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Come fanno Spagna e Portogallo a crescere molto più forte rispetto le altre nazioni Ue

di Marcello Tansini pubblicato il
Spagna e Porotgallo crescita doppia rsip

Spagna e Portogallo si distinguono per una crescita economica superiore alla media Ue, trainata da domanda interna, riforme, turismo e innovazione, ma non senza sfide legate a mercato del lavoro e sostenibilità sociale.

Nell’ultimo biennio l’Europa ha assistito a una sorprendente accelerazione economica di due Paesi dell’area mediterranea: la Spagna e il Portogallo. Mentre molti partner dell’Unione europea affrontavano stagnazione economica o rallentamenti, le due economie iberiche hanno registrato una traiettoria espansiva che le ha distinte nel panorama continentale. Le statistiche rivelano performance ben superiori rispetto alla media dell’eurozona, sia in termini di crescita del Prodotto interno lordo (PIL) che di occupazione. Questi risultati, sostenuti da riforme strutturali e investimenti, pongono Spagna e Portogallo come modello di riferimento per una crescita resiliente in uno scenario europeo ancora segnato da molteplici criticità.

I dati più recenti: Spagna e Portogallo corrono, la zona euro rallenta

L’analisi dei dati economici più recenti mostra un distacco significativo tra l’andamento iberico e quello medio dell’Eurozona. Nell’ultimo trimestre del 2025, secondo stime Eurostat, S pagna e Portogallo hanno registrato una crescita trimestrale dello 0,8%, più del doppio rispetto al modesto +0,3% della zona euro nello stesso intervallo.

  • PIL Spagna quarto trimestre 2025: +0,8% rispetto al trimestre precedente (miglior risultato nell’arco di un anno).
  • PIL Portogallo quarto trimestre 2025: +0,8%, stabile e sopra le attese di mercato (+0,5%).
  • PIL zona euro quarto trimestre 2025: +0,3%, indice di una crescita generale più debole e distribuita in modo disomogeneo.
Su base annua, la distanza si accentua. Nel 2025 la Spagna cresce del 2,8% contro l’1,5% medio dell’area euro. Il Portogallo, pur rallentando rispetto all’anno precedente, si attesta all’1,9%, comunque sopra la media. Simbolica anche la situazione dei principali paesi partner: la Germania si ferma a +0,4%, la Francia all’1,1%. Questo divario evidenzia una resilienza e una dinamicità che sembrano rafforzarsi nei paesi dell’Europa meridionale.

I dati certificano quindi una netta divergenza tra i Paesi iberici, in forte espansione, e le principali economie continentali, coinvolte da dinamiche di rallentamento e incertezza.

I motori della crescita spagnola: domanda interna, riforme e investimenti

L’esplosione della crescita spagnola poggia su una combinazione di fattori strutturali e politiche orientate al rilancio della domanda. In particolare, l’incremento dei consumi delle famiglie nel 2025 (+1,0% nel trimestre) ha avuto un impatto decisivo, sostenuto da una diminuzione dell’inflazione e da una rinnovata fiducia nella stabilità del quadro macroeconomico. Gli investimenti, cresciuti dell’1,7%, hanno coinvolto sia il settore immobiliare sia le aree innovative, spesso trainate dai fondi Next Generation EU e da investimenti diretti stranieri.

Le riforme del mercato del lavoro, avviate già dal 2022, si sono tradotte in una maggiore flessibilità contrattuale e in una consistente riduzione della disoccupazione (circa il 10,3% a fine 2025, il livello più basso dal 2008), con oltre 22 milioni di occupati. Tra i punti qualificanti:

  • Incremento del salario minimo interprofessionale (+61% dal 2018, arrivando a 1.184 euro netti per 14 mensilità).
  • Estensione della copertura degli ammortizzatori sociali.
  • Significativa diminuzione della quota di lavoro precario.
La diversificazione del modello produttivo rafforza la solidità del percorso: i settori delle energie alternative e della tecnologia affiancano turismo e costruzioni, consolidando la resilienza del PIL. Il risparmio sull’energia – garantito dall’“eccezione iberica” sui prezzi del gas e dalla produzione di rinnovabili – ha dato slancio ai consumi e agli investimenti privati. La Spagna è diventata una meta attrattiva per capitali e aziende tecnologiche internazionali, con piani di sviluppo nelle rinnovabili, nell’IA e nei data center, come dimostrano gli investimenti di Amazon Web Services e conglomerati cinesi.

Il contesto macroeconomico ne ha beneficiato: deficit e debito sono in diminuzione, l’affidabilità creditizia riconosciuta dalle principali agenzie di rating è in crescita e le finanze pubbliche si sono rafforzate, invertendo il trend negativo post-crisi.

Portogallo: commercio estero e gestione della domanda interna

A differenza della vicina spagnola, la differenziazione nella composizione della crescita portoghese si fonda su un importante miglioramento della bilancia commerciale. La riduzione delle importazioni, in particolare dei prodotti petroliferi, ha sostenuto il saldo commerciale positivo, offrendo slancio anche in presenza di una domanda interna meno vivace.

La strategia portoghese ha puntato sulla competitività esterna e sull’integrazione nei circuiti globali. Elementi come l’efficientamento dei porti, la digitalizzazione dei processi doganali e politiche favorevoli alle esportazioni hanno consentito un potenziamento della capacità di vendere sia prodotti tradizionali sia servizi innovativi. Il turismo, come in Spagna, ha avuto un ruolo di primo piano ma affiancato da un’ampia gamma di esportazioni agroalimentari, tecnologiche e di design.

La gestione della domanda interna si è basata su interventi mirati a sostenere i consumi e la fiducia delle famiglie, controllando al contempo le pressioni inflazionistiche. La spesa pubblica, in lieve crescita, è stata indirizzata verso infrastrutture, digitalizzazione e welfare selettivo, evitando eccessi che avrebbero potuto alimentare squilibri macroeconomici.

Un aspetto peculiare è il rapporto favorevole tra occupazione e crescita della produttività: il Portogallo si distingue per la capacità di mantenere un mercato del lavoro dinamico senza esasperare squilibri sociali o pressioni inflazionistiche, in un quadro di pieno rispetto delle regole Ue sui conti pubblici.

Mercato del lavoro: forte crescita dell’occupazione nell’Europa meridionale

L’area meridionale dell’Eurozona ha sperimentato un vero boom dell’occupazione dal 2023. Secondo dati comparativi, Spagna, Portogallo, Grecia e Italia hanno registrato cali consistenti dei tassi di disoccupazione (tra -0,8 e -2,6 punti percentuali) e una robusta creazione di posti di lavoro nel settore privato, soprattutto nei servizi, nel commercio e nelle costruzioni.

  • Il rafforzamento della domanda interna ha alimentato l’inserimento lavorativo, mentre la minore dipendenza dall’industria pesante rispetto al Nord Europa ha reso i Paesi del Sud meno esposti alla debolezza del settore manifatturiero.
  • Nel contesto spagnolo, anche l’immigrazione ha rappresentato un motore cruciale: dal 2022, si stima un afflusso di circa 600.000 migranti all’anno, la maggior parte in età lavorativa, contribuendo a colmare carenze di personale e a stimolare la crescita demografica e produttiva.
La convergenza del mercato del lavoro fra Sud e Nord Europa appare finalmente avviata, seppur ancora parziale. Mentre le economie settentrionali segnalano una stagnazione o un aumento della disoccupazione dovuto a fattori strutturali e all’automazione, nei Paesi mediterranei la coesistenza tra crescita occupazionale e aumenti di produttività profila uno scenario sostenibile anche nel medio periodo.
Pil 2025 Spagna: +2,8% Portogallo: +1,9% Eurozona: +1,5%
Tasso disoccupazione Spagna: 10,3% Portogallo: in calo Germania: oltre 3 milioni di disoccupati

L’impatto di turismo, immigrazione e innovazione sulla crescita iberica

Tre pilastri strategici distinguono il percorso di sviluppo recente di Spagna e Portogallo:

  • Il turismo rappresenta una risorsa trainante. Nel 2024, la Spagna ha superato i 90 milioni di visitatori, generando quasi 126 miliardi di euro di introiti. Questa tendenza, alimentata da una forte capacità ricettiva e da un’offerta diversificata, ha sostenuto in modo duraturo il settore terziario e l’occupazione. In Portogallo, pur con numeri minori, il turismo assume un ruolo analogo nella dinamica occupazionale e nei flussi finanziari.
  • Le politiche migratorie hanno favorito l’integrazione di nuova manodopera. In Spagna la percentuale degli immigrati regolari sulla forza lavoro ha raggiunto il 13%, contribuendo per il 20% all’espansione del PIL secondo la Banca di Spagna. Un approccio mirato ha permesso sia di rispondere all’invecchiamento della popolazione sia di coprire settori caratterizzati da carenza di personale.
  • L’innovazione tecnologica e la trasformazione digitale si sono inserite con decisione nel tessuto produttivo, soprattutto grazie agli investimenti facilitati dai programmi europei, alla nascita di startup innovative e alla realizzazione di grandi poli, come i data center finanziati da multinazionali. In Spagna, le politiche per sostenere la crescita delle startup, la digitalizzazione della pubblica amministrazione e gli incentivi all’industria 4.0 hanno favorito investimenti sia nazionali che esteri.
L’integrazione di questi fattori, insieme a una legislazione decisamente favorevole all’attrazione di capitali e talenti, ha creato un circolo virtuoso di crescita e competitività, rendendo l’area iberica un punto di riferimento per strategie di rilancio economico nell’intero continente.

Fattori di sostenibilità e rischi sociali: disuguaglianze, salari, povertà e prezzi delle abitazioni

La sostenibilità sociale ed economica della crescita iberica impone un’analisi attenta delle criticità emerse nel percorso recente. Va sottolineato come – al netto delle performance aggregate – l’incremento del PIL non si sia sempre tradotto in un miglioramento omogeneo delle condizioni di vita. Alcune problematiche persistono e vanno monitorate:

  • I salari reali in Spagna, pur essendo cresciuti, restano deboli rispetto a trent’anni fa (+3%), riflettendo un parziale scollamento tra andamento macroeconomico e capacità di spesa delle famiglie.
  • La disoccupazione giovanile mantiene livelli elevati, attorno al 24%, e rappresenta una delle principali vulnerabilità dell’intero sistema.
  • L'accesso alla casa è uno dei nodi più sentiti: a Madrid e Barcellona, i canoni di affitto hanno segnato aumenti fino all’80% in dieci anni e quasi il 40% del reddito è destinato all'abitazione. L'aumento dei prezzi interessa larghe fasce di popolazione, alimentando tensioni e rischi di esclusione sociale.
  • Nonostante la diminuzione delle persone a rischio povertà (ora 12,5 milioni in Spagna, il livello più basso dal 2014), permane una quota elevata di povertà severa (oltre quattro milioni di persone). Gli interventi di welfare, come lo “scudo sociale” post-pandemico, hanno contenuto gli effetti della crisi economica più recente, ma resta prioritario consolidare la tenuta sociale.
  • Nei grandi centri urbani si registrano differenze marcate tra territori e redditi, con persistenti squilibri socio-economici tra regione e regione.
In questa ottica, la sfida per la Spagna e il Portogallo consisterà nel rendere più inclusivi i benefici della crescita, rafforzando strumenti di redistribuzione e contenimento dei prezzi degli alloggi e promuovendo un mercato del lavoro più accessibile alle nuove generazioni.

Cosa può imparare il resto della UE dal modello iberico?

L’esperienza recente di Spagna e Portogallo nell’economia europea offre spunti preziosi per una ripresa sostenibile. I dati dimostrano che strategie fondate su riforme del mercato del lavoro, apertura agli investimenti e gestione attiva delle componenti sociali possono produrre risultati significativi anche in contesti spesso percepiti come marginali nell’Eurozona.

L’approccio pragmatico delle autorità iberiche ha saputo unire attrazione di capitali, politiche migratorie selettive, promozione dell’innovazione e sostegno ai comparti trainanti come il turismo e la digitalizzazione. Tuttavia, i rischi relativi a disuguaglianze, qualità occupazionale e prezzi delle abitazioni impongono di non trascurare la dimensione sociale della crescita.

Le esperienze di Madrid e Lisbona suggeriscono quindi la direzione verso la quale l'Unione europea potrebbe orientare le proprie politiche, valorizzando competitività, sostenibilità e coesione sociale come elementi inscindibili di uno sviluppo articolato e duraturo. Un modello iberico che, pur tra luci e ombre, può ispirare l’intera area europea nel delineare un nuovo ciclo economico capace di coniugare dinamismo e inclusività.