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Draghi, l'Ue divisa e senza industria, minacciata dagli Usa. E il ritorno dell'ex premier in Europa si avvicina

di Marcello Tansini pubblicato il
discoros draghi su Ue oggi in belgio

Tra minacce esterne, divisioni interne e sfide industriali, l’Europa affronta una fase cruciale: dal confronto con Usa e Cina, alla crisi della sua industria fino alle sfide di sicurezza, con Draghi protagonista di possibili riforme.

L’Unione Europea si trova in una fase di profonda trasformazione, costretta ad affrontare una molteplicità di sfide senza precedenti. 

Nel discorso di Mario Draghi, di oggi lunedì 2 febbaio 2026, durante il ricevimento della laurea honoris causae, l'ex premier italiano ha ribadito ancora una volta una serie di punti fondamentali:

- la divisione dell'Ue
- la deindustrializzazione
- la minaccia Usa e internazionale

All’interno di questa cornice, il rischio di una divisione strutturale tra le economie e le società europee si intreccia con quello di un declino industriale causato da scelte strategiche insufficienti e da una persistente dipendenza tecnologica ed energetica. L’interrogativo centrale rimane come l’Unione sarà in grado di rispondere a simili sfide, mantenendo viva la propria identità e gli ideali su cui si fonda.

Divisioni interne e limiti dell’architettura decisionale europea

L’Unione Europea si dibatte tra una crescente consapevolezza dei rischi esterni e le persistenti difficoltà nel trasformare tale consapevolezza in azioni efficaci e coese. Le divergenze tra gli Stati membri si riflettono nell’architettura istituzionale della Ue, ancora vincolata da procedure che richiedono spesso l’unanimità e da una distribuzione di competenze che privilegia gli Stati nazionali rispetto agli organi centrali.

Le trattative sugli strumenti di debito comuni, come gli eurobond per il finanziamento della difesa e il sostegno all’Ucraina, hanno messo a nudo la fragilità del sistema intergovernativo: compromessi a ribasso e frequenti veti nazionali rallentano la capacità dell’Unione di rispondere a crisi sempre più complesse. La diversità degli interessi emerge con forza nella distinzione tra paesi orientali—che insistono sulle garanzie di sicurezza—e quelli occidentali, più attenti a temi di competitività economica.

Nonostante il Parlamento europeo abbia approvato risoluzioni a sostegno di una riforma dei trattati—che porterebbe verso un modello federale con decisioni a maggioranza su questioni strategiche—la strada verso una governance veramente efficiente appare ancora lunga. L’esperienza richiesta per agire come federazione viene spesso invocata, ma raramente praticata nelle scelte politiche concrete. In questa situazione, l’Unione rischia di essere percepita come meno affidabile, riducendo il proprio peso negoziale e la sua capacità di difendere i cittadini dagli shock sistemici globali.

L’Unione Europea di fronte alle derive protezionistiche e alle guerre commerciali

Negli ultimi anni, la deriva verso il protezionismo e la moltiplicarsi delle guerre commerciali hanno costretto l’Unione Europea a una difficile rimodulazione delle proprie politiche economiche e industriali. L’azione unilaterale degli Stati Uniti, con la richiesta di aumentare i dazi su numerosi prodotti europei fino al 15%, ha scatenato misure di ritorsione da parte dell’Eurocamera, come la sospensione temporanea dell’accordo commerciale euro-americano e la minaccia di ricorrere allo ‘Strumento Anti-Coercizione’.

L’Ue si trova così al centro di una crescente tensione transatlantica, dove la minaccia di frammentazione e subalternità non è più solo ipotetica ma è percepita da leader come Mario Draghi come concreta e attuale. La specializzazione industriale del blocco europeo e la sua apertura commerciale rendono il vecchio continente particolarmente vulnerabile all’escalation delle barriere tariffarie e alle strategie mirate di Washington e Pechino per ridefinire le catene del valore globali.

In questo contesto, l’Unione Europea ha mostrato capacità di risposta rapida in situazioni di crisi, ma manca ancora l’efficacia nel trasformare questa coesione in azioni strategiche di lungo periodo. Il dibattito istituzionale interno resta diviso tra chi vede la priorità nell’indipendenza economica e chi, soprattutto tra gli Stati membri dell’Est, ritiene essenziale rafforzare la sicurezza militare. Queste tensioni si riflettono nelle trattative su bilancio e politiche industriali comuni, rendendo difficile imprimere una svolta decisa alle relazioni internazionali della Ue e alla difesa dei suoi interessi.

Ritardi e fragilità dell’industria europea: il rischio deindustrializzazione

La fragilità strutturale dell’apparato produttivo europeo risulta sempre più evidente di fronte all’incapacità di attivare politiche industriali finalmente all’altezza della sfida globale. Nel confronto con Stati Uniti e Cina, che mobilitano risorse finanziarie e tecnologie avanzate, l’industria europea appare penalizzata dalla frammentazione dei supporti statali e da vincoli normativi che limitano l’innovazione.

Le tendenze recenti hanno visto le grandi aziende del continente scegliere di investire all’estero, attratte dai sistemi di incentivi fiscali, agevolazioni e reti di sostegno americane, lasciando indietro un continente impantanato tra rigidità burocratiche e strategie d’intervento insufficienti. I casi di delega delle decisioni strategiche a singoli Stati membri, piuttosto che a un’entità unitaria, hanno amplificato le disparità sia nei finanziamenti sia nella qualità delle risposte settoriali.

La compresenza di norme rigide sulla concorrenza, che impediscono vere economie di scala, e la mancata attuazione di proposte di riforma avanzate nei rapporti Draghi e Letta espongono la Ue al rischio di una progressiva marginalizzazione. Malgrado il riconoscimento dell’importanza di rafforzare la produzione nei settori strategici—come la difesa, le tecnologie digitali, le batterie e i veicoli elettrici—l’Europa fatica a superare la dipendenza dalle importazioni e dalle tecnologie extra-Ue. La mancata integrazione del mercato unico industriale e la diversa capacità di spesa degli Stati membri ostacolano la costruzione di una filiera produttiva realmente competitiva.

Il ruolo di Draghi e delle riforme: competitività, federalismo e il vertice UE-Febbraio 2026

L’imminente vertice UE di febbraio rappresenta un momento decisivo per il rilancio del progetto europeo, segnando il ritorno sulla scena di figure di riferimento come Mario Draghi. L’ex premier italiano ha recentemente ammonito sui rischi di una Europa divisa, subordinata e deindustrializzata, ribadendo come solo l’azione coordinata e la riforma delle istituzioni possano preservare i valori ed il benessere continentale.

Tra le priorità evidenziate nei rapporti Draghi e Letta e nelle agende dei principali leader europei si contano:

  • la riforma della governance fiscale ed economica, per una maggiore autonomia finanziaria della Ue
  • l’integrazione del mercato unico industriale e tecnologico
  • l’accelerazione delle decisioni strategiche in materia di difesa, attraverso una maggiore centralizzazione dei poteri decisionali
  • la promozione del federalismo pragmatico come chiave per superare le divisioni e le rivalità storiche tra i Paesi membri
Il ritorno di Draghi in Europa non deve essere inteso solo come un rilancio personale, ma come la spinta per un salto di qualità nell’azione pubblica continentale. La presenza di expertise riconosciute e la convergenza tra le principali forze politiche e intellettuali su una tabella di marcia per la competitività europea rappresentano un’opportunità che potrebbe aprire la strada ad una stagione di riforme davvero incisive.