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Italiani sempre più in difficoltà, ma l’economia segna record: i dati contrastanti di Coop e Istat e chi ha ragione

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di Dott. Luca Rossoni pubblicato il
Nuovo rapporto Coop

L’Istat celebra cinque record, ma il Rapporto Coop fotografa famiglie sotto pressione: occupazione, Pil, export e salari migliorano solo in parte, mentre prezzi e carrello erodono il potere d’acquisto.

Il Rapporto Coop 2026 descrive italiani sotto pressione: il 30% del campione si colloca sulla soglia del burnout, mentre il 56% dei lavoratori è insoddisfatto della retribuzione. Nello stesso quadro temporale, però, gli indicatori Istat sul mercato del lavoro mostrano un tasso di occupazione al 63,1%, oppure al 63,4% su base annua, e 24.363.000 occupati, il massimo dall’inizio delle serie storiche nel 2004. La contraddizione è solo apparente. Occupazione, salari, inflazione e benessere non misurano la stessa cosa, anche quando si riferiscono alla medesima economia.

I cinque segnali positivi dell’economia italiana

I dati disponibili consegnano cinque segnali favorevoli, presentati come record o miglioramenti. Il primo riguarda il mercato del lavoro: nel periodo considerato il tasso di occupazione ha raggiunto il 63,1%. La media annua del 2026 arriva invece al 63,4%. Sono due valori riferiti a intervalli temporali diversi, ma entrambi vengono indicati come i più elevati dall’avvio delle serie storiche, nel 2004.

Il numero complessivo degli occupati è il secondo indicatore. Nel 2026 le persone al lavoro sono 24.363.000, un massimo assoluto nella serie disponibile. La disoccupazione, terzo elemento, è scesa ai minimi indicati tra il 5,6% e il 5,9%, a seconda del mese osservato o dell’aggregazione temporale utilizzata.

Gli ultimi due segnali arrivano dall’economia reale. Nel secondo trimestre del 2026 le esportazioni di Sud e Isole sono cresciute del 6,5%; nello stesso anno le retribuzioni hanno segnato una variazione annua del 2,7%. Presi in questo modo, i numeri raccontano un Paese che crea occupazione, continua a vendere sui mercati esteri e vede aumentare gli stipendi nominali:

Indicatore Valore Periodo o riferimento
Tasso di occupazione 63,1% 2026, periodo considerato
Tasso di occupazione annuo 63,4% 2026, base annua
Occupati 24.363.000 2026
Disoccupazione 5,6%-5,9% 2026, periodo variabile
Export Sud e Isole +6,5% Secondo trimestre 2026
Retribuzioni +2,7% Variazione annua 2026

Un record occupazionale non racconta tutto il lavoro

Un tasso di occupazione elevato segnala che una quota più ampia della popolazione in età lavorativa ha un impiego. Il dato, preso da solo, non chiarisce quanto si guadagna né quante ore si lavorano. Non dice se i contratti siano stabili, se le mansioni corrispondano alle competenze possedute o se il lavoro lasci spazio alla vita fuori dall’ufficio o dall’azienda.

Il Rapporto Coop introduce proprio questo secondo punto di vista. Tra il 2019 e il 2025 gli italiani al lavoro sono aumentati di un milione; nello stesso periodo le ore lavorate sono cresciute in media di 35 all’anno. Più occupazione, dunque, ha coinciso con una maggiore intensità lavorativa.

Il 35% degli occupati parla di ritmi e carichi eccessivi. Il 32% denuncia invece possibilità di carriera scarse. E il 93% vorrebbe modificare almeno un aspetto del proprio lavoro. Sono percentuali che non cancellano il record occupazionale, ma ne precisano il significato: avere un impiego non equivale automaticamente a stare bene sul lavoro.

Nel 2026 la quota di lavoratori con più di 50 anni è arrivata al 42%, contro il 22% di dieci anni prima. L’invecchiamento della popolazione pesa su questo risultato, insieme alla permanenza più lunga nel mercato del lavoro. Perciò un numero record di occupati può accompagnarsi a una struttura demografica più anziana e a imprese che non trovano facilmente i profili di cui hanno bisogno.

Gli stipendi aumentano, il potere d’acquisto resta sotto pressione

Il +2,7% delle retribuzioni nel 2026 è una crescita nominale. Per capire se le famiglie dispongano davvero di più risorse bisogna confrontarla con i prezzi. Quando beni e servizi rincarano quasi quanto lo stipendio, il reddito disponibile reale cambia poco. Se l’aumento dei prezzi è più rapido, il potere d’acquisto si riduce.

Secondo il Rapporto Coop, in termini reali gli italiani guadagnano meno rispetto a circa vent’anni fa e meno della maggior parte degli altri europei. Nel confronto indicato, soltanto la Grecia si trova in una posizione peggiore. La distanza tra cifra in busta paga e capacità di spesa resta quindi decisiva.

L’inflazione cumulata ha modificato anche le abitudini quotidiane. Dal 2019 al 2025 i prezzi alimentari sono aumentati del 29,7%. La minore inflazione italiana rispetto all’area euro ha evitato una spesa aggiuntiva stimata in 22,6 miliardi di euro, ma non ha annullato ciò che le famiglie hanno già pagato in più.

Da qui nasce una percezione dei prezzi che può rimanere negativa anche quando l’inflazione rallenta. Rallentare significa che i prezzi crescono meno velocemente; non significa che tornino ai livelli precedenti. Per chi fa la spesa ogni settimana e deve pagare energia e servizi, il riferimento è il bilancio familiare concreto, non soltanto la variazione percentuale dell’ultimo anno.

Che cosa rileva il Rapporto Coop nella vita quotidiana

Il Rapporto Coop 2026 si basa su una rilevazione rappresentativa di 1.000 italiani tra 18 e 75 anni e su un secondo panel formato da 800 opinion leader e market maker. L’indagine riguarda percezioni, comportamenti e aspettative. Non prende il posto delle statistiche ufficiali sul lavoro o sul prodotto interno lordo: osserva il modo in cui i cambiamenti economici vengono percepiti e vissuti.

Per il 58% degli intervistati il tempo personale è una componente indispensabile del benessere. Il 37% afferma di vivere in affanno; tra gli occupati la quota sale al 45%. Al lavoro si aggiungono la gestione della casa e della famiglia, indicata dal 45%, e i ritmi frenetici della quotidianità, citati dal 29%.

La pressione economica si inserisce in una situazione già carica di preoccupazioni. Il 77% teme la situazione economica. Le guerre sono indicate dall’87% come fonte di inquietudine, mentre il 79% cita le tensioni geopolitiche. Quattro italiani su cinque percepiscono inoltre una società più violenta rispetto al passato.

La famiglia rimane il principale punto di riferimento per il 64% degli intervistati. Quando si parla di benessere, il 64% lo collega anzitutto alle capacità cognitive; seguono la salute psicologica, indicata dal 54%, e quella fisica, indicata dal 43%.

Le esportazioni del Mezzogiorno vanno interpretate con cautela

La crescita del 6,5% delle esportazioni di Sud e Isole nel secondo trimestre del 2026 è un segnale favorevole per la capacità produttiva delle regioni meridionali. Un trimestre, però, non basta a descrivere l’intero anno. La variazione può essere calcolata rispetto al trimestre precedente oppure rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, in base alla definizione utilizzata.

La cautela riguarda anche il commercio estero nazionale. Il Rapporto Coop segnala una buona performance delle imprese italiane sui mercati internazionali, ma attribuisce la debole crescita del Paese a problemi interni di produttività, capitale umano e demografia. Un’impresa può quindi esportare bene mentre la domanda interna resta fragile e i redditi delle famiglie crescono lentamente.

Il risultato, inoltre, non si distribuisce allo stesso modo tra territori, imprese e lavoratori. Dipende dai settori presenti, dal loro grado di esposizione internazionale e dalla capacità di trasformare le vendite in margini, investimenti e occupazione qualificata.

Istat e Rapporto Coop rispondono a domande diverse

Chi abbia ragione dipende dall’indicatore preso in esame. I dati Istat fotografano grandezze aggregate: occupati, disoccupazione, retribuzioni e scambi. Su questi fronti il 2026 presenta segnali incoraggianti: l’occupazione è al massimo storico, la disoccupazione raggiunge i minimi indicati, l’export di Sud e Isole cresce e i salari nominali aumentano.

Il Rapporto Coop guarda invece alla distribuzione dei benefici e alla qualità della vita percepita. Più occupati non garantiscono una retribuzione soddisfacente. Un aumento nominale dello stipendio non coincide necessariamente con un miglioramento reale. E una crescita delle esportazioni non porta in automatico più reddito a ogni famiglia.

È quindi possibile trovarsi in un mercato con più opportunità e dichiararsi comunque insoddisfatti, lavorare più ore e avere meno tempo libero. L’Italia può migliorare nei principali indicatori statistici senza aver ancora trasformato quei progressi in sicurezza economica diffusa.

Istat misura il movimento del sistema. Coop mostra come quel movimento arriva nelle case. Le due letture non si escludono: descrivono piani diversi della stessa realtà e, proprio per questo, vanno considerate insieme.




Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...