Spesso non basta più ormai avere un lavoro per mantenersi in modo stabile e abbiente e avere una casa, di proprietà o in affitto: la situazione attuale di tanti italiani.
Avere un lavoro stabile, in Italia, non è più una garanzia sufficiente per trovare un tetto sopra la testa. È il paradosso che emerge da una serie di storie raccolte tra l'autunno 2025 e l'inizio del 2026, da Bolzano a Firenze passando per Trento: lavoratori con contratto a tempo indeterminato, stipendi regolari e professioni essenziali (poste, logistica, scuola) che si trovano costretti a dormire in auto, pedalare per decine di minuti ogni notte o rinunciare a un impiego pur di non sprofondare economicamente. Il problema ha un nome preciso: emergenza abitativa legata al lavoro, un fenomeno che sta ridisegnando la geografia sociale delle città italiane, comprese quelle considerate più ricche e con tassi di occupazione elevati.
Il primo caso arriva dall'Alto Adige, nel novembre 2025, ed è emblematico perché riguarda un settore pubblico tradizionalmente sinonimo di sicurezza lavorativa, eppure continuano ad esserci tanti italiani in difficoltà. Un uomo, dopo aver vinto un concorso alle Poste, ha iniziato la sua nuova occupazione con entusiasmo. Il problema è arrivato quasi subito: il costo degli alloggi nella regione, tra i più alti d'Italia per via della pressione turistica e della scarsità di immobili in affitto a lungo termine, lo ha costretto a dormire in macchina e a rivolgersi ai servizi di prima accoglienza della Caritas.
«Ho un contratto a tempo indeterminato, ma non posso permettermi un tetto sopra la testa», ha raccontato l'uomo, sintetizzando in una frase la contraddizione di fondo: un impiego stabile che non riesce comunque a garantire l'accesso a un diritto fondamentale come la casa.
Secondo quanto riferito dalla stessa Caritas, il suo non è affatto un caso isolato. Nell'ultimo anno, l'area dedicata alle persone senza dimora dell'associazione ha accolto circa mille persone tra Bolzano, Merano, Bressanone e Brunico, un numero che testimonia quanto il fenomeno del lavoro povero e dell'emergenza abitativa si sia radicato anche in territori con un'economia solida e bassi tassi di disoccupazione.
Il secondo caso, datato dicembre 2025, arriva da Trento e racconta la storia di Hassan (nome di fantasia), trentenne che da due anni lavora in un magazzino di Lavis con un contratto a tempo indeterminato. Il suo stipendio è di poco superiore ai 1.200 euro al mese, una cifra che nella maggior parte delle regioni italiane dovrebbe consentire, se non un affitto in autonomia, quantomeno una sistemazione dignitosa in condivisione.
La realtà per Hassan è diversa. Ogni notte percorre in bicicletta elettrica il tragitto tra il dormitorio in cui vive e il magazzino dove lavora, un percorso che richiede circa 35 minuti di pedalata, spesso al freddo e al buio, perché non è riuscito a trovare un affitto sostenibile. Le agenzie immobiliari e i privati contattati gli hanno rifiutato la richiesta o gli hanno chiesto pagamenti anticipati (caparre elevate, mensilità multiple in anticipo) che non è in grado di sostenere con il suo reddito.
Il risultato è che Hassan vive tuttora in una struttura di accoglienza, nonostante il lavoro stabile e la continuità occupazionale. Il suo caso mostra come, oltre al costo degli affitti, esista un secondo ostacolo altrettanto rilevante: le barriere di accesso al mercato immobiliare, fatte di richieste economiche anticipate che escludono di fatto chi percepisce stipendi bassi o medio bassi, indipendentemente dalla stabilità del contratto.
Il terzo caso porta a Firenze, nel 2026, e riguarda il mondo della scuola. Una docente di sostegno di 41 anni, arrivata dalla Basilicata per intraprendere l'anno di prova necessario all'immissione in ruolo, ha rischiato concretamente di abbandonare l'incarico per l'impossibilità di trovare una sistemazione abitativa accessibile.
Il nodo economico è chiaro: il suo affitto supera i 1.000 euro al mese, una cifra che da sola "sommerge" lo stipendio da insegnante, che in Italia parte da circa 1.350 1.450 euro netti a inizio carriera. Fatto il calcolo, gran parte dello stipendio finisce assorbito dal solo costo dell'abitazione, lasciando margini ridottissimi per le altre spese quotidiane.
Questo caso è particolarmente rappresentativo perché tocca un tema strutturale della scuola italiana: la mobilità obbligata dei docenti, spesso costretti a trasferirsi in città lontane dalla propria regione di origine per ottenere una cattedra, senza però che gli stipendi siano adeguati al costo della vita delle città più care, come Firenze, Milano o Bologna. Il rischio concreto è che insegnanti qualificati rinuncino a incarichi importanti, come l'anno di prova, non per motivi professionali ma per pura insostenibilità economica.
L'ultima storia, sempre del 2026, riguarda un maestro di scuola elementare originario della Calabria che, dopo quindici anni trascorsi tra studio e insegnamento a Firenze, ha deciso di lasciare il capoluogo toscano per trasferirsi a Cosenza.
Per anni l'uomo aveva vissuto in una stanza in affitto condivisa con altri lavoratori, una soluzione abitativa comune tra chi si trasferisce per lavoro ma non riesce ad accedere a un appartamento autonomo. A 44 anni, però, quella sistemazione ha smesso di essere sostenibile, sia dal punto di vista fisico (la mancanza di spazi propri e di stabilità abitativa) sia da quello economico.
Per contestualizzare la portata del fenomeno, basti pensare che a Milano, città spesso presa come parametro di riferimento per il caro affitti in Italia, un insegnante spende oggi in media il 63% dello stipendio per un appartamento di appena 42 metri quadrati. Un dato che rende evidente come il problema non riguardi solo le grandi metropoli del Nord, ma si stia estendendo anche a città come Firenze, tradizionalmente percepite come più accessibili rispetto a Milano o Roma.
Le quattro storie raccontate, pur riferendosi a contesti geografici e professionali diversi, il pubblico impiego postale in Alto Adige, la logistica a Trento, la scuola a Firenze, condividono un elemento comune: la crescente distanza tra stipendi e costo degli affitti, anche per chi ha un impiego stabile e continuativo.
Il fenomeno, comunemente definito working poor abitativo, evidenzia alcuni fattori strutturali:
Tra le proposte più discusse a livello istituzionale ci sono l'introduzione di canoni calmierati per specifiche categorie professionali (personale sanitario, docenti, forze dell'ordine), l'ampliamento dell'edilizia residenziale pubblica e incentivi fiscali per i proprietari che scelgono di affittare a canone concordato. Restano, al momento, misure disomogenee sul territorio nazionale, mentre i casi raccontati continuano a moltiplicarsi da Nord a Sud.
Quello che emerge con chiarezza da queste quattro storie è che il problema della casa in Italia non riguarda più soltanto le persone senza lavoro o con contratti precari, ma coinvolge sempre più spesso lavoratori stabili e qualificati, mettendo in discussione uno dei presupposti fondamentali del welfare tradizionale: che un impiego a tempo indeterminato sia, da solo, garanzia sufficiente di una vita dignitosa.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...