposte emergono infatti casi limiti che contrasterebbero sia con il buon senso e le normali dinamiche nell'organizzazione del lavoro e sia con le norme stesse. C'è infatti chi confessa di non bere durante le sessioni lavorative per ridurre le pause per andare in bagno e centrare così gli obiettivi lavorativi di Amazon. E se proprio il bisogno diventa impellente, in tanti preferirebbero fare la pipì nelle bottigliette.

Quest'ultima è in realtà una presunta rivelazione di James Bloodworth, autore di Hired, il libro in cui racconta la sua esperienza in incognito nel mondo della gig economy, in cui fa rientrare anche Amazon. Stando a quanto riferisce nel testo che sta naturalmente facendo discutere a tutte le latitudini, i bagni molto spesso potevano risultare anche a dieci minuti di distanza dalla postazione di lavoro o anche a quattro piani sotto o sopra. Questo non faceva che scoraggiare il lavoratore nell'andare fisicamente in bagno per non incorrere in sanzioni o altro. Da qui la necessità di trovare alternative perché l'occhio dei supervisori era sempre vigile e ben presente.

In questo contesto non sorprende allora il racconto di un dipendente che, dopo essere stato portato all'ospedale perché sofferente di epilessia, avrebbe ricevuto già il giorno dopo ho ricevuto una chiamata in cui gli chiedevano e ragioni della sua assenza. E poi ci sarebbe il triplice divieto di utilizzo sul posto di lavoro degli smartphone, degli occhiali da sole e dei cappucci.

Alla fine occorre fare sempre i conti con Amazon. La multinazionale dell'ecommerce ha infatti creato nuovi paradigmi nell'organizzazione del lavoro con i quali confrontarsi. Poi però resta da capire se la smaterializzazione dei rapporti e il ricorso sempre più frequente all'automazione sia benefica o meno sotto il profilo della creazione di posti di lavoro. Perché, intendiamoci, da una parte c'è una grande società che sta assumendo milioni di persone in tutto il mondo perché la sua crescita così come quella del commercio elettronico è praticamente inarrestabile. Ma dall'altra l'utilizzo sempre più frequente di robot sta portando alla cancellazione di alcune figure lavorative, delle cui competenze non c'è più bisogno. E, soprattutto, spazza via al concorrenza che non riesce a stare al passo.

A cercare di dare una risposta scientifica ci ha provato il sito Qz.com analizzando il numero di posti di lavoro creati e quelli spariti. Di positivo per il mondo lavorativo c'è che la società statunitense ha già annunciato l'assunzione di altri 50.000 dipendenti da impiegare nella nuova sede statunitense di prossima costruzione. Tanto per essere chiari, Amazon è l'ottavo più grande datore di lavoro privato negli States. C'è però l'altra faccia della medaglia da cui non si può prescindere. Ogni anno l'1% dei dipendenti nella vendita al dettaglio stanno perdendo il posto di lavoro. Non è una piccola percentuale perché si tratta di circa 170.000 persone l'anno. Tutti loro non sono in grado di fare concorrenza che si trova in una posizione di forza cresce e apparentemente inarrestabile.

Naturalmente occorre procedere con le giuste cautele del caso perché non è sempre così facile riuscire a dimostrare una correlazione così diretta e tante altre possono essere le cause e le concause. Tuttavia, come viene fatto notare nello studio, dai numeri non si scappa. E quelli più recenti riferiscono come da una parte ci sono 24.000 dipendenti umani che hanno perso l'impiego e dall'altra 75.000 dipendenti robotici che hanno fatto il loro ingresso nel mondo del lavoro. Questo perché Amazon ha introdotto 55.000 robot tra le sue file e ne sono stati ipotizzati altri 20.000 entro la fine dell'anno per un totale di 75.000. Come si legge nello studio, questo esercito è naturalmente benefico utile per le casse dell'azienda, ma non lo è nel caso del mantenimento della posizione lavorativa dei dipendenti del retail.

La Gig Economy

Si fa presto a parlare di lavoretti quando di mezzo ci sono pezzi di una generazione pagata pochi euro all'ora dalla grande multinazionale che fattura centinaia su centinaia milioni di euro o di dollari. E si parla anche di lavori da schiavi e nuova schiavitù

Mai come adesso, in questi tempi di gig economy, si assista a una sperequazione di questi livelli. Qualcuno potrebbe dire che è sempre stato così, ricordando il rapporto tra capitalisti e lavoratori prima e tra imprenditori e dipendenti adesso. In realtà, la distanza tra queste categorie è spaventosamente aumentata e non solo dal punto di vista economico. Perché i precari di oggi hanno perso i diritti dei lavoratori di pochi decenni fa. Anche allora lo sfruttamento era la regola, ma in qualche modo erano più tutelati dalle norme.

La flessibilità estrema ha fatto saltare gli equilibri sociali tra precari che vivono praticamente alla giornata e ricchissimi imprenditori che spostano i ricavi in paradisi fiscali dove i profitti non sono tassati. Non tutti, intendiamoci, ma i casi di cronaca economica raccontano come il tratto è sempre più comune.

Per farsi un'idea è utile leggere le pagine del libro Lavoretti di Riccardo Staglianò. Secondo l'autore la sharing economy ci rende tutti un po' più poveri. Le occupazioni sottopagate dei vari Uber e Airbnb camufferebbero miserie, secondo l'autore, dietro al racconto della modernità, rischiando di consegnarci un futuro senza welfare. Diventa infatti piuttosto complicato impostare il presente sul lavoro on demand ovvero solo quando c'è richiesta per i propri servizi o competenze. E, ribadiamo, il punto centrale della questione non è (solo) lo scarso reddito percepito, ma l'azzeramento delle tutele per i lavoratori.

Il mondo è diviso in due parti: c'è chi ha un lavoro debitamente retribuito e chi è costretto a sbarcare il lunario per 4 euro l'ora. Definirlo low cost o nuova schiavitù cambia poco, resta il fatto che questo fenomeno ha subito una decisa accelerazione negli ultimi anni, complice anche la crisi che ha spinto le aziende a cercare e proporre impieghi a cottimo. E incrociando i dati ufficiali c'è stato chi è andato alla scoperta dei mestieri sottopagati. La fotografia scattata è piuttosto impressionante, anche e soprattutto perché alla fine del mese o della settimana, il guadagno rischia di essere pari a zero per la semplice ragione che nella contabilità generale occorre inserire anche i costi di spostamento o quelli necessario per lo svolgimento dell'attività.

Salta allora fuori un tariffario piuttosto imbarazzante: 4,5 euro l'ora per un operaio agricolo, 6 euro per una cameriera di catering, 4 euro per un autista, 7,5 euro per un addetto alle pulizie, 6 euro per un facchino magazziniere, 5,60 euro per un fattorino in bici, 6,50 euro per un lavapiatti, 4 euro per un postino privato, 6,70 euro per una badante, 8 euro per un educatore di una cooperativa in subappalto. Il lavoro è a chiamata e dinanzi a questa situazione, anche vivere alla giornata diventa un esercizio complicato. Inutile ricordare come le tutele contrattuali siano inesistenti e gli straordinari sono un miraggio. Anche perché sono gli stessi ordinari a mancare. C'è una ragione ben precisa alla base di questa deregulation: non esiste un salario minimo stabilito per legge se non nel caso della contrattazione collettiva.