Dal 2006 il tuo sito imparziale su Lavoro, Fisco, Investimenti, Pensioni, Aziende ed Auto

Acqua in vetro: più sicura per il gusto, ma non sempre per diversi altri aspetti secondo ricerche e studi scientifici

WhatsApp X Telegram
di Dott.ssa Sara Melchionda pubblicato il

Tra gusto e sicurezza: l'acqua in vetro è spesso preferita per la purezza del sapore, ma studi scientifici mostrano che anche questo materiale può contenere microplastiche e solleva domande.

Negli ultimi anni, le ricerche sulle microplastiche hanno cambiato profondamente la percezione delle acque confezionate. Il tema dell'esposizione a questi frammenti microscopici, provenienti non solo dalle bottiglie di plastica ma anche da altri materiali, è al centro di molteplici studi apparsi tra il 2024 e il 2026.

Nelle indagini più citate, iniziando dall'ANSES francese (2025), emerge che le bevande in bottiglia di vetro possono presentare quantità di microplastiche anche 50 volte superiori rispetto a quelle confezionate in plastica, soprattutto a causa dei tappi metallici verniciati. D'altra parte, lo studio PNAS dell'Università della Columbia (2024) ha sorpreso il pubblico rilevando medie di 240.000 frammenti di nanoplastiche per litro nelle bottiglie di plastica, superando di decine di volte i dati riportati da indagini precedenti come quella di SUNY Fredonia (2018), la quale già indicava microplastiche in oltre il 90% dei campioni.

Una revisione sistematica del 2025 precisa che il consumo regolare di acqua in bottiglia di plastica comporta l'ingestione di circa 90.000 microplastiche in più all'anno rispetto a chi beve direttamente dal rubinetto. I rischi, secondo un approfondimento dell'Università di Zhejiang, sarebbero collegati a reazioni infiammatorie, stress ossidativo e potenziali danni cellulari, benché restino numerose incertezze sulle reali implicazioni per l'uomo.

L'argomento richiede uno sguardo rivolto sia al contenuto scientifico sia alle consuetudini quotidiane, per guidare scelte consapevoli tra vetro, plastica e acqua di rubinetto, alla luce delle nuove evidenze.

Perché il vetro è il contenitore più sicuro per il gusto

Il vetro è normalmente considerato il materiale più neutro e sicuro per la conservazione delle bevande, grazie a una serie di proprietà intrinseche che ne esaltano la reputazione dal punto di vista sensoriale. La sua neutralità chimica impedisce che vengano cedute sostanze al liquido contenuto, prevenendo qualsiasi possibile interazione tra acqua e contenitore. Il vetro, essendo non poroso e inerte, non trattiene odori né aromi e non altera sapori. Questa caratteristica è ampiamente riconosciuta sia dagli esperti di scienza sensoriale che dall'industria alimentare e dalle associazioni dei consumatori.

L'esperienza di chi sceglie acqua minerale in vetro è associata a sensazioni di freschezza, pulizia e genuinità del gusto, spesso considerate superiori rispetto all'acqua confezionata in plastica. In degustazioni guidate, professionisti e semplici consumatori concordano nell'apprezzare la purezza e il sapore intatto garantiti da questo materiale.

Oltre agli aspetti organolettici, il vetro offre altri vantaggi: durata nel tempo, riciclabilità elevata, possibilità di riutilizzo con pratiche di vuoto a rendere che riducono sprechi e impatto ambientale. Sul piano della sicurezza percepita, l'assenza di rilascio di composti organici rappresenta un ulteriore elemento di tranquillità, tanto che il vetro è ancora oggi la scelta preferita nei locali pubblici e tra chi presta particolare attenzione alla qualità sensoriale di ciò che beve.

Lo studio che ribalta le certezze sulle microplastiche

Le evidenze scientifiche, in particolare lo studio ANSES pubblicato nel 2025 dalla ricercatrice Iseline Chaïb, hanno restituito una fotografia sorprendente del panorama delle microplastiche nelle bevande. La ricerca, svolta in diverse località francesi, ha previsto l'analisi di numerosi campioni di acqua, birra, vino e soft drink, confezionati in bottiglie di vetro, plastica, lattina e cartone. Gli scienziati hanno impiegato metodi spettroscopici e microscopici per rilevare la presenza di particelle plastiche di dimensioni inferiori ai 5 mm.

I risultati hanno ribaltato le aspettative consolidate: le bevande in vetro, soprattutto se chiuse con tappo metallico verniciato, hanno mostrato una media di 100 particelle di microplastica per litro, un livello fino a 50 volte superiore rispetto ai campioni in plastica o lattina. Un'eccezione parziale si rileva per l'acqua, dove la quota risulta più contenuta, 4,5 particelle per litro nel vetro contro 1,6 nella plastica, ma comunque significativa.

La causa principale della contaminazione è stata individuata nella vernice a base di poliestere applicata sui tappi metallici, che durante lo stoccaggio industriale tende ad abraderli, liberando microplastiche nel liquido sottostante. Le analisi chimiche hanno dimostrato la piena corrispondenza tra il materiale dei frammenti trovati nelle bevande e quello delle vernici protettive dei tappi.

Lo studio ANSES ha proposto alcune soluzioni pratiche, come la pulizia dei tappi con aria compressa e acqua filtrata prima della chiusura, suggerendo che la gestione della filiera rappresenta un fattore chiave nella limitazione dell'esposizione. Il risultato è una raccomandazione a non basarsi unicamente sulla scelta del materiale del contenitore, ma a considerare l'intero ciclo di confezionamento.

Il problema della plastica e delle nanoplastiche

La sensazione comune che la contaminazione da plastica interessi solo i contenitori in PET viene dai risultati degli studi nuovissimi messa fortemente in discussione. Dai dati pubblicati su PNAS dal team della Columbia University nel 2024, per la prima volta è stato quantificato con strumenti avanzati il carico di nanoplastiche in acqua minerale imbottigliata in plastica: si parla di una media di 240.000 particelle per litro, con picchi che raggiungono e superano le 370.000 particelle. Gran parte di queste sono nanoplastiche, dimensioni inferiori al micron, pressoché impossibili da rilevare fino a poco tempo fa.

Si conferma quindi che nessun contenitore è realmente esente dalla migrazione di polimeri: la plastica, soprattutto in condizioni di calore e lunga conservazione, tende a liberare micro e nanoframmenti derivanti dal PET stesso e dagli additivi impiegati per migliorarne le caratteristiche tecniche. Il fenomeno è rilevabile anche nei processi di riempimento e chiusura industriale, oltre che durante lo stoccaggio.

Occorre inoltre considerare che le nanoplastiche, a differenza delle particelle più grandi, potrebbero avere una biodisponibilità differente e attraversare barriere biologiche ancora più facilmente, aspetto che motiva l'attuale attenzione scientifica agli effetti di questi inquinanti sulla salute umana.

Quanto microplastiche ingeriamo tra vetro e plastica

Le ricerche degli ultimi anni hanno consentito di realizzare un quadro quantitativo dell'esposizione annuale a microplastiche tramite il consumo di acqua e bevande confezionate. Secondo la revisione sistematica pubblicata nel 2025, chi beve regolarmente acqua minerale in bottiglia di plastica rischia un'esposizione aggiuntiva di 90.000 particelle all'anno rispetto a chi si serve dalla rete idrica domestica.

Lo studio della SUNY Fredonia guidato da Sherri Mason, pubblicato già nel 2018, aveva evidenziato come il 93% di 259 campioni di acqua confezionata conteneva microplastiche, con una media di 325 particelle per litro, indicando una contaminazione pressoché ubiquitaria e trasversale alle diverse marche internazionali. La differenza in termini di numerosità delle particelle tra bottiglie di plastica, vetro e acqua di rubinetto è fortemente influenzata dal packaging e dai processi produttivi, ma nessuna opzione è del tutto immune dal problema.

Ulteriori dati mettono in luce una contaminazione diffusa anche nell'acqua di rubinetto, seppur con livelli medi inferiori, legati soprattutto all'infiltrazione ambientale di microplastiche e alle condizioni specifiche delle reti idriche. Tali risultati suggeriscono che la strategia migliore per ridurre il rischio personale deve combinare la scelta del contenitore con uno stile di consumo critico e informato.

Rischi per la salute: cosa sappiamo e cosa resta incerto

L'attuale letteratura scientifica offre segnali importanti, pur mantenendo la necessaria cautela sulle realmente accertate implicazioni sanitarie delle microplastiche. Gli studi condotti dall'Università di Agraria e Forestale dello Zhejiang hanno mostrato, su modelli cellulari e animali, che tali particelle inducono processi di infiammazione, stress ossidativo, danno al DNA e morte cellulare programmata. Alcuni dei processi riscontrati sono associati a possibili rischi cardiovascolari, neurodegenerativi e persino oncologici.

Va sottolineato che, benché questi effetti siano chiaramente osservabili a scala cellulare e in condizioni sperimentali, l'impatto effettivo sull'uomo resta da chiarire pienamente. La World Health Organization e altri enti internazionali giudicano plausibile una correlazione tra accumulo cronico di particelle plastiche e alterazioni sistemiche, ma invitano alla prudenza: i parametri di esposizione, la variabilità interindividuale e la difficoltà nello stimare la quantità effettivamente assorbita lasciano tuttora margini di incertezza.




Dott.ssa Sara Melchionda

La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...