Nei centri storici italiani molte case restano invendute da anni, nonostante la crescente difficoltà dei giovani a trovare alloggio. Il fenomeno si intreccia con tasse, vincoli, ostacoli alle ristrutturazioni e trend europei
Nel cuore delle città italiane, si manifesta una contraddizione sempre più visibile: molte abitazioni nei quartieri storici rimangono sfitte anche per anni, mentre le nuove generazioni si trovano a fronteggiare un accesso difficile e costoso al mercato residenziale. Questo scenario mostra una profonda disconnessione tra disponibilità immobiliare e domanda abitativa, con ricadute sociali ed economiche molto rilevanti. Il tessuto urbano ne soffre: la vitalità dei centri viene compromessa dalla desertificazione, mentre l'identità storica rischia di indebolirsi senza un ricambio generazionale.
La persistenza del fenomeno delle abitazioni invendute in zone centrali italiane è il risultato di un intreccio di fattori strutturali, economici e urbanistici. In primo luogo, molti immobili storici necessitano di importanti interventi di ristrutturazione per essere adeguati agli standard moderni, il che comporta elevati costi iniziali per i proprietari e per eventuali acquirenti. La presenza di vincoli architettonici, dovuti alla tutela del patrimonio, limita inoltre le possibilità di modifica e uso degli spazi, rendendo meno immediata e più onerosa qualsiasi operazione edilizia rispetto a quanto avviene in altre aree urbane.
Dal lato dell’offerta, la gestione delle vendite può risultare inefficace in assenza di incentivi mirati sia alla messa a reddito che alla ristrutturazione. A questo si aggiunge la concorrenza crescente degli affitti brevi e turistici, che, se da una parte valorizzano alcuni segmenti di mercato, dall’altra sottraggono disponibilità all’offerta di lungo periodo e incidono sulla stabilità abitativa della popolazione residente.
Lato domanda, la popolazione interessata a vivere stabilmente nei centri storici è in calo rispetto al passato, complice una serie di cause fra cui: il costo spesso elevato delle proprietà in queste aree, l’assenza di servizi moderni, la scarsa efficienza energetica degli edifici e la difficoltà di spostamento e parcheggio che le giovani famiglie considerano prioritarie. Non va sottovalutato inoltre il fattore demografico: l’invecchiamento della popolazione e la ridotta natalità contribuiscono a una minore pressione sulla domanda abitativa tradizionale.
Nelle città d’arte, l’effetto turismo acuisce le differenze: molti immobili vengono mantenuti vuoti in attesa di occasioni di vendita favorevoli o sono destinati a usi saltuari, a discapito della funzione residenziale continuativa. Senza strategie di rigenerazione urbana integrate e incentivi fiscali mirati, il rischio di accumulo di patrimonio “fermo” diviene strutturale e si trasforma in una zavorra per la rinascita dei centri cittadini.
La questione fiscale rappresenta uno dei principali ostacoli alla rinascita abitativa dei centri storici. I proprietari di immobili sfitti devono infatti affrontare un carico fiscale significativo anche in assenza di redditività, dovendo pagare imposte come IMU e tassa sui rifiuti, oltre alle spese ordinarie di manutenzione. Questa situazione può scoraggiare la messa in vendita o locazione, specialmente se i potenziali rendimenti non compensano le spese sostenute.
Le attuali normative prevedono pochi sgravi effettivi per chi detiene proprietà vuote o in ristrutturazione. Mentre il regime della "cedolare secca" rende più conveniente affittare, chi mantiene un’abitazione inutilizzata non beneficia delle stesse vantaggiose condizioni. La pressione contributiva risulta aggravata ulteriormente in caso di immobili vincolati dalla Soprintendenza, dove l’adeguamento agli standard richiesti per lavori edilizi comporta oneri maggiori senza possibilità di detrazione immediata dei costi sostenuti.
Alcuni provvedimenti locali per incentivare la ristrutturazione e il ritorno all’uso residenziale sono tuttora limitati e poco accessibili. D’altra parte, il sistema fiscale vigente non distingue tra immobili produttivi di reddito e quelli sostanzialmente improduttivi, portando alla paradossale situazione in cui si pagano tasse anche su abitazioni prive di valore aggiunto per la comunità.
Il contesto attuale richiede una revisione normativa volta a introdurre detrazioni più incisive per chi investe nella ristrutturazione o nella locazione a lungo termine degli immobili storici. Senza queste misure, la permanenza delle abitazioni vuote risulta vantaggiosa solo per chi può permettersi di attendere tempi migliori senza cercare una destinazione concreta per il proprio patrimonio edilizio.
La normativa europea (Direttiva EPBD – Energy Performance of Buildings Directive) impone obblighi stringenti in materia di consumi e prestazioni energetiche agli edifici residenziali, con l’obiettivo di ridurre drasticamente le emissioni e migliorare la qualità abitativa. In Italia, la situazione è complicata: oltre il 60% delle abitazioni appartiene ancora alle classi energetiche più basse (F e G), concentrate proprio nei centri storici.
Le opportunità derivate dalla riqualificazione energetica sono evidenti, sia dal punto di vista ambientale che di valore sul mercato:
Le modalità di intervento più diffuse includono:
Le dinamiche sociali sono aggravate dalle caratteristiche intrinseche degli immobili storici:
Il confronto a livello continentale fornisce prospettive interessanti sul fenomeno delle abitazioni invendute e sulle strategie di adattamento adottate dai diversi Paesi. Secondo gli ultimi dati Eurostat, dal 2020 al 2025 i prezzi delle abitazioni nell’Unione Europea sono cresciuti in media del 5,4% annuo, ma l’Italia presenta una dinamica più contenuta rispetto alle principali economie:
| Paese | Crescita annua prezzi (2025) |
| Italia | +3,9% |
| Germania | +3,2% |
| Spagna | +12,8% |
| Portogallo | +17,1% |
| Francia | +0,5% |
| Ungheria | +15,1% |
Le cause degli aumenti più sostenuti in altri mercati del Sud e dell’Est Europa sono riconducibili a una domanda forte, sostenuta anche da investimenti esteri e da incentivi pubblici. Nei centri storici delle grandi capitali come Lisbona o Barcellona, la crescita della domanda turistica ha trainato gli affitti brevi, ma ha anche determinato un progressivo svuotamento residenziale, spingendo le autorità locali a introdurre quote e limiti per il turismo ricettivo e più vincoli ai nuovi acquisti da parte di investitori istituzionali.
In Italia, l’aumento dei prezzi rallenta rispetto alla media UE pur mantenendosi la tendenza positiva. L’offerta resta però inadeguata rispetto alle esigenze della popolazione giovane, mentre nei paesi con politiche di incentivi e programmi di rigenerazione urbana più incisivi si registrano risultati migliori anche sul fronte dell’accessibilità alla casa e della messa a valore del patrimonio storico.
Giuseppe Bergodi è un esperto consulente immobiliare con oltre 35 anni di esperienza nel settore. Laureato in Architettura presso il Politecnico di Milano, ha dedicato la sua carriera alla valutazione e gestione di proprietà residenziali e commerciali. Grazie alla sua profonda conoscenza del mercato immobiliare milanese, offre analisi dettagliate e strategie efficaci per ottimizzare gli investi...