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Nike licenzia quasi 800 dipendenti: i motivi e se rientrano anche lavoratori italiani

di Marcello Tansini pubblicato il
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Il recente licenziamento di quasi 800 dipendenti da parte di Nike riflette scelte aziendali legate al contesto internazionale, con ripercussioni sulle procedure di tutela e sugli equilibri tra mercati e produzione globale.

Negli ultimi giorni Nike è stata al centro dell'attenzione mediatica a seguito dell'annuncio di una significativa riduzione della forza lavoro a livello globale. Quasi 800 collaboratori saranno coinvolti da questa ondata di tagli. I motivi di questa scelta, le aree geografiche coinvolte e la portata del fenomeno richiedono un esame approfondito che tenga conto sia delle dinamiche del mercato internazionale, sia della situazione del settore manifatturiero nell’era post-pandemica. Il tema dei licenziamenti, le strategie della produzione nel sud-est asiatico e le conseguenze per i lavoratori italiani rappresentano oggi un nodo sensibile per la filiera della scarpa sportiva più nota al mondo.

Le cause dei licenziamenti in Nike: contesto globale e motivazioni aziendali

Decidere di tagliare centinaia di posti di lavoro in un colosso come Nike non è mai una decisione improvvisata o unilaterale. L’azienda ha motivato i licenziamenti citando una serie di fattori: da una parte la necessità di contenere i costi in un periodo segnato da incertezze macro-economiche e da una crescente pressione sulla marginalità; dall’altra la volontà di orientare gli investimenti verso nuovi mercati, innovazione tecnologica e sviluppo di prodotti in linea con l’evoluzione delle preferenze dei consumatori.

Nel dettaglio, l’aumento dei costi di produzione, le tensioni commerciali globali (soprattutto tra USA e Cina) e la necessità di riconfigurare le catene di distribuzione hanno spinto le multinazionali dell’abbigliamento sportivo a rivedere i modelli tradizionali di produzione e distribuzione. Sull’onda dell’accelerazione digitale e del peso crescente dei nuovi canali di vendita (e-commerce, direct-to-consumer), Nike ha scelto di razionalizzare alcune aree aziendali considerate meno strategiche per il futuro.

Il cambiamento degli equilibri produttivi globali, con il Vietnam che ha superato la Cina come principale polo manifatturiero di scarpe sportive, ha giocato un ruolo non secondario. Il raccorciamento delle catene del valore e l’automazione di numerosi processi interni sono visti dalla dirigenza come strade obbligate per mantenere competitività e attrattività per gli investitori. I tagli al personale sono quindi esito di un processo più ampio di ristrutturazione aziendale finalizzato a rispondere a sfide esterne e interne: da una domanda diversificata e volatile a una crescente esigenza di sostenibilità e resilienza operativa.

L'impatto sui dipendenti: chi è coinvolto e quali sono le procedure di licenziamento

Gli esuberi annunciati da Nike interesseranno figure professionali diverse distribuite nelle sedi globali e in alcune filiali regionali. Gli organici coinvolti includono soprattutto ruoli nei comparti amministrativo, marketing, supply chain e alcuni settori della produzione, a conferma di una strategia che mira non solo a tagliare i costi ma anche a rimodulare le funzioni interne in base alle priorità aziendali.

Per il personale colpito, la procedura di licenziamento segue prassi differenti a seconda della legislazione locale. A livello internazionale, Nike privilegia la predisposizione di pacchetti di sostegno che prevendono:

  • indennità economiche di uscita,
  • supporto alla ricollocazione (outplacement e formazione per il reinserimento lavorativo),
  • assistenza psicologica e orientamento professionale,
  • tutele specifiche per le fasce di lavoratori protetti in alcune giurisdizioni.
L’impatto emotivo e pratico sui lavoratori è accentuato dal fatto che molti di loro si ritrovano a dover affrontare un cambiamento drastico in un contesto di mercato del lavoro non sempre dinamico. Per i dipendenti dei paesi europei, compresa l’Italia, il dialogo tra aziende, rappresentanze sindacali e istituzioni pubbliche rappresenta una fase importante per garantire trasparenza, accompagnamento e rispetto dei diritti.

È importante sottolineare che la riorganizzazione in atto non riguarda direttamente la chiusura di stabilimenti produttivi italiani, ma esiste una crescente preoccupazione tra i lavoratori italiani della supply chain Nike per possibili effetti indiretti a medio termine.

Le procedure di licenziamento: normativa italiana e internazionale a confronto

Nell’ambito della gestione degli esuberi, l’ordinamento italiano offre un quadro normativo particolarmente strutturato, pensato per bilanciare le esigenze delle imprese e la tutela dei lavoratori. In caso di licenziamento per ragioni economico-organizzative, le aziende devono rispettare una serie di passaggi obbligati:

  • comunicazione scritta e motivata,
  • rispetto dei tempi di preavviso previsti dal CCNL,
  • eventuale attivazione di procedure di conciliazione presso l’Ispettorato del Lavoro (per aziende sopra i 15 dipendenti),
  • pagamento delle indennità sostitutive e trattamento di fine rapporto,
  • contributo per la NASpI (indennità di disoccupazione).
Se il licenziamento viene impugnato dal lavoratore e dichiarato illegittimo, la normativa italiana prevede la possibilità di reintegro o indennizzi economici commisurati all’anzianità e alle dimensioni aziendali (rif. Jobs Act – D.Lgs. 23/2015). Una particolare attenzione è riservata ai motivi del licenziamento, che devono essere sempre espliciti, documentabili e non discriminatori.

A livello internazionale le normative variano sensibilmente. Nelle sedi produttive asiatiche, i diritti dei lavoratori e le garanzie in tema di licenziamento dipendenti sono meno stringenti, anche se alcuni paesi come il Vietnam stanno adottando nuovi standard dovuti ai recenti accordi commerciali e pressioni multilaterali. Negli Stati Uniti, il principio “at will” permette una maggiore flessibilità, ma anche minori protezioni per i lavoratori. Nei paesi UE, la tendenza è verso una forte concertazione sindacale e responsabilità sociale dell’impresa nei processi di riorganizzazione.

Il ruolo dei mercati internazionali e dei cambiamenti nella produzione Nike

L’internazionalizzazione della manifattura sta ridefinendo profondamente la strategia di Nike. L’azienda opera in un contesto in cui le guerre commerciali, i nuovi dazi e il reshoring di alcune attività inizia a incidere significativamente sulla geografia delle produzioni. L’accordo commerciale tra Stati Uniti e Vietnam, che ha introdotto dazi agevolati per i beni prodotti in Vietnam, ha rafforzato la posizione asiatica nell’ecosistema Nike, spostando ulteriormente la bilancia produttiva dal tradizionale asse USA-Cina.

Le nuove tensioni geopolitiche spingono Nike e altri colossi internazionali ad adottare il cosiddetto approccio "Cina + 1", che prevede la diversificazione delle filiere produttive attraverso investimenti nei paesi limitrofi a Pechino, tra cui proprio il Vietnam. Grazie a manodopera giovane, politiche industriali favorevoli e una posizione logistica strategica, il Vietnam rappresenta un'opzione sempre più interessante, anche grazie agli accordi di libero scambio e ai ridotti costi di esportazione.

Nell’ambito di questa riconfigurazione, le economie più avanzate devono fare i conti con le conseguenze occupazionali dei processi di esternalizzazione, la pressione concorrenziale dei nuovi attori globali e la necessità di investire in innovazione per salvaguardare le filiere nazionali ad alto valore aggiunto. Questa dinamica globale si riflette sia nelle scelte di prodotto di Nike, con una sempre maggiore attenzione a tecnologia, design e sostenibilità, sia nella composizione della forza lavoro e nelle competenze richieste.

Nike e il Vietnam: strategie di produzione e innovazione nella supply chain

Il Vietnam si sta affermando come il baricentro operativo della supply chain Nike. Nel giro di pochi anni è diventato il maggiore esportatore mondiale di sneaker, superando la Cina grazie a una combinazione di fattori: confini marittimi estesi, collegamenti logistici efficienti e, soprattutto, una forza lavoro altamente competitiva in termini di costi e formazione.

L’emergenza pandemica ha accelerato i mutamenti già in corso. L’adozione di tecnologie digitali, dalla produzione su misura alla logistica intelligente, ha favorito sia una risposta tempestiva alle crisi globali sia una maggiore efficienza nella gestione delle scorte e nella personalizzazione del prodotto. Nike sta anche investendo in innovazione green, con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale lungo tutta la filiera e anticipare le richieste di consumatori e mercati più attenti ai temi della sostenibilità.

I dati sulle esportazioni vietnamite testimoniano il successo di questa strategia: un aumento record negli ultimi anni, con la crescita più alta dell’ultimo decennio nel 2022. Questo spostamento produttivo ha implicazioni sia economiche sia sociali, ridefinendo le gerarchie mondiali nell’industria delle calzature e creando nuove opportunità ma anche nuove sfide per i lavoratori dei paesi storicamente coinvolti nella produzione Nike.

Le conseguenze per i lavoratori italiani e le tutele previste

Sebbene l’ondata di esuberi decisa da Nike non abbia riguardato in modo diretto la forza lavoro impiegata negli stabilimenti italiani, esistono effetti indiretti che rischiano di ripercuotersi sull’indotto nazionale. L’Italia rappresenta per Nike un nodo strategico soprattutto in ambito commerciale, design e marketing, ma la pressione di delocalizzazione mette in discussione la tenuta occupazionale di alcuni segmenti della filiera (logistica, distribuzione, servizi correlati).

Il quadro normativo nazionale garantisce agli eventuali lavoratori coinvolti in processi di riorganizzazione un sistema di tutele strutturate. Tra gli strumenti previsti ci sono:

  • cassa integrazione straordinaria per riorganizzazione aziendale,
  • accesso alla NASpI (indennità mensile di disoccupazione),
  • misura di supporto per la formazione e la ricollocazione (assegni di ricollocazione, programmi regionali),
  • stimoli alle politiche attive per l’impiego con la partecipazione delle istituzioni e delle parti sociali.
Inoltre, la legislazione italiana pone particolare attenzione alle misure di sostegno per i lavoratori delle filiere in transizione, favorendo l’aggiornamento delle competenze e il reinserimento in settori affini o emergenti. Il confronto tra le tutele italiane e quelle previste nei contesti produttivi asiatici evidenzia uno scarto significativo in termini di diritti, sicurezza e opportunità di reinserimento professionale.