Negli ultimi anni il concetto di lusso è cambiato per il ceto medio italiano: la perdita di potere d'acquisto ha reso beni e servizi quotidiani sempre più inaccessibili.
Negli ultimi anni, ciò che una volta era considerato accessibile per la maggior parte degli italiani ha assunto progressivamente la connotazione di privilegio. Dal carrello della spesa ai servizi di salute, passando per mobilità, abitazione e svaghi, la demarcazione fra ordinario e desiderabile è divenuta sempre più netta. Fenomeni originati da dinamiche economiche globali e locali, come inflazione e stagnazione dei salari, hanno modificato le abitudini di milioni di persone, inducendo la media dei cittadini italiani a riconsiderare cosa possa essere definito lusso. Oggi più che mai, fette consistenti della società, tradizionalmente tutelate da redditi stabili e collocati in segmenti intermedi della distribuzione, si trovano a dover rinunciare a beni e servizi prima scontati. Eppure il ceto medio italiano è la categoria più numerosa del Paese, la più istruita della storia e la più precaria degli ultimi cinquant'anni.
Classificata tradizionalmente come la spina dorsale economica e culturale del Paese, la classe media comprende oggi circa sei famiglie italiane su dieci. Le loro entrate, in termini netti, vanno tra 1.100 e 2.500 euro al mese, con limiti più ampi se si considerano i valori lordi (16.500-44.000 euro annui). I membri di questo segmento presentano in media livelli di istruzione superiori rispetto al passato, con una forte presenza di diplomati e laureati, e ricoprono occupazioni in svariati settori, dall'amministrativo al tecnico, dal commercio ai servizi.
Tuttavia, negli ultimi vent'anni, il quadro retributivo del ceto medio si è trasformato radicalmente. Lo stipendio medio reale di un laureato, ad esempio, secondo il rapporto Almalaurea, oggi varia tipicamente da 1.319 euro (donne) a 1.539 euro netti al mese (uomini) a cinque anni dalla laurea, con punte attorno ai 2.000 euro per profili STEM o ruoli manageriali in aree industriali. Professioni considerate solide, come i pianificatori di produzione o i manager di medio livello, oscillano tra i 1.800 e i 3.400 euro mensili lordi, ma dati costi fiscali e contributivi, anche queste figure rientrano spesso nella fatidica fascia media.
Le differenze regionali incidono fortemente: al Nord si concentrano retribuzioni più elevate e migliori possibilità di occupazione, anche grazie alla presenza di poli industriali e commerciali avanzati. Tuttavia, il sud e le aree interne, pur avendo costi della vita lievemente inferiori, dispongono di meno opportunità e salari medi inferiori.
Confrontando la situazione italiana con quella dei principali partner europei, emerge che negli ultimi trent'anni, mentre in Francia e Germania i salari sono aumentati del 30%, in Italia hanno perso valore. Le cause sono molteplici: stagnazione della produttività, pressione fiscale superiore alla media UE, contenuta crescita economica. Questa evoluzione sta indebolendo progressivamente la tenuta sociale del gruppo più numeroso e, per decenni, più stabile del Paese.
Il potere d'acquisto del ceto medio in Italia è sceso significativamente nell'ultimo decennio. L'analisi dei dati mostra che, tra il 2014 e il 2024, la spesa media mensile equivalente è aumentata da 2.543 a 2.935 euro, ma, paradossalmente, la quantità effettiva di beni e servizi acquistati si è ridotta del 5,6%. In altre parole, le famiglie spendono di più, ma ottengono meno.
Rispetto alla situazione di vent'anni fa, oggi si spende circa il 23% in più, ottenendo però il 15% in meno di beni o servizi. La pressione inflazionistica, fortemente alimentata dai rincari di energia, alimentari e materie prime, ha inciso sui segmenti più fragili del mercato del lavoro e sui cosiddetti lavoratori stabili. La ripercussione è tangibile soprattutto sulla fascia con redditi compresi tra 1.100 e 2.000 euro netti al mese.
Fra il 2008 e il 2022, secondo OCSE e ILO, il salario reale medio italiano è diminuito del 12%: una situazione opposta rispetto agli altri grandi Paesi industriali. La combinazione tra svalutazione salariale, crescita delle tariffe e aumenti fiscali ha portato al risultato che, nel 2025, il 16,1% delle famiglie del ceto medio ha dichiarato difficoltà nel far fronte alle spese mensili. Fenomeni una volta marginali, come il rinvio delle spese mediche, la rinuncia alle vacanze o la limitazione degli acquisti di carne di qualità, sono diventati comuni anche tra chi dispone di un salario superiore alla media nazionale. Le ragioni di questa contrazione sono molteplici:
Il fenomeno odierno vede alcuni beni e servizi che, fino a poco tempo fa, erano considerati parte del quotidiano, divenire inaccessibili o fortemente ridimensionati:
L'aspetto abitativo rappresenta la frattura più visibile, con affitti che nelle principali aree urbane, come Roma e Milano, assorbono fino al 70% del reddito netto di un lavoratore con stipendio medio.
La sfera del tempo libero e della formazione dei figli risente pesantemente della mutata situazione economica:
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...