Dopo il Prime Day, il destino dei prodotti restituiti svela un mondo poco noto: dal ricondizionamento alle donazioni, dalla distruzione al mercato dei resi.
Molti consumatori credono che gli articoli riconsegnati ad Amazon dopo la grande corsa agli sconti vengano semplicemente rimessi virtualmente sugli scaffali. Questa convinzione è spesso distante dalla realtà. La gestione dei resi segue invece percorsi molto precisi e articolati, profondamente influenzati dalle pratiche commerciali del colosso e dalle normative in vigore.
Nelle settimane successive all'evento, la logistica viene messa a dura prova da un afflusso eccezionale di indietro consegne: il volume dei resi può raggiungere fino al 40% in più rispetto ai periodi regolari. Cosa succede allora ai prodotti restituiti? Solo una piccola parte torna a essere venduta come nuova. Molto più spesso i prodotti percorrono vie poco conosciute, che comprendono ricondizionamento, liquidazione, talvolta distruzione o, in misura crescente negli ultimi anni, anche la donazione.
L'euforia da sconto, la pressione dei countdown, la paura di perdere un'offerta: queste dinamiche rendono il Prime Day un evento che spinge molti utenti ad acquistare d'impulso. Non sorprende quindi che subito dopo la maratona di offerte si registri un'impennata di resi. I dati confermano che i ritorni salgono del 30-40% rispetto a un periodo ordinario.
Quali sono gli articoli che più spesso ripercorrono la strada inversa verso i magazzini? Le categorie più colpite sono le stesse che attirano maggiormente gli scontisti: dispositivi tecnologici, piccoli elettrodomestici, abbigliamento, calzature e gadget per la casa. Molti clienti restituiscono articoli per un semplice ripensamento, per incompatibilità o perché arrivati leggermente diversi dalle aspettative, spesso gonfiate dalla corsa alle offerte lampo.
Non mancano le rese di prodotti beauty aperti, accessori moda e oggetti per bambini, alimentando una filiera del reso che coinvolge tutto l'ecosistema dell'e-commerce. Il picco di resi comporta sfide logistiche e gestionali, aumentate dalla diversa natura dei prodotti: un capo indossato, un device aperto, una confezione mancante possono cambiare del tutto il destino dell'oggetto una volta restituito.
Quando un acquisto torna al mittente, Amazzonia si trova davanti a quattro opzioni principali per la sua gestione. Il percorso seguito dal prodotto dipende da molteplici fattori: tipologia dell'articolo, condizioni in cui rientra, domanda di mercato, costi logistici ed eventuali vincoli normativi. Nel dettaglio, le vie possibili sono:
Quando un oggetto restituito si presenta in condizione impeccabile o quasi, può essere avviato nel canale del ricondizionamento. Questa procedura prevede processi accurati di controllo qualità, sostituzione di imballaggi e accessori mancanti, verifica delle funzionalità (soprattutto per l'elettronica).
I prodotti che superano questi step vengono quindi messi in vendita sotto le etichette usato, ottime condizioni, come nuovo o buone condizioni e proposti nell'area Warehouse. Sconti tra il 20% e il 50% rispetto al listino di un articolo nuovo rappresentano il vantaggio tangibile per il consumatore che sceglie questa opzione. Per trasparenza, Amazzonia indica sempre eventuali difetti minori o assenza di accessori nella scheda prodotto.
Questa strada è preferita per dispositivi elettronici, piccoli elettrodomestici, giochi, accessori moda, articoli per la casa e fitness, ma anche per prodotti business-to-business come stampanti e cancelleria. Il flusso di resi ricondizionabili aumenta notevolmente dopo grandi eventi come il Prime Day, alimentando uno stock temporaneo molto ampio su Warehouse.
Non tutti i prodotti restituiti sono idonei al ricondizionamento o adatti al riposizionamento diretto. Un volume significativo finisce per alimentare il mercato della liquidazione all'ingrosso, gestito da operatori specializzati che acquistano interi lotti a prezzi ribassati. Questi pallet di resi, composti da un mix di categorie (elettronica, vestiti, gadget, casalinghi, giochi), vengono acquistati da privati, negozianti e imprenditori digitali con un investimento iniziale ridotto, spesso tra 200 e 500 euro a blocco.
Il fenomeno dei liquidatori ha conosciuto una crescita esponenziale negli ultimi anni, spinto da video social che trasformano l'apertura dei pallet in un vero spettacolo a metà fra la lotteria e la scoperta. I nuovi rivenditori riportano sul mercato questi articoli, spesso con piccoli interventi di pulizia o riparazione, riaprendo una seconda filiera parallela a quella ufficiale di Amazon.
Non tutti i prodotti ricevuti tramite reso hanno una seconda possibilità: la distruzione resta una realtà, soprattutto per motivi di sicurezza, igiene o convenienza economica. Articoli elettronici con dati non cancellati, beni personali, prodotti deperibili, accessori beauty aperti e oggetti personalizzati sono tra le tipologie che più rischiano l'eliminazione.
Negli ultimi anni, però, la normativa europea si è espressa contro la distruzione indiscriminata dei prodotti invenduti e dei resi ancora funzionanti: basti citare la direttiva UE 2018/851 che spinge gli operatori a privilegiare la donazione rispetto allo smaltimento. In Francia e UK, inchieste giornalistiche hanno portato anche a regolamenti nazionali ancora più severi. Tuttavia, l'applicazione resta complessa e spesso solo parziale.
La quarta destinazione possibile per un reso è oggi la donazione.
In risposta a pressioni normative e di opinione pubblica, Amazon ha rafforzato i programmi di charity, collaborando con enti e organizzazioni no profit che ritirano e ridistribuiscono oggetti rientrati ma ancora idonei all'uso. Questa pratica, in espansione soprattutto negli ultimi due anni, aiuta a ridurre lo spreco e offre una soluzione etica rispetto allo smaltimento. Sono sempre di più le aziende che scelgono di integrare la donazione nei propri processi di gestione dei resi, anche in vista di nuovi obblighi che la normativa europea intende rendere ancora più stringenti nel prossimo futuro.
L'impennata di resi post-Prime Day ha anche un risvolto ambientale importante. Ogni restituzione comporta nuovi viaggi, consumo di materiali per la re-imballaggio e, nei casi peggiori, lo smaltimento in discarica di prodotti perfettamente funzionanti. Secondo i dati delle indagini effettuate negli ultimi anni, milioni di oggetti vengono smaltiti annualmente, contribuendo alle emissioni di CO2 e generando rifiuti elettronici e plastici difficili da riciclare.
In risposta, l'Unione Europea è intervenuta con regolamenti che spingono a limitare la distruzione delle giacenze e dei prodotti restituiti. La direttiva UE 2018/851, integrata da norme più severe in diversi Paesi europei, stabilisce gerarchie di gestione dei rifiuti che vedono la preparazione per il riutilizzo e la donazione preferite rispetto allo smaltimento. L'applicazione di queste norme è però ancora disomogenea tra i vari mercati nazionali, lasciando margini di discrezionalità ai grandi player dell'e-commerce. Incentivare la trasparenza e la tracciabilità lungo tutte le fasi del ciclo di vita di un prodotto è un obiettivo ancora in via di sviluppo.
Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...