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Debiti in crescita ma molti italiani risparmiano soldi lo stesso: chi sono, come e quanto riescono secondo Unioncamere

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di Dott. Luca Rossoni pubblicato il

Gli ultimi dati di Unioncamere rivelano come è cambiata la capacità di risparmio degli italiani tra il 2019 e il 2024, evidenziando forti differenze territoriali, dinamiche socioeconomiche e prospettive.

Negli ultimi anni, l'inclinazione degli italiani a mettere da parte risorse ha continuato a distinguere le abitudini finanziarie delle famiglie nel contesto europeo. Stando ai dati elaborati dal Centro Studi Unioncamere 2026 e Tagliacarne, la propensione al risparmio ha subito una crescita considerevole nonostante le sfide poste dalla situazione economica e dalla pressione fiscale. L'indagine evidenzia come la quota di reddito disponibile riservata agli accantonamenti sia aumentata nel quinquennio, segnalando non solo la resilienza delle famiglie di fronte alle difficoltà, ma anche la capacità di adattamento di diverse fasce di popolazione, influenzate da innovazioni come il lavoro da remoto e dal variare delle condizioni territoriali.

Certamente, c'è anche un altro lato della medaglia: una parte della popolazione sempre più ampia ha problemi ad arrivare a fine mese e spesso fa ricorso a prestiti che aumentano il tasso di indebitamento di numerosi italani
I dati di Bankitalia e non solo parlano chiaro: i debiti delle famiglie italiane sono cresciuti in modo significativo, spinti soprattutto dall'aumento delle rate dei mutui a tasso variabile, colpiti dal rialzo dei tassi di interesse deciso dalla Banca Centrale Europea tra il 2022 e il 2023, e dall'esplosione del ricorso alle rateizzazioni per acquisti che un tempo venivano affrontati con liquidità propria. Dalla spesa alimentare agli elettrodomestici, dalla telefonia ai viaggi: pagare a rate è diventato per molti italiani non una scelta ma una necessità. A pesare ulteriormente è stata la perdita del potere d'acquisto reale dei salari, rimasti sostanzialmente fermi mentre i prezzi correvano

Smart working e altre dinamiche che influenzano il risparmio

L'ampia diffusione dello smart working ha inciso positivamente sulla capacità di accantonare risorse nelle aree dove il lavoro da remoto ha avuto maggiore presa. Secondo Unioncamere e Tagliacarne, nelle provincie con incidenza di smart working superiore alla media nazionale, nel 2024 i lavoratori hanno destinato al risparmio il 9,45% delle loro entrate, contro il 7,67% delle aree meno coinvolte. Questo fenomeno ha generato un vantaggio reale: ciascun lavoratore ha potuto mettere da parte mediamente 2.697 euro (contro 1.615 euro dove lo smart working è poco diffuso):

  • Riduzione dei costi di spostamento e pausa pranzo fuori casa
  • Maggiore autonomia nella gestione del tempo e della spesa familiare
  • Possibilità di mantenere un tenore di vita più controllato
Accanto allo smart working, anche altri fattori influenzano la propensione al risparmio: tra questi l'aumento della pressione fiscale (nel 2024 pari al 42,6% del PIL italiano), le componenti nascoste delle imposte quotidiane prelevate alla fonte o incluse nei consumi, e fattori demografici come la frequenza di nuclei familiari piccoli e la presenza di una popolazione più anziana.

Va sottolineato che in provincia rimane più alta la tendenza a risparmiare, anche per la minor esposizione agli aumenti dei prezzi tipici dei grandi centri urbani. Tuttavia, l'incremento dei prezzi ha limitato questa possibilità in alcune aree, specie nel Sud e nelle isole.

Lo smart working incide, ma non è l’unica spiegazione. Nei territori dove il lavoro da remoto è più diffuso, i lavoratori hanno accantonato il 9,45% delle entrate, contro il 7,67% nelle aree dove lo smart working pesa meno. In valore assoluto, la distanza è ancora più chiara: 2.697 euro a testa nei territori più “smart”, contro 1.615 euro dove il lavoro da remoto è meno presente.

Gli altri motivi indicati dall’analisi sono soprattutto due. Il primo è il livello di reddito: dove il reddito pro capite è più basso, soprattutto nel Mezzogiorno, la capacità di accantonare risorse resta inevitabilmente più limitata. Il secondo è l’aumento dei prezzi, che nel Sud ha pesato di più: a parità di condizioni, una spesa più alta riduce lo spazio per risparmiare. In pratica non tutti risparmiano di più perché sono diventati più prudenti o virtuosi; molti semplicemente hanno margini diversi, e chi parte da redditi più bassi viene schiacciato prima dall’inflazione.

C’è poi un elemento territoriale interessante: il risparmio non coincide solo con le grandi città. Il Centro Studi Tagliacarne sottolinea che la propensione al risparmio caratterizza anche la “provincia minore”: le prime dieci province per propensione al risparmio hanno una dimensione demografica media inferiore del 20% rispetto alle ultime dieci. In testa c’è Biella con il 14,37%, seguita da Asti e Vercelli; in fondo ci sono Crotone, Siracusa e Ragusa.

Le cause delle disparità regionali nel risparmio

Le ragioni degli squilibri nella capacità di risparmio tra le varie regioni italiane sono da ricercare in differenze strutturali del tessuto produttivo, nell'ampiezza delle opportunità lavorative e nei livelli di reddito pro-capite. Nel Meridione, il potere d'acquisto si scontra con una pressione dei prezzi più alta e redditi più bassi; ciò influisce negativamente sulla possibilità di accantonare risorse. Tra i fattori principali che spiegano queste disparità si possono annoverare:

  • Reddito pro-capite inferiore in ampie aree del Sud e delle isole
  • Incremento più sostenuto dei prezzi nei territori meridionali
  • Minore adozione del lavoro agile, con le sue ricadute positive sul bilancio familiare
  • Differenze nella struttura demografica: il Nord vede una maggiore incidenza di anziani e laureati, mentre nelle province meno virtuose il tasso di occupazione femminile tende ad essere più basso
Significativo anche il fatto che le prime 15 province per valore complessivo del risparmio rappresentino il 50% di tutte le somme accantonate a livello nazionale, una concentrazione territoriale che evidenzia come la geografia del risparmio non segua esattamente quella del reddito.

L'evoluzione del risparmio medio delle famiglie italiane

Analizzando gli ultimi dati del 2024, l'analisi di Unioncamere conferma un incremento della quota di reddito accantonata dalle famiglie italiane: dal 7,55% del 2019 si è passati all'8,28% nel 2024. Questo aumento, pari a +0,73 punti percentuali, rispecchia l'adattamento a una fase di forte incertezza e turbolenza globale. Le famiglie hanno affrontato nel periodo inflazione crescente, dinamiche occupazionali modificate e nuove abitudini di consumo. In particolare, si segnala come il risparmio si presenti territorialmente più concentrato rispetto al reddito, una tendenza che trova conferma nella maggiore quota di risorse accantonate nelle province di minore dimensione demografica rispetto a quelle più grandi.

Sul totale delle famiglie, la media nazionale di risparmio nel 2024 (8,28%) nasconde però profondi scarti tra le diverse aree. Si pensi che, in alcune province settentrionali, la propensione arriva a superare il 14%, mentre nel Sud la quota si ferma spesso sotto il 6%. Il seguente prospetto sintetizza la variazione della propensione al risparmio tra il 2019 e il 2024, divisa per macroaree:

Area geografica

2019

2024

Nord Italia

8,5%

9,73%

Nord Ovest

9,72%

10,46%

Centro Italia

7,5%

(~8%)

Sud Italia

5,67%

6,08%

Media nazionale

7,55%

8,28%

Queste cifre dimostrano l'ampliarsi della forbice tra Nord e Sud, una situazione che merita particolare attenzione da parte di istituzioni e policy maker chiamati a ridurre le disuguaglianze.

Differenze territoriali: Nord, Centro e Sud a confronto

La mappa del risparmio delle famiglie italiane mostra grandi divari fra le principali macroaree del Paese. Nel 2024, i territori settentrionali si attestano a livelli di accantonamento nettamente superiori rispetto a quelli meridionali. Nel Nord Italia, le famiglie riservano in media il 9,73% del reddito al risparmio, raggiungendo al Nord Ovest un massimo del 10,46%. Il Piemonte è la regione con la più alta tendenza a risparmiare (10,7%), mentre la Lombardia domina per volume assoluto delle somme accumulate.

All'opposto, nel Mezzogiorno il dato si ferma al 6,08%, con la Sicilia al 5,05%, la Sardegna al 5,29% e la Calabria al 5,91%. Questi valori, benché in leggero miglioramento rispetto al 2019, rimangono troppo bassi per consentire una solida formazione del cuscinetto finanziario familiare. Il Centro Italia si posiziona in una fascia intermedia, sebbene nessuna provincia centrale sia presente tra le venti più virtuose. Le prime 21 province con la maggiore propensione sono tutte settentrionali: il primato del Nord è netto e si traduce anche in un maggiore impatto sulla capacità di affrontare imprevisti economici, investire o sostenere l'istruzione dei figli.

  • Avellino, con il 9,65%, è la prima provincia meridionale, ma si trova soltanto in 22a posizione a livello nazionale.
  • Nel Centro, la provincia meglio piazzata è Ancona (8,52%), 36a in classifica.
  • Le ultime sedici posizioni sono occupate da province del Sud.
Questa distribuzione sottolinea come le differenze territoriali siano ancora molto marcate e strutturali, legate non solo ai livelli di reddito, ma anche a dinamiche demografiche, dimensione dei nuclei familiari e presenza di reti di supporto.

Le capitali del risparmio e le province in maggiore difficoltà

Sul podio delle province più risparmiatrici nel 2024 ritroviamo Biella (14,37%), Asti (12,79%) e Vercelli (12,53%), tutte localizzate in Piemonte. Questi territori rivelano un mix di tradizione di parsimonia, presenza di nuclei familiari più piccoli e maggiore incidenza di laureati e popolazione anziana rispetto alla media nazionale. Anche la dimensione contenuta delle province sembra favorire la coesione sociale e il controllo delle spese. Nel gruppo di testa si segnalano inoltre province come Alessandria e Avellino, che dimostrano un forte spirito di risparmio nonostante un livello di reddito pro-capite inferiore alla media nazionale: dati che suggeriscono come la cultura locale giochi un ruolo rilevante negli accantonamenti.

All'estremo opposto, la situazione più critica si registra a Crotone (4,30%), Siracusa (4,37%) e Ragusa (4,51%). Queste province incontrano le maggiori difficoltà nel mettere da parte risorse, penalizzate da bassi livelli di crescita economica e da un sensibile incremento dei prezzi che riduce il potere d'acquisto. Le province con performance minori risultano spesso svantaggiate anche da una minore diffusione dello smart working e da un tessuto produttivo meno articolato.

A livello assoluto, la maggiore capacità di accumulo si registra a Milano, dove nel 2024 ogni abitante ha risparmiato 3.920 euro, oltre il doppio della media nazionale (1.918 euro) e quasi sei volte la media di Crotone (686 euro). Se Roma e Torino spiccano per volumi totali, tra i primi dieci posti spiccano soprattutto province di dimensioni medio-piccole, portando il Centro Studi Tagliacarne a ricordare che ancora oggi il risparmio è un fenomeno che caratterizza la provincia minore:

Provincia

Quota risparmio 2024

Biella

14,37%

Asti

12,79%

Vercelli

12,53%

Crotone

4,30%

Siracusa

4,37%

Ragusa

4,51%




Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...