Federico De Stavola racconta la sua esperienza da rider a Città del Messico, esplorando il futuro del lavoro tra algoritmi, nuovi modelli di gestione, precarietà e trasformazioni sociali nell'economia.
Il racconto di uno studioso italiano, la cui sintesi è stata riportata su Wired, che ha vissuto in prima persona il cambiamento, lavorando sulle strade di Città del Messico, offre una testimonianza concreta sull'evoluzione delle dinamiche del lavoro contemporaneo. Non si tratta solo di tecnologia, ma di come essa si innesti su modelli preesistenti di sopravvivenza, trasformando l'informalità in elementi intrinseci del capitalismo digitale.
Attraverso lo sguardo partecipe di chi ha pedalato tra le contraddizioni di una piattaforma come Rappi, emergono prospettive inedite e riflessioni critiche su autonomia, controllo e gestione algoritmica. Analizzare queste trasformazioni, nate nel Sud del mondo, permette di cogliere i segnali che preannunciano una possibile inversione nelle traiettorie dello sviluppo, e di capire come l'innovazione digitale possa ridefinire il significato del lavoro su scala globale.
Federico De Stavola, sociologo italiano, approda a Città del Messico con l'intenzione di dedicarsi alla ricerca accademica sul sindacalismo internazionale. Tuttavia, la sua esperienza prende una piega inaspettata dopo l'incontro con la piattaforma Rappi, nota per aver rivoluzionato il settore delle consegne a domicilio in America Latina. Attirato dalla necessità di osservare da vicino il fenomeno, De Stavola decide di sperimentare il lavoro di rider, affrontando le sfide di una metropoli caotica e carica di contrasti sociali.
La scelta di muoversi nei quartieri residenziali, dettata dal traffico intenso del centro, non lo mette al riparo da rischi reali: le strade punteggiate di bici bianche ricordano ogni giorno il pericolo che si annida dietro ogni consegna. In un contesto dove i rider locali sono figure prevalentemente differenti dalla sua, sia per etnia sia per posizione sociale, la sua presenza suscita reazioni contrastanti: diffidenza, ma anche occasioni di sostegno reciproco. Nel racconto narrato nelle pagine di A Sud della piattaforma, si dipanano episodi di solidarietà spontanea tra lavoratori e incontri con nuove realtà urbane, tra quartieri da evitare e attraversamenti rischiosi.
Sorprendentemente, De Stavola rileva come molti rider messicani vedano positivamente questa attività, nonostante la precarietà e la mancanza di sicurezza, perché offre un'opportunità percepita come migliore rispetto ad altre forme di occupazione informale. Gli elementi di soddisfazione convivono con criticità strutturali come oneri improvvisi addebitati senza spiegazione dalla piattaforma. Questa esperienza diretta mette in luce l'importanza di osservare i fenomeni sociali dal basso, evidenziando processi che spesso rimangono invisibili nelle analisi dall'alto.
Collegata a una rapida evoluzione delle grandi città, la piattaforma Rappi emerge come modello di servizi on-demand in America Latina, gestendo consegne di cibo, farmaci e prodotti di ogni genere attraverso una struttura digitale che ottimizza logistica e tempi di consegna. Non si tratta però solo di una soluzione tecnologica: Rappi integra e ridefinisce le logiche economiche informali tipiche delle metropoli sudamericane, inglobando attività di sopravvivenza quotidiana - la cosiddetta rebuscárselas - in sistemi automatizzati di coordinamento algoritimico. Il successo della piattaforma non è scollegato dalla capacità di adattarsi a un mercato del lavoro storicamente segnato da precarietà e assenza di tutele.
L'autonomia promossa nel discorso pubblico è in realtà una riorganizzazione della storica micro-imprenditorialità urbana latinoamericana sotto nuove forme. Col passare degli anni, Rappi ha assunto una posizione di rilievo sia per la diffusione capillare delle sue campagne di marketing, sia per essere stata la prima piattaforma a suscitare manifestazioni di dissenso fra i rider. Queste proteste, nate a fronte di addebiti inattesi e condizioni poco trasparenti, sono segnali di una crescente tensione tra narrazione dell'autonomia e realtà del controllo digitale.
Tale modello organizza e formalizza ciò che un tempo era relegato all'informale, creando opportunità di lavoro che però si accompagnano a costi occulti e rischi esternalizzati completamente sulla forza lavoro. La logica della piattaforma arriva così a influenzare profondamente la vita urbana e sociale, rendendo visibile in nuovo modo dinamiche già radicate nella società latinoamericana.
L'assenza apparente di una figura gerarchica tradizionale viene sostituita dall'onnipresente controllo algoritmico: il telefono si trasforma in capo invisibile che assegna compiti, monitora la produttività e regola il flusso delle consegne. Questo dispositivo digitale alimenta la percezione di autonomia gestionale tra i rider, spingendoli a credere di poter organizzare liberamente il proprio tempo e spazio di lavoro.
In realtà, il modello si basa su una autogestione funzionale alle esigenze della piattaforma, dove la libertà di scegliere quando lavorare è legata a meccanismi di premialità, punizioni e assegnazione degli incarichi, tutti orchestrati dall'algoritmo. Il concetto di autogestione, centrale nella narrazione delle imprese digitali, si rivela così uno strumento sofisticato di controllo pervasivo, in cui i lavoratori sono spinti a sincronizzare continuamente azioni, ritmi e decisioni alle esigenze di processo determinate dal sistema. L
a tensione tra libertà e subordinazione emerge nitidamente: la sensazione di indipendenza viene minata dalla pressione costante all'iper-produttività e dall'obbligo di rispondere rapidamente ai comandi inviati tramite l'applicazione. Tali dinamiche evidenziano come le piattaforme utilizzino strategie innovative per disciplinare il lavoro, facendo leva sulle tecnologie digitali per estrarre valore e standardizzare le performance dei rider. L'equilibrio tra autonomia percepita e controllo effettivo costituisce una delle sfide centrali nell'analisi del lavoro su piattaforma, invitando a una riflessione critica anche nel contesto europeo.
La precarietà, elemento strutturale nei mercati lavorativi latinoamericani, non nasce con le piattaforme digitali, ma trova in esse una nuova configurazione e visibilità. L'approccio delle imprese come Rappi non è quello di inventare la precarizzazione, bensì di assorbirla e rafforzarla, formalizzando il lavoro informale già radicato da decenni. La sussunzione digitale si manifesta con l'integrazione delle strategie di sopravvivenza urbana dentro un'infrastruttura privata centralizzata e tracciabile.
Pratiche come il cottimo, il micro-lavoro autonomo e l'improvvisazione economica vengono riorganizzate in flussi monitorati costantemente, rendendo ogni attività visibile, misurabile e valutabile dall'algoritmo. Se in passato la vendita ambulante o i lavoretti occasionali rappresentavano soluzioni diffuse per far fronte all'assenza di protezioni sociali, oggi sono le stesse logiche a essere trasposte su scala digitale. Questo processo comporta vantaggi solo in apparenza: i pagamenti a consegna e la possibilità di lavorare quando si vuole vengono compensati dall'instabilità strutturale e dalla totale responsabilizzazione del lavoratore nei confronti dei rischi connessi.
La piattaforma esternalizza costi e responsabilità, spingendo la forza lavoro a investire risorse personali - come smartphone, mezzi di trasporto e tempo - in cambio di una illusione di imprenditorialità. Tali fenomeni confermano la capacità del modello digitale di amplificare e ricombinare elementi storici del lavoro informale, ponendo interrogativi sulla possibilità di avanzare verso nuove forme di tutele e rappresentanza sindacale.
Un aspetto rilevante emerso dagli studi condotti in America Latina riguarda il concetto di super-sfruttamento, teorizzato nell'ambito delle economie periferiche e, oggi, reso attuale dalla diffusione transnazionale delle piattaforme digitali. L'adozione di questi modelli, caratterizzati dall'erosione delle garanzie e dalla casualità dei rapporti di lavoro, ha portato numerosi ricercatori - tra cui Sandro Mezzadra e Verónica Gago - a ipotizzare una brasilianizzazione dell'Occidente. Con questa espressione si indica la tendenza, riscontrabile sempre più spesso anche nei paesi ad alto reddito, a importare pratiche di precarizzazione, auto-organizzazione e cottimo tipiche delle economie informali sudamericane. In concreto, tale fenomeno si manifesta attraverso:
La centralità della tecnologia nei processi di gestione delle piattaforme si palesa nell'utilizzo di strumenti sofisticati di raccolta dati e ottimizzazione dei flussi. Lo smartphone, spesso considerato neutralmente un semplice strumento di lavoro, si trasforma in dispositivo di controllo capace di monitorare ogni movimento e comportamento dei rider. Il data mining determina decisioni su percorsi, aperture di dark kitchen e gestione delle emergenze.
Particolarmente efficaci si rivelano le tecniche di gamification: punteggi, premi e incentivi sono progettati per stimolare la produttività, velocizzando i ritmi di lavoro e spingendo l'utente a superare i propri limiti. In tale contesto, il lavoro perde i confini tradizionali tra tempo libero e tempo produttivo, favorendo una specie di competizione permanente. L'interazione tra algoritmi e forza lavoro si fonda dunque su modelli di sincronizzazione forzata: il sistema impone tempi e modalità precise, subordinando ogni scelta all'efficienza del processo.
Questa logica, già oggetto di riflessioni critiche nella letteratura recente, pone nuovi interrogativi sulle condizioni fisiche ed emotive dei lavoratori e sulla sostenibilità sociale di tali pratiche. L'apparente gioco si rivela un potente motore di accelerazione delle dinamiche di sfruttamento, reso ancora più efficace dall'invisibilità del comando digitale.
L'integrazione tra economia digitale e realtà urbana in America Latina genera nuove configurazioni socio-spaziali. Il lavoro su piattaforma, pur offrendo canali di reddito alternativo e strategico per una parte della popolazione marginalizzata, accentua al contempo la visibilità dei fenomeni di esclusione e precarietà.
Questo scenario favorisce l'emergere di esperienze di solidarietà attiva e sperimentazione collettiva, dove la dimensione informale diventa spazio di confronto e rivendicazione. Le piattaforme non solo sfruttano l'informalità esistente, ma contribuiscono anche a rafforzare nuove soggettività politiche e sociali, rendendo possibile l'organizzazione di proteste collettive e azioni di difesa dei diritti. In alcuni casi, le stesse strategie di auto-aiuto tra rider, come le reti sui social network, evolvono in mobilitazioni in grado di mettere in discussione gli assetti tradizionali del lavoro urbano.