Cosa insegna la storia di Alessandro Monterosso, nato a Scilla nel 1990, infermiere ricercatore e oggi CEO di SignSplit, che ha raccolto 400 milioni di dollari da W Group.
C’è un filo che unisce una corsia d’ospedale e una startup valutata un miliardo di dollari. Si chiama Alessandro Monterosso, classe 1990, nato a Scilla, in provincia di Reggio Calabria. Di formazione è un infermiere ricercatore. Oggi è cofondatore e CEO di SignSplit, società tecnologica che ha chiuso un round seed strategico da 400 milioni di dollari con un solo investitore, il gruppo fintech W Group. L’operazione porta la valutazione a 1 miliardo di dollari.
È una storia che sfida lo stereotipo dell’imprenditore tecnologico e mostra come un problema osservato da vicino, giorno dopo giorno, possa diventare un’idea di business capace di attrarre capitali internazionali.
Monterosso è nato a Scilla, uno dei borghi più suggestivi della costa tirrenica calabrese, e ha costruito il proprio percorso partendo dalla professione infermieristica. Non si tratta di un curriculum tipico per chi guida una società tecnologica globale ed è proprio questo uno dei motivi per cui la sua vicenda incuriosisce e fa discutere.
Prima di arrivare alla nuova avventura, Monterosso aveva già dimostrato di saper trasformare un’intuizione in impresa. Ha cofondato PatchAi, una startup di salute digitale venduta nel 2021, e ha poi dato vita a progetti nel settore sanitario e tecnologico. Il suo profilo unisce due mondi che raramente dialogano: la pratica clinica e la tecnologia.
Il punto di partenza è il lavoro sul campo. Monterosso ha operato nella ricerca clinica, in particolare nei trial di oncologia pediatrica, cioè negli studi che servono a testare nuove terapie per i bambini malati di tumore. Un ambiente in cui precisione, tempestività e qualità dei dati contano moltissimo.
Proprio lì ha notato un limite. Già nel 2020 raccontava che la raccolta delle informazioni sui pazienti era ancora poco digitalizzata, con una quota rilevante di dati, intorno alla metà dei casi, gestita su carta. Questo rendeva più complicato seguire il paziente a domicilio e limitava il suo coinvolgimento nello studio.
Non era solo una questione tecnica. Era un problema di relazione: come far dialogare in modo semplice una persona, un ente di ricerca e un insieme di regole su come usare le informazioni raccolte. Questa intuizione è il vero seme di tutto ciò che è venuto dopo.
Dall’osservazione nasce PatchAi, fondata nell’agosto 2018. La piattaforma offriva un assistente virtuale capace di dialogare con i pazienti e raccogliere in tempo reale i cosiddetti conversational patient reported outcomes, ovvero gli esiti riferiti direttamente dai pazienti attraverso una conversazione.
Il prodotto è arrivato sul mercato alla fine del 2019 e tra i primi clienti figuravano colossi farmaceutici come Novartis e Roche. La startup è stata inoltre accelerata da Plug and Play Tech Center, nella Silicon Valley, una tappa importante per chi vuole confrontarsi con l’ecosistema americano.
Nel gennaio 2021 è arrivato un round da 1,7 milioni di euro, diviso in due tranche e guidato da UV Cap e Sfem Italia, veicolo di investimento di Stevanato Group, con il follow-on di Healthware Ventures. Nello stesso anno PatchAi è stata acquisita da Alira Health. Per Monterosso è stata la prima exit, e anche un’occasione per capire come si costruisce valore intorno ai dati.
Nel 2020 era stato inoltre selezionato tra gli Under 30 di Forbes Italia, un riconoscimento che ha dato visibilità al suo lavoro quando era ancora agli inizi.
Il rapporto con il mondo della salute non si è interrotto. Monterosso è ancora impegnato in Niino, startup italiana che digitalizza la mobilità sanitaria non urgente. La piattaforma aggrega e coordina operatori specializzati in tutta Italia, rendendo più semplice e accessibile la prenotazione di trasporti assistiti.
È un tassello che conferma una costante nel suo percorso: individuare processi inefficienti e provare a risolverli con strumenti digitali, partendo dai bisogni concreti delle persone.
Il passaggio decisivo, come arrivato anche in altri casi in Italia, arriva nel 2024, quando il socio Glib Denisov gli presenta SignSplit come proposta di investimento. Monterosso racconta di averla studiata con l’approccio di un investitore e di essersi innamorato del problema, prima ancora che della presentazione.
Il problema è chiaro. L’intelligenza artificiale sta imparando da dati prodotti da miliardi di persone, ma manca un’infrastruttura che permetta a quelle stesse persone di partecipare in modo strutturato all’economia che nasce attorno ai loro dati.
SignSplit è una società costituita nel Delaware, negli Stati Uniti, come public benefit corporation, formula che incorpora una missione di impatto nello statuto aziendale. La startup permette a persone e istituzioni di proteggere, concedere in licenza e rendere disponibili i propri dati, il proprio lavoro e la propria immagine, sulla base di consenso, provenienza certa e condizioni definite. Queste informazioni vengono chiamate signed data, dati firmati, e danno forma alla cosiddetta signed-data economy.
Il modello è principalmente B2B. Le aziende che hanno bisogno di dati, per esempio laboratori di intelligenza artificiale, società di robotica, centri di ricerca o realtà dei media, definiscono il tipo di contributo umano che cercano. SignSplit costruisce attorno alla richiesta un Data Pool o un Research Pool e mette in contatto l’organizzazione con le persone o le istituzioni in grado di produrre quel dato.
La società gestisce l’intero livello infrastrutturale: consenso, provenienza, condizioni d’uso, accesso e compensazione. Paga chi ha bisogno del dato, mentre chi contribuisce non paga: il contributore non è un cliente, ma parte dell’ecosistema e del valore che si genera.
La tesi di SignSplit è che la prima fase dell’IA sia stata costruita su testi, foto e video già presenti online, mentre la prossima richiederà informazioni prodotte direttamente nel mondo reale: movimenti, comportamenti, competenze e interazioni. Tra i più preziosi ci sono i dati longitudinali, cioè quelli generati dalla stessa persona nell’arco di settimane o mesi, nel proprio contesto quotidiano.
L’esempio è semplice: un laboratorio di IA potrebbe aver bisogno non di un milione di immagini generiche, ma di un comportamento specifico osservato in una determinata popolazione per sei mesi. SignSplit punta a creare quella raccolta, gestendo il processo fino alla compensazione.
Il 5 ottobre 2026 SignSplit è uscita dalla fase di stealth mode annunciando uno strategic seed round da 400 milioni di dollari. Si tratta di uno dei più grandi seed round mai visti per una startup. L’importo comprende capitale e un pacchetto pluriennale di risorse strategiche per accelerare la costruzione, la distribuzione e la crescita internazionale della piattaforma.
Unico partecipante è W Group, ecosistema fintech e tecnologico globale che serve oltre 40 milioni di utenti. Avere un solo investitore strategico, anziché una platea di fondi, significa poter contare su un partner con distribuzione e infrastrutture già pronte, oltre che sui capitali.
Un chiarimento utile per chi legge il titolo: la cifra di un miliardo di dollari è una valutazione, non un fatturato. Lo stesso Monterosso ha spiegato che non nasce dai ricavi attuali, ma dalle aspettative di crescita e dalla scalabilità del modello. È il risultato di una negoziazione con un investitore strategico, che riconosce il valore della tecnologia, la dimensione dell’opportunità e il potenziale di diventare un’infrastruttura globale per il rapporto tra IA e dati umani del mondo reale.
Il contesto aiuta a capire l’interesse. SignSplit si colloca all’incrocio di tre grandi mercati: l’economia dei dati per l’IA, la proprietà intellettuale digitale e le infrastrutture decentralizzate e Web3. Anche la normativa spinge in questa direzione: l’EU AI Act impone ai fornitori di modelli di IA di uso generale obblighi di trasparenza sui contenuti usati per l’addestramento e il rispetto delle regole sul copyright. In questo scenario, un’infrastruttura che certifica consenso e provenienza dei dati diventa sempre più rilevante.
La storia di Alessandro dimostra come sia possibile diventare ricchi non solo per eredità ottenute. Dalla sua storia emergono alcuni elementi che spiegano il suo percorso:
1. Partire da un problema reale. PatchAi è nata da ciò che ha visto nei reparti, non da una moda tecnologica. SignSplit nasce da un problema più ampio ma dello stesso tipo: il rapporto tra persone, dati e organizzazioni che ne hanno bisogno.
2. Valutare l’idea come un investimento. Quando gli è stata proposta SignSplit, l’ha analizzata con metodo, concentrandosi sul problema più che sulla presentazione.
3. Fare esperienza con un’exit. La vendita di PatchAi nel 2021 ha rappresentato un banco di prova su come si costruisce e si fa crescere una società tecnologica.
4. Scegliere il partner giusto. Il sodalizio con Glib Denisov e l’ingresso di W Group come unico investitore hanno dato alla startup forza finanziaria e strategica.
5. Mettere regole e governance al centro. Tecnologia, privacy, data governance e architettura legale vengono sviluppate insieme, e la scelta della public benefit corporation va nella stessa direzione.
L’obiettivo dichiarato è diventare uno standard infrastrutturale per il rapporto tra esseri umani e sistemi intelligenti. I 400 milioni serviranno ad accelerare lo sviluppo tecnologico e la crescita globale, con attenzione ai data pool e ai research pool.
Il Dott. Marco Castagna è un esperto consulente senior nel settore delle imprese con oltre 15 anni di esperienza. Laureato in Economia Aziendale, la sua competenza si estende alla consulenza strategica, gestione delle risorse e ottimizzazione dei processi aziendali, rendendolo una figura di riferimento per molte aziende in crescita. Residente a Venezia, Marco ha collaborato con diverse start-up...