Il demansionamento nel pubblico impiego, ridefinito dalla Cassazione n.9435/2026, presenta nuovi limiti, condizioni e tutele: rischi, regole attuali, differenze col settore privato e rimedi pratici per i lavoratori.
L’impatto di una modifica nelle mansioni può minacciare la carriera, la dignità e la progressione professionale dei dipendenti del settore pubblico. Nella Pubblica Amministrazione, il rischio di perdite di competenze o retrocessioni improprie è reale e può avere effetti rilevanti tanto sulla persona quanto sull’efficienza dei servizi resi ai cittadini.
L’aumento dei ricorsi relativi a inquadramenti e funzioni nell’ultimo biennio ha evidenziato un’urgenza: la necessità di regole chiare e tutele rafforzate per arginare pratiche scorrette ed evitare ripercussioni legali per gli enti pubblici. La recente ordinanza della Suprema Corte di Cassazione ha acceso i riflettori su nuovi vincoli e criteri di valutazione del demansionamento, ridefinendo i riferimenti giuridici su cui si basano i rapporti di lavoro nella PA.
Queste nuove regole non solo determinano l’orizzonte delle responsabilità dei dirigenti pubblici, ma introducono elementi di certezza e trasparenza tanto attesi nella gestione delle risorse umane. Oggi, la qualità della professionalità protetta, e non più solo la quantità di attività svolte, fissa un argine concreto alle assegnazioni illegittime di incarichi a minor valore.
Con la sentenza n. 9435/2026, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha stabilito nuove regole per la protezione della professionalità dei dipendenti statali.
Al centro delle argomentazioni, la Suprema Corte ha sottolineato il valore della qualità rispetto alla mera quantità delle mansioni effettivamente svolte. Ciò significa che non basta più, ai fini del rispetto delle tutele previste dall’art. 52 del D.Lgs. 165/2001, che le attività principali rimangano predominanti rispetto a quelle di minor livello: la presenza anche sporadica di mansioni non appartenenti al profilo professionale, purché non siano marginali o occasionali, può legittimare una violazione.
Gli effetti della pronuncia per la Pubblica Amministrazione sono molteplici:
L’architettura normativa italiana era storicamente incentrata sulla preservazione del profilo professionale dei dipendenti pubblici. Tale principio trova riferimento non solo nei codici e contratti collettivi, ma anche nella giurisprudenza più recente.
La sentenza 9435/2026 ha segnato uno spartiacque. Oggi la tutela della professionalità è considerata un bene giuridico di natura qualitativa, oltre che quantitativa. La giurisprudenza chiarisce che, anche quando le mansioni corrispondenti al profilo restano prevalenti, l’assegnazione di compiti inferiori non può essere tollerata se incide sulla qualità delle esperienze e delle competenze acquisite.
Le principali implicazioni applicative sono:
Esempi comuni di mansioni inferiori nel pubblico impiego includono:
Merita rilevare che l’esecuzione, anche sporadica, di mansioni non rilevanti per il percorso del dipendente può pregiudicare la valutazione della sua performance e delle competenze acquisite, generando profili di danno anche a livello reputazionale per l’ente.
La recente posizione della Cassazione, in particolare con l’ordinanza n. 9435/2026, richiede tre condizioni cumulativamente necessarie per giustificare l’attribuzione di compiti inferiori:
I giudici richiamano l’attenzione su due indicatori chiave: la marginalità e l’occasionalità nell’assegnazione di compiti di livello più basso. I parametri operativi indicano che:
| Marginalità | L’assegnazione è minima rispetto al monte ore complessivo e non influisce sulla crescita né sulla visibilità del lavoratore |
| Occasionalità | L’attività di livello inferiore si verifica solo in presenza di evento imprevisto, mai a cadenza ripetuta |
Nell’applicare la disciplina sulla flessibilità nell’assegnazione delle mansioni è centrale la valutazione della necessità oggettiva. Tra i principali casi ricorrenti:
La motivazione deve essere sempre esplicita e dettagliata, inserita negli atti formali di assegnazione e sottoposta a verifica sindacale e, se necessario, giudiziaria. La recente prassi evidenzia come possano annidarsi abusi soprattutto nei casi in cui si utilizzino motivi “di comodo” per destinare personale specializzato a incarichi di routine.
Le segnalazioni dei lavoratori e i contenziosi nascono spesso da abitudini scorrette o sottovalutazioni da parte delle amministrazioni:
Chi si trovi a svolgere mansioni inferiori rispetto al profilo ricoperto può avvalersi di specifici strumenti di tutela:
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...